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Soundtrack of the week: David Bowie – I’m afraid of americans (1997)

David Bowie – I’m afraid of americans (1997)

Il bombardamento mediatico, come è ben risaputo, osserva una logica molto specifica, e che raramente ha a che fare con il diritto all’informazione. Mi riferisco, ovviamente, alla “teoria dell’agenda setting”, per mezzo della quale le notizie propinateci sui giornali piuttosto che in tv (internet, curiosamente, è solo il terzo mass media considerato) devono osservare un certo grado di “notiziabilità” per poter consentire ai capitalisti della comunicazione di tenere sotto controllo emozioni e reazioni del comune cittadino globale. Una premessa, questa mia, doverosa per far presente al lettore che il resoconto settimanale di cui ci siamo fatti carico già dalla volta scorsa non si lega a una ricerca certosina delle news, ma molto più semplicemente a un elenco abbastanza fedele di quelle che i media hanno ritenuto dovessimo considerare per il “quieto” procedere delle nostre vite. Raccontandole, nel nostro caso, con la colonna sonora più adatta, di volta in volta.

Questa settimana la scelta è caduta quasi spontaneamente sul singolo realizzato già nel 1995 (ma solo due anni più tardi pubblicato nell’album Earthling) da David Bowie e Brian Eno, con la complicità di Trent Reznor e dei suoi Nine Inch Nails. I’m afraid of americans, perché a chiudere il mese di settembre ci ha pensato il primissimo faccia a faccia televisivo fra Donald Trump e Joe Biden. La consueta corsa alla presidenza degli USA da parte di repubblicani e democratici si è già contraddistinta per la mole di insulti, parolacce e interruzioni sfoggiati dal ciuffo biondo più famoso degli ultimi 4 anni. E viene spontaneo domandarselo: come si comporteranno stavolta gli americani? Il muro messicano, la maggiore disponibilità di armi “per la difesa personale”, il razzismo (già esistente) fomentato anche all’indomani della morte di George Floyd e alla conseguente nascita del movimento Black Lives Matter, lo sprezzante valore attribuito alle donne nella società (“Quando sei una star puoi far loro quello che vuoi”, 2016), il negazionismo rispetto all’emergenza sanitaria globale. Insomma, quando il prossimo 3 novembre 2020 gli americani saranno chiamati a votare il loro 46° presidente, di cosa si ricorderanno (o dimenticheranno)?

E se allargassimo il raggio d’azione del brano firmato dal Duca Bianco e dal musicista britannico classe ’48, potremmo dirci preoccupati anche qui, a casa nostra. Perché siamo riusciti, in quest’ultima settimana, a scivolare dal body shaming di Vanessa Incontrada al caso Jonathan Galindo, all’omicidio di Lecce (Daniele De Santis ed Eleonora Manta), alla sentenza emessa in merito alla morte di Marco Vannini con la stessa facilità con la quale una casalinga annoiata sfoglia le riviste durante la messa in piega dal parrucchiere. Se dovessimo dar retta alle reazioni in seconda battuta, quelle meno di pancia, il quadro generale che se ne ricava non è dei più rincuoranti, poiché delinea il profilo di un paese così ignorante e umanamente retrograda da continuare ad incastrarsi in tematiche come i canoni della moda e della bellezza (corpo palestrato o “rilassato”?), ma solo se riguarda esclusivamente la donna. Oppure, incapace di sbrogliare la matassa che ancora ci porta a confondere tra di loro “giustizia e giustizialismo”, con risultati a dir poco imbarazzanti e, spesso, rabbiosi. O, ancora, distratto (o menefreghista) al punto tale da non curarsi degli effetti che il web esercita sulle giovani generazioni senza un adeguato controllo (che per logica dovrebbe attuarsi già all’interno delle mura domestiche). Con conseguenze tragiche, se si pensa al bambino 11enne di Napoli morto suicida 3 giorni fa.

Una settimana sotto certi aspetti “povera”, che ha costretto l’agenda setting di cui sopra a ripiegare persino sul tema dell’aborto, tornato in auge (insieme al conseguente pseudo-femminismo) dopo la “scoperta” di feti sepolti al Cimitero Flaminio di Roma, con tanto di nome e cognome delle proprie madri sulle croci bianche.

Nel frattempo, i numeri del contagio da Covid-19 crescono insieme alle pretese di chi questa estate gridava sfacciatamente “non ce n’è coviddi!”, i danni dell’inquinamento globale passano quasi in sordina (fra il Climate Clock di New York e gli elefanti dello Sri Lanka costretti a procacciarsi il cibo fra le montagne di rifiuti), e la situazione migranti rimane ancora una volta sospesa per  scarso interesse di massa (tranne quando c’è qualcuno che ne fa argomento di propaganda becera nei suoi comizi).

I’m afraid of the humans.

Jacopo Ventura