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Una nuova Rosalba in città: RECENSIONE

A distanza di tre anni da “Guardando il cielo”, Arisa ritorna con “Una nuova Rosalba in città”, pubblicato lo scorso 8 febbraio, sotto la Sugar Music, etichetta indipendente, in cui la cantante sembra aver ritrovato la sua libertà artistica, riuscendo a coniugare la goliardia degli esordi e la vena introspettiva degli ultimi dischi. Arisa ci invita in un microcosmo variegato, che racchiude in sé sentieri rischiosi e dissociazioni temporali, volte ad affermare la proprie aspirazioni e le proprie intime necessità. Il senso di smarrimento le permette di denudarsi e di essere semplicemente Rosalba, una sognatrice che vive in un’era forse troppo filtrata e caotica.

Dove non batte il sole è il brano con cui si apre il disco. Sulla scia della new wave e delle sonorità pop anni ’80, Arisa, nei panni di Eva, in un mondo che appare cinico e virtualizzato, invita il suo Adamo ad abbandonarsi al piacere e ad esplorare l’autenticità dell’interazione fra i corpi, coadiuvata, dalla penna provocatoria di Gianluca De Rubertis, membro del duo indie pop Il Genio. Segue “Tam Tam”, brano folk pop, in cui la sintomatologia amorosa è ricamata su un gioco onomatopeico. La sintonia fra i due protagonisti si esprime attraverso tamburi nel petto, sorrisi e sguardi complici. La terza traccia è “Mi sento bene”, presentata durante il sessantanovesimo Festival di Sanremo, in cui si è classificata ottava. Si tratta della canzone manifesto della nuova fatica discografica della cantante lucana; gli archi iniziali farebbero pensare, a primo impatto, ad una ballad, ma l’atmosfera fiabesca è ben presto interrotta da un pop esplosivo, che rimanda ad un jingle pubblicitario e che è volto a celebrare la bellezza della vita sia nei suoi aspetti più semplici che in quelli più spigolosi: Arisa ritrova la spensieratezza guardando una serie alla tv o una vetrina il giorno di Natale, sdraiandosi sulla sabbia o danzando sotto la neve. Vive con leggerezza, ma non perde la consapevolezza del tempo che passa e che strappa dalle nostre esistenze un genitore o un progetto da realizzare ancora.

Si ritorna al synth pop ed all’espressione della propria libertà sessuale con “Gli amanti sono pazzi”. Arisa rincontra il suo ex fidanzato con un’altra donna e non riesce a liberare la sua mente da quest’ultima. La sua follia, però, non è di matrice lucreziana. La tensione erotica non culmina in deliri di tracotanza o di smodato bisogno di possedimento, ma resta sospesa fra lo stordimento della coscienza e lo sguardo severo di chi ascolta.

La quinta traccia è “La domenica dell’anima”, una power ballad, che rievoca le sonorità ed i testi di “Amami”. Arisa dà una prima pennellata grigia ad un quadro di colori, fino ad ora, assai vivaci attraverso metafore calcistiche (“con gli occhi pieni di smeraldo, ho sognato di fare goal al Brasile”) e flautate dichiarazioni d’amore (“sei la vittoria, la caduta, il mio ritorno a casa, ogni centimetro della mia vita, ogni risposta data”) e trova l’equilibrio necessario per non cadere nell’oblio di se stessa.

Si ritorna alla letizia ed alle tinte sfavillanti con “Minidonna”, brano dedicato alla comunità trans, in cui Arisa ha trovato empatia e creatività. Su un sound implacabilmente pop Arisa racconta la storia di una persona, che potrebbe essere di qualsivoglia identità di genere ed orientamento sessuale, che ha intenzione di conquistare un uomo dalla vita irta di contraddizioni, senza temere il rischio di cadere in un inganno, mostrandosi senza paura.

Si passa, poi, alla title track: “Una nuova Rosalba in città”. Si tratta di una piccola biografia, in cui Arisa racconta di aver ritrovato se stessa, dopo essersi persa, decidendo di evadere dalla prigione dell’abitudine e sbocciare come un fiore sul terreno del coraggio (“se mi perdi e poi non mi ritrovi, accendi la radio: eccomi qua. C’è un nuovo fiore, un nuovo arcobaleno, una nuova Rosalba in città”). Sulla stessa linea di pensiero, nasce “Vale la pena”, seconda pennellata grigia del disco. In una folla di anime in attesa, che pretendono la precedenza, Arisa ci invita ad accettare le cicatrici, dinanzi alle quali bisogna solo arrendersi senza porsi domande perché sono una preziosa testimonianza del nostro vissuto e del dolore che inevitabilmente ci attraversa quando ci concediamo all’amore.

Tuffo nel passato con “Quando c’erano le lire”, brano che, attraverso un susseguirsi di cliché ed un’atmosfera a metà fra gli anni ’50 e gli anni ’60, vuol essere un’ironica denuncia contro la società in cui viviamo, disattenta, frettolosa, materialista e vittima di una tecnologia che sembra progredire di pari passo con lo sfacelo dei rapporti interpersonali e dell’ansia sociale. La decima traccia è “Così come sei”, classica ballad, che parla dell’amore in quanto unica verità che sopravvive oltre lo spazio ed il tempo. La canzone risulta disarmonica, un po’ troppo basic rispetto all’originalità del brano che la precede e lascia velocemente spazio a “Il futuro ha bisogno d’amore”, un inno ai sogni, all’unicità di ognuno ed alla dignità umana per vincere contro l’odio e la paura (“c’è un incantesimo in ogni granello di sabbia che puoi calpestare”). Il disco si chiude con “Amarsi in due”, cover di “Amor pelos dois” di Salvador Sobral, vincitore dell’Eurovision Song Contest nel 2017, in cui la raffinatezza di Arisa incontra la penna di Cristiano Malgioglio e canta di un amore tanto insano e dilaniante quanto necessario.

VOTO: 8/10

Vincenzo Parretta