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Soundtrack of the week: Iron Maiden – Fear of the dark (1992)

Cresce la paura. Crescono i numeri del contagio (20 mila in Italia). Cresce la confusione e l’incertezza di fronte alle azioni dei governanti. Cresce la rabbia e l’insofferenza di fronte all’ipotesi di un nuovo lockdown.

Serviva, di fronte a queste costanti, una specie di canzone-rimedio, un feticcio contro quell’idea di oscurità alla quale ci affacciamo ogni giorno dall’inizio della pandemia. Serviva una cavalcata metal come Fear of the dark, traccia omonima e di chiusura di quel prestigioso album degli Iron Maiden pubblicato nel maggio del 1992. Ma se al tempo la band heavy britannica si serviva di espedienti letterari per descrivere un’atavica “paura dell’ignoto” da parte della nostra società, oggi quei suoni rispettano più l’eco di qualcosa di cui possediamo una conoscenza minima, ma (a quanto pare) sufficiente da permetterci di cogliere solo l’aspetto negativo della situazione generale.

Ad aprire le danze di quest’ultima, turbolenta settimana è stato sicuramente il nuovo Dpcm emanato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che, fra le raccomandazioni di sempre e i tentativi di preservare (seppure in maniera goffa) la scuola e il lavoro, ha restituito – fra le altre cose – abbastanza potere ai sindaci delle ragioni da permettere loro l’adozione di forme estreme di contenimento degli assembramenti cittadini, attraverso la dittatoriale formula del coprifuoco. A farsi pioniere dell’iniziativa è stato, ancora una volta, il presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca, che con toni perentori e lastre mediche alla mano ha ben pensato di fomentare attraverso la paura il crescente malcontento dei napoletani, che (come era prevedibile) sono scesi in piazza venerdì sera a protestare (lasciando in parte credere che dietro ci fosse lo zampino di ultrà destrorsi e camorristi).

Ma se l’incomunicabilità dei nostri governanti viene considerata ancora il vero motivo del record di contagi raggiunto (dimenticando, come sempre, la proporzionalità diretta con il maggior numero di tamponi eseguiti dal mese scorso), ecco riaffacciarsi Conte con la “migliore delle idee” possibili: chiedere ai Ferragnez di lanciare un appello ai giovani, invitandoli ad osservare le regole di igiene e distanziamento sociale atte a preservare la salute di tutti. Un gesto che ha del tragicomico, se ci si ferma a pensare che – davvero! –  questo paese è giunto a pendere dalle labbra dei suoi influencer, piuttosto che da quella dei suoi rappresentanti politici (un naturale segno dei tempi, certo; ma provate a farvi un giro sulla classifica aggiornata al mese scorso delle personalità più influenti e capirete perché dovremmo “spaventarci”!).

E se volessimo trascinarci ancora appresso il carro da parata delle celebrità social, ci basta scivolare in quel mondo del calcio del quale non ci sembra proprio di poter-fare-a-meno-cascasse-pure-un-meteorite. Di fronte alla crescita costante dei casi di Covid fra gli spogliatoi, infatti, sembra che qualcuno abbia voluto nei giorni scorsi arrogarsi il diritto (più o meno consapevolmente) di irridere la situazione globale attraverso vignette satiriche di dubbio gusto (Roberto Mancini) o utilizzando semplicemente toni sfrontati di fronte ad autorità competenti perché-la-mia-immagine-di-star-mondiale-me-lo-permette” (Cristiano Ronaldo). Per fortuna, di contro, abbiamo anche esponenti prestigiosi del mondo dello sport come Federica Pellegrini, che davanti all’esperienza diretta reagiscono in maniera più umana e si fanno portavoce della prevenzione attraverso i social.

“La cultura ci salverà”, si sentiva ogni tanto dire in giro, nei tempi andati. Ora per le strade, invece, sembra alzarsi più la richiesta di un esercito controllore, visto che, a quanto pare, non siamo capaci a disciplinarci da noi. Ma il rischio, qui, finiremmo solamente con l’invischiarci in quell’enorme pantano di diritti e doveri storicamente ancora ristagnante e caldo dei suoi effluvi nauseabondi.

Oggi, però, quel retrogrado concetto di cultura può ancora esserci utile per tornare a vedere la piccola luce in fondo al tunnel, in attesa della cavalcata finale al ritmo di Steve Harris e soci. La borsa di studio intitolata a Willy Monteiro (“La cultura contro la violenza”, riservata a studenti capoverdiani), la didattica ai balconi per i vicoli di Napoli escogitata dal maestro Tonino Stornaiuolo, i cent’anni dalla nascita di Gianni Rodari (di cui non bisogna mai stancarsi di leggere ai bambini) e, non ultimo, la tenera storia d’amore fra Lea Vergine ed Enzo Mari, morti a meno di 24 ore di distanza l’una dall’altro a causa del coronavirus.

Sì perché – senza retorica falsa e spicciola – c’è davvero un gran bisogno in giro di fulgidi esempi di umanità, necessari per poter proseguire in questa selva oscura che stiamo ancora attraversando. E non è affatto banale constatare che (ancora una volta) tornino proprio i sentimenti e i valori umani più genuini a rischiararci la via.

Un pensiero finale va, naturalmente, anche ad Alfredo Cerruti degli Squallor, gruppo rock demenziale del quale (purtroppo) non abbiamo ancora saputo fino in fondo assimilare la lezione musico/satirica. Necessaria, oggi più che mai, per un paese come il nostro che continua a prendersi troppo sul serio, e nei momenti più sbagliati.

Jacopo Ventura