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Soundtrack of the week: Luigi Proietti – Nun je da’ retta, Roma (1973)

Non poteva essere altrimenti. Probabilmente anche per via quell’anima romana che mi si agita ancora dentro, e chissà quanto ne passerà prima che si calmi. Tanto vale quindi che la malinconia faccia naturalmente il suo corso, e che i suoi occhi si posino sul resto del mondo e i suoi “fatti della settimana”, nella speranza come sempre di trarne una lezione utile per il proseguo dei nostri giorni. Piuttosto che rimanere semplicemente impantanati nel fangoso mare dei ricordi e della commiserazione.

È strano pensare che proprio la sera del 1/11 mi stessi trovando a fare le ore piccole davanti La Tosca di Luigi Magni. Il tempo di ricevere la notizia del ricovero d’urgenza. E quello di addormentarmi con il timore sospeso a mezz’aria di riaprire gli occhi il giorno dopo e apprendere il peggio. Canticchiando, in attesa del sonno, l’ora d’aria di “Mario Cavaradossi”.

Se il mondo fosse un gigantesco teatro e Roma il suo palcoscenico, ecco che allora troveremmo appeso fuori i cancelli un bel cartello con su scritto “chiuso per lutto”. Perché la scomparsa di Gigi Proietti è un dolore immenso per gli amanti dell’arte, della risata, e della romanità: qualcosa di riassumibile nel concetto stesso di genio, quello difficilmente replicabile, e al quale forse concediamo un po’ meno attenzione oggi, col rischio di non riconoscerne più di nuovi.

Col rischio di ridurre l’esempio dei grandi a pura e semplice ombra.

Nel frattempo Il Maestro si è unito all’Olimpo degli artisti della vecchia guardia come Gassman, Sordi, Manfredi ecc, lasciando un vuoto ben più profondo di quanto abbiano già fatto i suoi colleghi: era l’ultimo baluardo della romanità (quella più genuina), era la sintesi perfetta di dramma e commedia – portata all’interno di un teatro o accessibile da uno schermo tv -, era “la voce” di tanti doppiaggi importanti, era il barzellettiere, lo stornellatore, era il suo Laboratorio di Esercitazioni Sceniche, era il Globe Theatre d’estate. A noi ora restano la sua ultima mandrakata (nascere e morire lo stesso giorno!), le lacrime, il senso di smarrimento che cercheremo di colmare nel ricordo dei suoi personaggi, dei suoi spettacoli e magari con qualche barzelletta. Ma anche una lezione importante: quella secondo cui per saper fare bene una cosa bisogna anzitutto amarla.

E ora, sì, che il mondo del teatro – già di per sé chiuso – si svuota ulteriormente della presenza ingombrante dell’ultimo dei giganti, riusciremo finalmente a renderci conto di quanto salvaguardare l’arte e la cultura sia importante? Almeno quanto la necessità di ricercare in giro non dei successori di questi grandi maestri, ma eroi sinceri che riconoscano che per fare e restituire arte si debba anzitutto saper fare un’altra cosa: amare.

Mi sono dilungato e lo so bene. Ma ascoltare in sottofondo un brano come Non je da’ retta Roma produce questi effetti. Poco male: si skippa indietro e si ricomincia. Sì perché, nel caso in cui qualcuno non ne fosse troppo convinto, questo brano scritto dal regista Luigi Magni e composto dal maestro Armando Trovajoli risuona in maniera talmente significativa da andare ben oltre le “cinta” romane. Aiutandoci a fare i conti con i fatti più rilevanti di questa incredibile settimana che volge al termine.

Una settimana che ci lascia ancora col fiato sospeso, se si guarda oltreoceano alle elezioni presidenziali più importanti del mondo. Il buon senso sembra dare ragione a Joe Biden, il candidato democratico promosso per ricucire il precario tessuto sociale dell’America, complice lo zampone prepotente di Donald Trump che si è agitato (neanche si fosse trovato in un trogolo) negli ultimi 4 anni fra potere, denaro, armi, razzismo, maschilismo, incidenti diplomatici e i più beceri valori repubblicani. Ma noi, in fin dei conti, restiamo puri e semplici “telespettatori”, mai veramente consapevoli della portata di un simile appuntamento a cadenza quadriennale. Forse perché di politica tutti ne parlano a casa nostra, ma nessuno ne sa veramente qualcosa.

Altrimenti non si spiegherebbe neppure come sia possibile che Giovanni Toti (Presidente della Regione Liguria), inciampi su dichiarazioni pubbliche come “i vecchi non sono indispensabili allo sforzo produttivo”. Un tweet è per sempre, e correre ai ripari scaricando la colpa sul proprio entourage non migliora la situazione: perché, forse, c’è chi pensa davvero una cosa del genere (fermo restando che grazie a certi “vecchi caimani” in molti hanno una poltrona sotto il sedere). E poi, perché sembra sfuggire a molti rappresentanti politici l’effetto che un qualunque messaggio (trasmesso attraverso la propria immagine mediatica) possa realmente produrre sull’opinione pubblica. E questo è un fatto assai più preoccupante. Ma attenzione, allo stesso tempo, alle critiche fatte in maniera ipocrita e con troppa faciloneria: occorre ricordare che fra i cosiddetti vecchi” (come accennato poc’anzi) non ci sono solo i nostri amati nonni operai e lavoratori, ma anche quelli facenti parte di una determinata classe sociale e dotati di una mentalità terribilmente conservatrice, e che tutt’ora impediscono il tanto auspicato “ricambio generazionale”. Continuando a lasciare nel vischioso pantano della disoccupazione anche i giovani “bamboccioni” come noialtri.

Altra settimana, altro Dpcm, ovviamente. Più rigido, colorato e incerto. Perché se non stiamo giocando a Risiko, viene da domandarsi cosa continui a fallire nelle misure prese di volta in volta dal governo italiano, dato che la curva dei contagi da Covid-19 non sembra volersi arrestare (ricordando sempre la proporzionalità rispetto a un maggiore utilizzo dei tamponi). Le regioni si colorano (e stai sicuro che si tradurrà in un ulteriore razzismo “nostrano”, tipico della guerra fra poveri), alla Camera qualcuno ne fa una questione politica che fa piangere dalle risate (“perché le zone rosse sono tutte di destra, le gialle sono di sinistra?”), e noi continuiamo a pregare per il ritorno a una normalità che, onestamente, a me tanto a cuore non stava.

Alle notizie che debbono farci riflettere, possiamo aggiungere quella dei due poliziotti coinvolti nei fatti di Genova la notte tra il 21 e il 22 luglio del 2001, all’interno della scuola Diaz. Entrambi, successivamente, condannati in via definitiva a tre anni e otto mesi, e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici.

Eppure, pare che alla Ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e al capo della Polizia Franco Gabrielli il passato sia una terra straniera, dato che in spregio alla sentenza della Corte Europea, non hanno avuto remore nell’autorizzare la promozione dei due funzionari a vice questori. Fatto gravissimo? Giudicate voi, sulla base anche della definizione che fu data al tempo da Amnesty International di quei famosi fatti («La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale»). E se i meno preparati in materia volessero farsi un’idea un po’ più precisa, andate pure a dare un’occhiata al controverso lavoro cinematografico realizzato nel 2012 da Daniele Vicari.

Ma, per fortuna, anche una bella notizia questa settimana: con 265 voti a favore e 193 contrari, l’Aula dei Camera dei deputati ha approvato il 3 novembre la legge Zan per il contrasto della discriminazione e della violenza per motivi legati al sesso, al genere, all’orientamento sessuale e all’identità di genere (“omotransfobia”). Un piccolo, grande successo umanitario da salvaguardare per non fargli fare la fine di tante altre leggi in Italia. Soprattutto in virtù delle reazioni di certi rappresentanti politici, fra bavagli e cartelli di dubbio senso (“Libertà?”, ma ‘o vero fate?), e dal richiamo vagamente ku-klux-klaniano.

Cosa c’entra Nun je da’ retta Roma in tutto questo corollario di eventi della settimana, detti e anche tralasciati? La poetica di questo stornello è racchiusa tutta nel dialogo fra Mario Cavaradossi (Gigi Proietti) durante la sua ora d’aria e la Città Eterna. Un invito alla ribellione, a “pja er cortello” (metaforicamente) e andare contro le ingiustizie “der monno”, cambiare le sorti di un futuro incerto. Come quello che ci aspetta fuori la porta ogni giorno, ormai da quasi un anno. L’unica richiesta che ci viene mossa, è quello di non lasciare inascoltata quell’invocazione, di non osare un atteggiamento attendista – con la scusa de “La gatta presciolosa fece li fiji ciechi” – nella speranza che le cose migliorino da sé. Qualche responsabilità in più me sa che tocca prendersela.

(L’ultimo pensiero, naturalmente, va anche a Stefano D’Orazio, lo storico batterista e autore dei Pooh scomparso ieri sera. Non perché io sia mai stato un fan, ma tra amanti della musica e musicisti – di successo e non – si usa spesso un certo rispetto che supera le divergenze artistiche. E poi, per imparare ad apprezzare il tempo non è mai tiranno. Per questo colgo l’invito di un vecchio amico, e suggerisco anche a voi questa “bonus track” di fine articolo: La ragazza con gli occhi di sole – 1988).

Jacopo Ventura