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Soundtrack of the week: Johann Sebastian Bach – Suite n° 3 in re maggiore BWV 1068 (1730)

Raggiungere l’apice e toccare il fondo, contemporaneamente. Capita così di osservare il trascorrere dei giorni, farne parte in qualche modo “recitando il proprio ruolo”, e trovarsi poi a riflettere sulla relatività temporale della nostra realtà. Soprattutto di fronte al disagio generato da quella schizofrenia generale che, pandemia o meno, sembra proprio non volersi staccare dalla nostra cosiddetta società civile. Da una parte abbiamo l’apice dell’età barocca, che potremmo dire raggiunto attraverso la musica dalla composizione di J.S. Bach (la terza di un’intera suite orchestrale); dall’altra una realtà contemporanea che, a riprova della miseria che si porta dietro, ci costringe a rinunciare all’arte, e ci priva quindi di goderne in maniera genuina, farne strumento di crescita umana, ed anche ragione di studio, confronto, integrazione del proprio background culturale. Le domande a questo punto potrebbero essere: occorre individuare le cause di tutto questo gigantesco deficit per riuscire a porvi rimedio? Oppure ne siamo ben consapevoli già da tempo e dovremmo semplicemente agire, lavorarci su per provare ad essere migliori?

Tra ritmi puntati, arpeggi e abbellimenti vari possiamo, nel frattempo, scivolare su alcuni del momenti salienti della settimana che sta volgendo al termine. Come, ad esempio, l’esito delle elezioni americane che, senza nulla togliere al vecchio Joe Biden, hanno visto i riflettori spostarsi gradualmente, sempre di più sulla figura di Kamala Harris. La prima donna di colore (madre indiana e padre giamaicano) a raggiungere la vicepresidenza, distintasi negli ultimi mesi per il suo curriculum (procuratrice distrettuale per due mandati di San Francisco, senatrice nel 2016), le sue sneakers e la performance durante il confronto con Mike Pence (“Mr. Vice President, I’m speaking”). Forse davvero la Harris deve il proprio successo alla sua ambizione, guidata dalla voglia di rendere l’America un posto migliore. Specie se ad affossarlo ci hanno pensato personaggi come Trump. Quello che si affaccia ora al resto del mondo è un paese rabbioso, frustrato, confuso sul senso di quel famoso “sogno”, perso nei valori più bassi della natura umana (razzismo, maschilismo…) e piegato dalla paura del proprio futuro incerto. Toccherà sicuramente a Biden convincere non solo i cuori in festa dei suoi elettori, ma soprattutto quelli dei meno convinti cugini repubblicani. Nel frattempo, ci pensa Kamala Harris a risvegliare forza e speranza nell’anima pulsante dei giovani, con una frase che è già uno slogan: Dream with ambition”.

Rimanendo, seppure virtualmente, in America, tocchiamo il secondo argomento più gettonato della settimana: il vaccino anti-Covid sviluppato congiuntamente dalla Pfizer e BioNTech. Una soluzione (attribuita alla coppia di dottori Ugur Sahin  Ozlem Tureci) che durante la fase 3 di sperimentazione è risultata efficace nel prevenire il 90% delle infezioni, e apre una piccola finestra di sollievo e speranza sul resto del mondo, sempre più piegato dall’emergenza sanitaria. Qualcuno ha già puntato il dito contro il colosso farmaceutico di Albert Bourla (“dittatura”), altri seguono l’entusiasmo del ministro della Salute tedesco Jens Spahn (“Possiamo essere ottimisti”) e del super esperto americano in malattie infettive Anthony Fauci (“L’efficacia del vaccino Pfizer è ‘straordinaria’”). Noi comuni mortali possiamo solo restare nell’attesa, provare a renderla oggi un po’ meno snervante, accompagnarla con comportamenti più responsabili, magari provando anche ad immaginare non tanto un “ritorno alla normalità di prima”, ma qualcosa di meglio.

Naturalmente, anche in Italia la notizia sul possibile vaccino è stata accolta attraverso le parole del ministro della Salute Roberto Speranza (Le notizie di oggi sul vaccino anti covid sono incoraggianti…”). Giusto in tempo, prima che il delirio rischiasse in questa settimana di andare ben oltre il trash simil Barbara D’Urso (mi riferisco ovviamente ad Angela Chianello e i suoi sogni di influencer sull’onda di “non ce n’è coviddì”), fino a scatenare episodi come quello dell’ormai ex presidente di InnovaPuglia, Giuseppe Tiani (la sponsorizzazione del “suo” ciondolo anti-covid a cationi è qualcosa di paragonabile alla migliore Wanna Marchi, con la differenza che gioca sulla salute e non sulla ingenuità della gente). Nel frattempo i contagi non si arrestano, le regioni passano da un colore all’altro (conseguenza anche dei dati diffusi singolarmente e, sembra, poco attendibili), e il rischio di un lockdown generale resta nell’aria, sebbene il governo cerchi in tutti i modi di scongiurare l’ipotesi.

Qualcun altro, invece, sceglie di dilettarsi in post celebrativi per aver individuato e denunciato, grazie al lavoro svolto dal nucleo dei NAD della Polizia Locale di Roma Capitale (in collaborazione con le forze dell’ordine di altri paesi europei), il writer famoso da Lisbona fino in Grecia col nome di GECO. Artista o criminale? La risonanza dell’evento ha sicuramente sollevato i dubbi di molti, specie di chi la mena con discorsi come il “decoro urbano”. Verrebbe da chiedersi allora secondo quali dettami un gesto possa essere ritenuto artistico, ma il rischio sarebbe di processare il concetto stesso di street art. Quel che è evidente è la fatica enorme che ancora si fa nel considerare o meno il “graffito” un’arte capace di raccontare pienamente la nostra contemporaneità. E anche la rapidità con cui lo si considera un atto criminale, tranne nel caso in cui venga commissionato dalle istituzioni reggenti.

Restiamo, alla fine di tutto, noi e le nostre opinioni riguardo tutto ciò su cui quotidianamente la nostra attenzione si posa o si lascia pilotare. Poca roba forse per molti di noi, ma che può, sui binari del reciproco confronto, permetterci di raggiungere una nuova forma di contatto (visto che per quella autenticamente fisica dovremo ancora aspettare tempi migliori), generata dalle nostre menti e dalle nostre emozioni. Qualcosa che rimanga nel tempo, che non venga snobbata come l’importanza di un abbraccio (ora che ne siamo stati privati) e produca effetti costruttivi, sviluppi una coscienza nuova e più comunitaria.

Sugli ultimi secondi dell’opera di Bach, saluto Nacho, violoncellista incontrato a Roma fuori l’uscita della metro, che sul finire di questa settimana mi ha regalato una mattina d’autunno colorata proprio dalle note della meglio conosciuta “sigla di Superquark” o erroneamente da altri come l’“Aria sulla quarta corda” (attribuita ad August Wilhelmj). Senza, naturalmente, prendermela con i poliziotti che, legati dalle trame subdole del loro dovere, non hanno potuto far altro che interrompere il ciclo di bellezza nel quale cercavamo di lasciarci andare io ed altri passanti. Peccato, proprio sul principio di una delle mie arie preferite: “Lascia ch’io pianga” di Georg Friedrich Händel.

Jacopo Ventura