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RECENSIONE: Still on my mind – DIDO

Dopo sei anni di assenza, Dido ritorna con “Still on My Mind”, quinto album della sua ventennale carriera, nonché espressione di un’artista capace di reinventarsi e di affascinare, veterani e non. L’esilità della sua voce ed il suo dream pop, uniti alla sobrietà della sua immagine, l’hanno resa una delle principali esponenti della scena musicale del ventunesimo secolo, nonostante la tiepida accoglienza riservata alle pubblicazioni più recenti. La cantante si racconta in un disco, notevolmente denso dal punto di vista testuale, che risente dell’arrivo della maternità, a metà fra sperimentazione e produzioni più datate, libero dall’ostinata esigenza di adeguarsi alle tendenze musicali contemporanee.

Ad introdurci in questo viaggio melodico-spirituale, è “Hurricanes”, nata dalla commistione fra alternative rock ed elettropop, cui risponde un dualismo propriamente emotivo: Dido guarda all’imprevedibilità degli eventi con coraggio, affrontando la rabbia, derivante dall’inespresso, e correndo il rischio di cedere ad essa. La seconda traccia è “Give You Up”, intensa piano-ballad, che riflette lo stato d’animo di una donna, che affronta la fine della sua relazione amorosa, scorgendo in essa non un fallimento esistenziale, ma un’opportunità per maturare, per approcciarsi con maggiore consapevolezza alle relazioni umane. Il processo non è immediato perché la mente è attraversata dalla folla dei ricordi (“Ho una tua foto che copre le crepe sul muro, ma le tracce non svaniscono. Non pensavo mi saresti mancato.”), ma è necessario affinché il dolore divenga un punto d’inizio.

Si passa, poi, ad “Hell After This”, probabilmente una delle tracce più sperimentali e riuscite dell’album. Il beat hip-hop rende il brano estremamente catchy e, benché possa quasi sembrare una produzione di Timbaland, saltata fuori dal 2006, l’esperimento non risulta anacronistico. Il testo non conserva la patina di malinconia, appartenente alle tracce precedenti, non è pretenzioso, ma sa essere accattivante ed adatto all’atmosfera che si viene a creare.

La quarta traccia è “You Don’t Need a God”, downtempo alternative pop, in cui Dido si concede alla forza dell’amore, che impersonifica, infondendo nell’amato le sue fiduciose aspettative (“Non ti serve un dio da pregare, sono qui. Non ti serve un dio per stare qui fuori.”); segue “Take You Home”, altra traccia impegnativa, che ricorda la post-disco music degli anni ’80, ma soprattutto la ribellione giovanile di quel decennio di grande evoluzione comunicativa e sociale, in cui la vita notturna diveniva una dimensione magica, una dolce fuga.

Con “Some Kind of Love”, però, le luci si spengono. Dido si denuda e con voce e chitarra sembra guardare all’adolescente che è stata ed alla donna che è diventata: la nostra essenza è immune al tempo, benché esso ci conduca in sentieri sempre diversi e mai troppo lineari. Possiamo perdere ciò che amiamo, ma non possiamo smettere di amare. Il dialogo della cantante britannica con se stessa prosegue con la delicatezza elettronica di “Still On My Mind”: senza tradirsi, Dido si affaccia alla vita, cade e prontamente si rialza, si smarrisce e ritrova se stessa. I ricordi sono nitidi e sono una guida autentica, oltre ogni limite temporale e spaziale. L’ottava traccia è “Mad Love”, downtempo elettropop, che potrebbe avere fortuna nelle radio europee, magari accompagnando un cocktail al tramonto, per il quale risulta, paradossalmente, meno indicata la traccia successiva, “Walking By”, inspida piano ballad, che rallenta l’ascolto di un disco non facile nella sua eterogeneità.

Sulla scia del synth pop, che ci trasporta nuovamente sulla nostra spiaggia ideale, arriva “Friends”: il senso di autorealizzazione della cantante è la risposta a tutti coloro che non hanno creduto nelle sue potenzialità e che hanno tentato, meschinamente, di riconquistare la sua fiducia fra i bagliori della fama. Il segreto del suo successo non risiede nel compimento della vendetta, ma nella sua caparbietà e nella sua onestà. Segue “Chances”, penultima traccia, che richiama, ancora, la necessità di ricominciare, metaforizzata dall’attesa di un’alba, e di rendere il futuro libero da conflitti non sopiti. Chiude il disco “Have to Stay”, brano che Dido dedica a suo figlio, rievocando i momenti che hanno caratterizzato la sua crescita e promettendo di restare al suo fianco fino a quando la sua presenza sarà fonte di conforto.

VOTO: 7/10

Vincenzo Parretta