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Stereorebus: Live at Auditorium Novecento [RECENSIONE]

Artista: Stereorebus
Album: Live at Auditorium Novecento
Etichetta: Clap Hands
Data di rilascio: novembre 2018

“Io ascolto senza guardare e così vedo”

Fernando Pessoa

“Le immagini non sono più quelle di un tempo. Impossibile fidarsi di loro. Lo sappiamo tutti. Lo sai anche tu. Mentre noi crescevamo le immagini erano narratrici di storia e rivelatrici di cose. Ora sono tutte in vendita con le loro storie e le loro cose. Sono cambiate sotto i nostri occhi. Non sanno più come mostrare noi. Hanno dimenticato tutto. […] Ognuno di questi nastri è stato girato senza che nessuno guardasse attraverso la lente, Nessuno li ha visti mentre venivano impressi. Nessuno, dopo, che li abbia controllati. Tutto quello che ho ripreso, l’ho ripreso alle mie spalle. Queste immagini mostrano la città com’è e non come vorrei che fosse. Insomma queste sono nel primo dolce sonno dell’innocenza. Pronte per essere scoperte da generazioni future con occhi diversi dai nostri. Non preoccuparti amico saremo morti da un pezzo”

La biblioteca delle immagini mai viste – Wim Wenders, Lisbon Story

“Lo stile è il jazz basato sulla composizione istantanea e sull’improvvisazione e i loro live più che essere un concerto sono un concetto, la loro è una musica che nasce lì, in quel momento, e un attimo dopo non c’è più; è musica che è stata e che non sarà. Materia prima dell’improvvisazione sono le emozioni e ogni emozione è unica ed irripetibile”

Stereorebus

Su questo concetto il 27 ottobre 2018 viene registrato questo album, nel pieno rispetto del jazz, ed al cospetto di settanta persone che hanno avuto la fortuna di assistere alla nascita ed alla morte di questo “instant disc”, basato sulle improvvisazioni e le emozioni del momento.

La storica sala dell’Auditorium Novecento (ex Phonotype, di cui si è parlato anche nel film “Vinilici, perché il vinile ama la musica”) ha ospitato gli Stereorebus. Sembrano una cospicua ensemble, ma in realtà sono soltanto due: Bruno Tomasello (sax, basso, chitarra, loop) e Carlo Maria Graziano (batteria e percussioni), i brani – in uno sfoggio di estrema fantasia, si chiamano uno, due, tre…fino a sette.

Il brano “Uno” parte con Sax e campionamenti che ricordano immediatamente Herbie Hancock, con una melodia soffusa, un cospicuo giro di basso e la batteria che rifinisce e scolpisce il groove.

“Due” ricorda un po’ i Napoli Centrale (in senso positivo), con il sax che conduce e si moltiplica all’infinito.

“Quattro” è una vera tammurriata jazz, ritmata, trascinante, ipnotica, con la voce di Bruno che ti prende e trascina nei vicoli di Napoli.

In “Cinque” Frank Zappa e Terry Bozzio si librano sulla sala di registrazione. Sonorità potenti, lisergiche ma anche molto vicine alla cultura mediterranea.

“Sette” chiude l’album ricordandoci che jazz e soul possono andare d’accordo e che i Morphine, in qualche modo, sono ancora fra noi.

In conclusione: non serve essere amanti del jazz per ascoltare ed apprezzare questo disco (fra l’altro ben registrato da Fabrizio Piccolo), ma basta essere amanti della (buona) musica e delle commistioni culturali.

Davide Visca

Tracklist:

  1. Uno
  2. Due
  3. Tre
  4. Quattro
  5. Cinque
  6. Sei
  7. Sette