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COMA COSE: Hype Aura [RECENSIONE]

E quindi ci siamo, attesa finita. Si perché, finalmente, il duo indie-pop-rap milanese dei Coma_Cose composto da Fausto Lama e Francesca Mesiano – rispettivamente meglio conosciuti come Edipo e California – ha pubblicato (per Asian Fake ndr) il suo primo vero album dal titolo Hype Aura.
Un titolo che, a leggerlo lentamente, suona come una roba tipo “hai paura”.
Un lavoro partorito invece senza paura, per dare finalmente e concretamente seguito alla fortunata serie di singoli (Inverno ticinese, Nudo Integrale, Anima Lattina, Post Concerto ndr) che, così tanto bene, ha contribuito ad affermare la presenza sulla scena hip hop e non solo dei due giovani artisti che, attraverso un linguaggio semplice ed al tempo stesso ricercato, poiché costituito, perlopiù, da giochi di parole e rime al fulmicotone, ha puntato forte e sin da subito sulla sua voglia di esserci. Differenziandosi.
Ed ecco allora che, in ciascuno dei 9 pezzi che compongono l’opera, ritroviamo appunto il solito, accattivante connubio fra sincerità ed energia che, come al solito, contagia e affascina. Ma non solo. E allora altro giro, altra corsa. E altro mix di parole che, centrifugate tutte assieme, delineano uno dopo l’altro i reali contorni del Coma_Cose’s style: e quindi intelligenza, poesia, rinnovamento, tradizione. Tutti termini che – avvolgendosi mischiando assieme suoni e colori, beat e flow e, perché no, anche canzone d’autore – confermano la bontà e la vena creativa dei due interpreti.
E parte subito forte Hype Aura. Col singolo del momento (“Granata” ndr) che, dopo i primi versi, pare così sentenziare uno stato d’animo ma soprattutto una consapevolezza che, certamente, conferma la genuinità di questo fortunato connubio artistico:

“Sto cercando un posto tutto mio
È solamente ciò che voglio
Oggi tutto bene, sì, ma domani-comio”

Ed in effetti, ad un primissimo ascolto, Hype Aura dà la sensazione di essere un disco indefinibile e variopinto. Un disco, per intenderci, che pare mutare tonalità a seconda di chi lo ascolta. Magari, così d’impatto, il frenetico fondersi di differenti stili (rap, pop, elettronica ndr) può anche destabilizzare un attimo, ma ecco che, già dopo un ascolto più attento, quella cortina opaca piano piano si sgretola e non si può fare a meno di notare come, il duo lombardo, sia in effetti davvero tanta, tantissima roba.
Infine, fra testi malinconici ed altri più leggeri, nei testi del duo si respira anche tanta, tanta Milano. Una Milano non trendy ma, bensì, popolare. Una Milano così ben tratteggiata che ci pare addirittura di poter possedere al punto di sentirsi, quasi, parte di essa. Quell’uno di una moltitudine, insomma.

Bruno Pecchioli