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Soundtrack of the week: Metallica – St. Anger (2003)

Se non fosse che considero retrograda e ben poco produttiva una certa idea di “manifestazione di piazza”, probabilmente avrei già messo in fila le immagini di tutti i disordini e le rappresaglie che da nord a sud (passando per Roma) si sono accesi come tanti ‘focolai’ e ci avrei cucito sopra qualche pezzo dei Rage Against The Machine o dei Brigada Flores.

Ma per una settimana così intensa e al tempo stesso confusa mi serviva un brano qualitativamente all’altezza, immediato e con pochissimi fronzoli. Insomma, forse anche per le aspre critiche che ancora si porta appresso, St. Anger dei Metallica lo considero a pieno titolo il brano simbolo di questi ultimi sette giorni. “Tanto rumore per nulla” potrebbe quasi essere la sua espressione corrispettiva: riff pesante e di poche note sostenuto da chitarre e basso, mood ripetitivo, assenza totale di virtuosismi tipici dei “primi Metallica”, testo essenziale e un pregiato set di pentole che Lars Ulrich deve aver acquistato all’epoca dopo aver subito il fascino di un magnetico Giorgio Mastrota. Il merito, forse, sta nel aver restituito al mondo del metal e non solo una certa concezione di quella “santa rabbia”: qualcosa di simile a una matassa da sbrogliare senza la voglia reale di farlo, o magari di uno sfogo simile a un herpes.

Difficile definire socialmente cosa sia diventata oggi la rabbia, se non il già ben noto pretesto che spinge come al solito la triste comunità di fascistoidi repressi, amanti delle bombe carta e delle risse da stadio a creare disordine in piazza e distruggere vetrine (degli stessi negozianti per i quali credevano di fare da portavoce, peraltro!). Ma questo è solamente il lato idiota e poco interessante della faccenda.

Sull’altra sponda del fiume, troviamo infatti tutte quelle persone che in maniera pacifica (da Milano a Napoli) sono usciti negli ultimi giorni dalle proprie case o dai propri locali per ‘manifestare’ la frustrazione comune rispetto a un Dpcm a dir poco draconiano (l’ultimo firmato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte il 24 ottobre), e che minaccia stavolta di mettere seriamente in ginocchio i vari addetti alla ristorazione. Ci si reinventa come reazione di sopravvivenza, o ci si incazza perché il sistema italiano mostra ancora di più le proprie falle, le proprie mancanze, le conseguenze di anni e anni di politica scellerata.

A farne le spese poi non è soltanto il settore della ristorazione, ma anche quello dello sport “amatoriale” o semiprofessionistico (perché il calcio con la “C” maiuscola guai a toccarlo!), e in fondo alla lista quello più sofferente in assoluto: dell’arte e della cultura. Teatri, cinema e sale da concerto ancora una volta si sono visti costretti a chiudere le loro porte, nonostante la pronta capacità di saper osservare le regole e risollevarsi da sé dimostrata negli ultimi mesi (con il risultato di aver registrato dalla fine della quarantena ad oggi un solo caso di positività!). L’ipocrisia che potrebbe trapelare a questo punto farebbe riferimento ad un’unica semplice domanda: ma prima di tutto ciò, prima che vi fosse un’emergenza globale simile come ragione buona per parlarne, a chi interessava veramente del destino di questo settore già in crisi da svariati anni?

Ah, nel frattempo facciamo caso (ma proprio in maniera distratta) ad un paio di ricorrenze, come i 7 anni intercorsi dalla scomparsa di Lou Reed (icona del rock alternativo) o i 70 anni che avrebbe compiuto Rino Gaetano (perla del cantautorato italiano) il 29 ottobre. Fortunatamente, con un paio di cuffie si è sempre in tempo per porre rimedio a simili “leggerezze”.

E poi ancora rabbia. Perché aumentano i talk televisivi presieduti da pseudo virologi e opinionisti raccolti a caso, proporzionalmente al grado di infodemia della quale già soffrivamo da tempo, con sintomi conclamati eppure non abbastanza da volercene curare di nostra sponte. E intanto restiamo indecisi sul dare maggiore attenzione ad Alberto Zangrillo, Andrea Crisanti e compagnia bella, oppure alle dichiarazioni passate più in sordina di professori autorevoli come Giorgio Palù.

Rabbia per Camilla Cannoni, la ragazza LGBT costretta a subire l’ignoranza e la stupidità dei suoi vicini attraverso veri e propri atti di terrorismo psicologico. Perché sappiamo bene che nel 2020 manifestare liberamente le proprie inclinazioni sessuali è un problema serio!. Tuttavia, ci crediamo evoluti.

Rabbia per Polash, il ragazzo bengalese da 7 anni residente in Italia (presso Capodivilla, quartiere napoletano) discriminato da un’anziana cliente per il colore della propria pelle (ricordate il vecchio slogan “ci portano le malattie” degli anni ‘90?) durante il suo consueto servizio nella pizzeria dove lavora. Condivido con lui e Giuseppe Granata (il ragazzo che con un post ha denunciato l’accaduto) le sensazioni gustose di un’ottima Marinara. “Alla faccia de chi ce vo male”.

Rabbia per i continui paragoni che alcuni politicanti (al governo o meno) continuano a creare rispetto agli altri paesi colpiti duramente dalla pandemia, neanche fosse una gara a chi ce l’ha più lungo. Quando, poi, il dubbio fondamentale che si insinua nella mente di noialtri sta nel capire se domani moriremo di Covid o di povertà.

Confusione, paura e rabbia. L’anticamera del ‘conformista’, come argomentava a suo tempo Alberto Moravia, incalzato da Pier Paolo Pasolini in una famosa intervista. E, ahinoi!, anche le caratteristiche principali che fanno di noi ancora oggi un normalissimo “popolo di incazzati”. Ci vorrebbe a questo punto come chiosa – per meglio intenderci – una citazione poetica alla Gioacchino Belli, ma per stavolta gli preferisco un Alberto Sordi tratto da quel consigliatissimo film che è “Nell’anno del signore” (1969):

«Ohhhh! Popolo! Ma che te sei messo in testa. Voi comanna’ te? Ma che voi? E chi sei? Sei Papa? Sei cardinale? O sei barone? Perché se nun sei manco barone, chi sei? Sei tutti l’artri! E tutti l’artri chi so’? Rispondi. Rispondi a me invece de assalta’ i castelli. So’ l’avanzi de li Papi, de li cardinali, de li baroni! E gli avanzi che so’? So’ monnezza! Popolo, sei ‘na monnezza! E voi mette bocca? Ma se non c’è nessuno che te dice la mattina quando t’arzi che devi fa’, dove sbatti la testa, che ne sai? Sei annato a scola? Sai distingue’ il pro e il contro? Tu non sai manco qual è la fortuna tua, perché sei ‘na monnezza. Ma resti pulito, perché non c’hai le responsabilità. Vattene a casa, popolo, va’: vattene a casa.»

Jacopo Ventura