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Sadside Project: “Voyages Extraordinaires”

In una veste più spoglia e acustica, declinando un immaginario fantastico che ricorda le creature straordinarie di Jules Verne…

I Sadside Project, al secolo Gianluca Danaro e Domenico Migliaccio, tornano con un nuovo disco dal titolo “Voyages Extraordinaires” (Bomba Dischi/Audioglobe), in cui si mostrano in una veste più spoglia e acustica, declinando un immaginario fantastico che ricorda le creature straordinarie di Jules Verne. In questa intervista Gianluca ci racconta la genesi di questo disco, il loro percorso evolutivo e non solo.

– Voyages Extraordinaires è un disco molto corale, collettivo, che vede la collaborazione di oltre venticinque musicisti. Come mai questa scelta?

I Sadside Project nascono come duo, ma dal punto di vista artistico musicale non abbiamo mai avuto una mentalità chiusa, anzi, abbiamo sempre avuto il piacere e la voglia di condividere il nostro percorso con tanti altri amici musicisti che nel corso degli anni hanno collaborato ai nostri dischi e ai nostri concerti. Durante la scrittura di questo disco in particolare, ci siamo resi conto che le sonorità che venivano fuori andavano oltre il rock o il blues che da sempre ci hanno caratterizzato, abbiamo subito un’evoluzione in questo senso: è questo che ha scatenato l’impellenza di coinvolgere altri musicisti, per riuscire a soddisfare le esigenze di scrittura che ha avuto questo album.

– Perché la scelta di cantare in inglese?

Tu pensa che questo disco rischiava di uscire in italiano! Perché i testi di ogni singolo brano sono stati scritti sia nella versione inglese sia in quella italiana. Il fatto è che all’inizio, soprattutto, odiavo la mia voce quando cantavo in italiano: non so dirti per quale ragione, ma proprio non riuscivo a riascoltarmi. In inglese invece quello che scrivevo mi piaceva, per questo alla fine abbiamo optato per questa lingua. Ora non è più così, ma per una sorta di coerenza con il nostro progetto alla fine abbiamo deciso di uscire in inglese.

– Molto spesso vi accostano ai grandi Mumford and Sons, considerati da molti i fautori del folk-rock. Come la prendete?

Beh ovviamente da una parte è un onore, considerando che io personalmente ho ascoltato moltissimo soprattutto il loro primo disco, dall’altra però non ti nego che è una noia questa cosa dell’essere accostati per forza a qualcosa o a qualcuno. Indubbiamente abbiamo subito, soprattutto in passato, la loro influenza, ma come subiamo l’influenza di moltissimi altri gruppi che ascoltiamo. Ci rendiamo conto però che è anche normale, soprattutto per i fruitori, collegare in maniera spontanea e a volte anche inconscia, la tipologia di musica in ascolto in quel momento ad echi di qualcosa che si è ascoltato in passato, lo facciamo anche noi musicisti.

– Accettereste di comporre la colonna sonora di un cartone animato?

Assolutamente sì, proprio perché noi ci sentiamo tutti un po’ bambini. I nostri concerti assomigliano proprio a delle grandi feste di compleanno, in cui ci lasciamo andare tutti al nostro lato più naturale e fanciullesco. Per questo adoriamo fare i tour, per sentirci un po’ bambini tutte le sere!

– Cosa differenzia maggiormente questo disco dalla vostra produzione precedente?

Questo è un disco più pop, acustico, con meno distorsioni, in cui prevale un po’ di più la forma canzone. C’è sempre un discorso di crescita artistica quando si scrive un disco, ma d’altro canto è anche vero che siamo sempre io e Domenico che scriviamo e arrangiamo, le teste sono sempre le stesse, insomma, pertanto è anche ravvisabile un certo raccordo in fondo anche con i nostri dischi del passato.

– In questo disco vi siete ispirati molto anche alla letteratura, al tema del viaggio, a Jules Verne. Perché questa scelta?

Io sono sempre stato legato a questo tipo di immaginario fantastico, pertanto questo genere di influenza è stata più che altro un’attitudine molto naturale. Le storie di Verne ti portano a staccarti completamente dal mondo a te contemporaneo e ad intraprendere viaggi immaginari che ti fanno esplorare altri bellissimi mondi possibili solo nei sogni: proprio per questo motivo abbiamo deciso di esprimerci rifacendoci un po’ a quell’universo, per il fatto che suonare per noi è un sogno che si realizza e che ci realizza ogni volta. E’ la musica che ci rende felici. E soprattutto è la condivisione di essa col pubblico a renderci contenti di suonare.

– Una vostra collaborazione illustre è quella con i Verdena: un’affinità e una divergenza con questa band?

Quello che ci accomuna ai Verdena è la naturalezza e la spontaneità, sopra e sotto il palco. Una cosa che ci differenzia è il modo di fare dischi: noi registriamo i nostri in un mese e mezzo scarso, loro possono metterci anche tre o quattro anni, ricercano una perfezione maniacale alla quale noi non aspiriamo. Abbiamo due approcci diversi alla realizzazione dei nostri lavori, insomma.

– Una collaborazione possibile e una impossibile che vi sarebbe piaciuto fare?

Tra le possibili, sicuramente con i Sigur Ròs. Tra le impossibili, Joe Cocker.

– Come autorecensite il vostro album in tre aggettivi?

Nostalgico, ma al contempo allegro e divertente.

Francesca Amodio