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Soundtrack of the week: Elio e le storie tese – La terra dei cachi

Elio e le storie tese – La terra dei cachi (1996)

Raccontare le fasi salienti di una settimana “tipicamente” spesa fra lavoro, bombardamento mediatico, rapporti sociali e covid-19 potrebbe risultare meno banale di quanto non sembri. E, personalmente,  confesso di avere tentennato non poco rispetto alla scelta finale di una colonna sonora adeguata. Serviva, innanzitutto, un/una protagonista assoluto/a, e altri non poteva essere per me che la cara, vecchia “Italietta”. Di conseguenza, una volta escluse le dediche melense alla Mino Reitano o il cinismo goliardico alla Caparezza, i titoli di coda della settimana appena trascorsa sono stati presto affidati agli Elii e alla loro super hit degli anni ’90.

Perché è stata innanzitutto la settimana del referendum costituzionale e delle regionali, dove ancora una volta siamo stati chiamati ad adempiere ai nostri doveri (o era diritti? Boh!) di cittadini liberi in libera democrazia. E già questo basterebbe a farci fare sopra una risata, visto che – stando all’animosità con la quale ci siamo adoperati solamente per un sì o per un no – noi ne siamo usciti fuori per l’ennesima volta ritratti come dei “disfunzionati mentali”, mentre attorno la situazione politica generale (divisa fra una destra che starnazza e millanta meriti che non possiede, i 5 stelle che perdono sempre più gradimento e una sinistra sempre più accartocciata su se stessa) continua a farsi sempre più confusa e irritante.

Ma non finisce qui: ad aggiungere ulteriori risate ci pensano il caso di Luis Suàrez – che in un colpo solo ha calato giù un poker di lusso, fra questione migranti, disuguaglianze sociali, meritocrazia e questioni etico/morali – e, quasi direttamente connesso, la “fregola” di lobbisti e piccoli Paperon de’ Paperoni nel riaprire a tutti i costi gli stadi (ché tanto “non ce n’è coviddi”!) a un pubblico di almeno 1000 individui.

A chiusura di questi highlights settimanali ho voluto riservare un posto speciale all’orgoglio nazionale made in Sergio Mattarella – merito della sua sviolinata al primo ministro inglese Boris Johnson (anche se sul tema della libertà c’è da andarci moooolto cauti!), e alla nuova stagione di XFactor, tanto per cominciare a buttare giù un’analisi rispetto alla attuale salute artistica della cara, vecchia “Italietta”. Sì, perché il super show importato circa 12 anni fa dal Regno Unito, non riesce a spiegarci già con la seconda puntata le ragioni per cui anche quest’anno dovremmo seguirlo. Qualcuno ha dichiarato esserci un maggiore spazio di carattere “autoriale”, ma la sostanza rimane la stessa, con i concorrenti in gara che vanno ancora una volta sul sicuro senza correre rischi. Gli imperativi assoluti restano, infatti, quelli di “propinarci” sound supercommerciali e già sentiti, oppure puntare su una presuntuosa veste eclettica che con la musica ha poco o niente a che fare. Decretando, ancora una volta, come unico vero vincitore dell’ormai storico talent show (a dispetto di qualità e novità) il “dio dell’intrattenimento”.

(Doveroso, e con una menzione solenne a piè di pagina, il ricordo – sebbene ancora troppo sordo – a Federico Aldrovandi, Rossana Rossanda e Giancarlo Siani).

Jacopo Ventura