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Paola Turci: VIVA DA MORIRE [Recensione]

“Viva da morire”, l’ultima, inattesa, fatica discografica di Paola Turci

A distanza di due anni da “Il secondo cuore”, arriva “Viva da morire”, l’ultima, inattesa, fatica discografica di Paola Turci. La cantautrice romana si racconta fra cantautorato e vibrazioni elettropop e ripercorre le tappe della propria esistenza, navigando fra passato, presente e futuro, ascoltando ed ascoltandosi, e indossando le vesti di interprete in ben otto tracce su dieci.

Il disco si apre con “L’ultimo ostacolo”, brano presentato sul palco dell’Ariston, in occasione della sessantanovesima edizione del Festival di Sanremo. L’esecuzione di questa power ballad prevede dei cambi di tonalità ardui, fra i quali il timbro graffiato della Turci emerge con grinta e racconta il dolore che lascia la scomparsa di un padre, di cui resta la consapevolezza del valore inestimabile della vita: spesso l’esistenza umana appare contrassegnata da limiti invalicabili, ma è dalla fragilità dei nostri equilibri che esplode il cambiamento (“E cambieremo mille volte forma e lineamenti per non sentire l’abitudine. Ci saranno appuntamenti che sarai obbligato a perdere e ci impegneremo a stare meglio quando far di meglio non si può”).

La seconda traccia è “Le olimpiadi tutti i giorni”, che vede la partecipazione del rapper Shade e procede secondo un ritmo incalzante, squisitamente radiofonico, ed un’ottica ginnico-sportiva (“Ricucire ogni singolo taglio per tagliare il traguardo e sudare con il brutto tempo asciugandosi al vento, allenarsi a star bene, ci pensi e non ci dormi”): rinunciare alla propria comfort zone significa abbandonare le proprie insicurezze ed avere dei trampolini, dei nastri da tagliare, delle strade da percorrere per realizzare i progetti che il futuro custodisce.

Dal profumo di vita che si respira nasce “Viva da morire”, secondo singolo ufficiale, brano insolitamente reggaeton, che squarcia il velo di malinconia ed introspezione che avvolge le produzioni meno recenti della Turci e ci proietta in una dimensione musicale-comunicativa inedita. Paola desidera volare leggera, fra sogno e vertigine, senza sentire il peso dei mordaci giudizi, a cui potrebbe essere sottoposto il suo incontenibile entusiasmo. Dispiega le ali e fluttua, poi, nel soul di “Prima di saltare”: fra una foto sfuocata ed una spiaggia vuota, si interroga per riscrivere un nuovo finale, un finale tutto suo, ed elaborare quel distacco emotivo che le permetterà di viaggiare con la mente e di tornare alla donna che è stata senza rimpianti né autocommiserazioni. Su questa scia, nasce “L’arte di ricominciare”, brano che segna il ritorno al pop rock, grazie al quale Paola ha risentito il calore del grande pubblico: dal sole che cala ed infiamma il cielo e dalle foglie che tremano durante l’inverno Paola impara a lasciare (ed a lasciarsi) andare.

La sesta traccia è “Non ho mai”, titolo che richiama un noto gioco di bevute e che è funzionale alle confessioni che vengono pronunciate dalla Turci per affermare se stessa.

La prospettiva, poi, cambia in “Molto di più”: il raggiungimento della propria stabilità emotiva diviene la condizione necessaria per dichiarare il proprio amore. L’estasi amorosa è comparata alla magia di Roma innevata, ad una fuga su un’isola in mezzo al mare ed ai giri in bicicletta d’estate (“Più di un’ambizione, più di Roma con la neve, più di un’isola sommersa e l’orchestra di sirene. Tu sei di più di quelle belle frasi che non si usano più, di quelle biciclette che ci fanno correre dritti verso il mare, anche se mare non c’è”). Segue “La vita copiata in bella”, brano che dal vivo probabilmente porterà via tutta la mia voce e che celebra il desiderio di rifiorire fra brusche accelerazioni e notti senza fine(“…che da sempre la strada ha la sua direzione, che c’è in atto una rivoluzione, anche quando non si sente”). Poi, un flashback, fra percussioni decise e acuti graffiati: ci ritroviamo di fronte ad una Paola adolescente che ascolta Patti Smith e si aggira, assorta nei suoi pensieri, nelle luci dei taxi della città e nel fumo delle sue sigarette. In linea con le tendenze evasive e spesso pessimistiche di chi è a metà fra una bambina ed una donna, è sprovvista di fiducia e di aspettative e l’amore è percepito come rinuncia del proprio io.

A chiudere il disco è “Piccola”: attraverso questa struggente ballata, Paola si siede al pianoforte, chiude gli occhi e ritorna bambina. Sulle scale di casa aspetta le scuse di suo padre, figura che il tempo non può scalfire e che dilania l’anima, malgrado le armature ed i chilometri percorsi per dare luce ad un’esistenza fitta di nubi (“Perché sono piccola, piccola in questo mondo di grandi, che tutti sanno cosa fare…io nemmeno trovarmi”).

VOTO: 7.5/10

Vincenzo Parretta