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#NetflixAndMusic: I migliori documentari sulla musica, ep. 2

Bentornati alla nostra rubrica dedicata al rapporto tra musica e Netflix, la più famosa piattaforma di streaming online al mondo. Come scritto la settimana scorsa, in questa rubrica settimanale abbiamo deciso di elencarvi, in ordine crescente, i cinque migliori documentari incentrati sulla musica che Netflix stessa ha deciso di produrre e rendere disponibili sul catalogo italiano della piattaforma, così come classificati sulla piattaforma IMDb.

Nel primo episodio vi abbiamo presentato il docufilm di Liz Garbus dedicato alla mai dimenticata Nina Simone; oggi, invece, passiamo ad un “affare di famiglia” in salsa black music. Cosa intendiamo? Andiamo a scoprirlo.

#4 : Quincy (2018), 7.6/10

“Sono troppe cose, due ore non ti bastano”: questo è quanto Quincy Jones ha detto alla figlia Rashida quando quest’ultima ha proposto al padre un documentario per raccontare i fatti salienti della sua vita e della sua carriera. Come dargli torto, in fondo: più di 2900 brani, 300 album, 51 film e serie tv portano il nome di Quincy tra i titoli di coda, a volte come compositore, altre come produttore; come produttore ha firmato Thriller di Michael Jackson e la traccia We Are The World, rispettivamente album più venduto di sempre e singolo più proficuo di sempre in termini di beneficenza. Già questi dati e numeri esorbitanti dovrebbero essere necessari ad attirare la curiosità di chi (ancora) non conosce uno dei padrini della black music, che si racconta meglio e a fondo in questo docufilm dallo sguardo molto intimo, firmato da Alan Hicks e dalla figlia Rashida Jones.

La sensazione provata durante e dopo la visione del documentario è quella che, dopo la nascita di Quincy nella Chicago degli anni ‘30, qualcosa nel mondo della musica sia cambiato per sempre, grazie a quanto Quincy stesso ha portato e regalato a questo mondo. Dopo quell’inizio come giovane trombettista di talento (mal pagato) nella banda di Louis Hampton, di acqua sotto il ponte di casa Jones ne è passata tantissima: ciò che ha raggiunto oggi questa leggenda vivente di 87 anni è il rispetto incondizionato di colleghi e rappresentanti del mondo dello spettacolo, del cinema, dello sport e della politica. Dai rapper alle popstar, da Will Smith a Dave Chapelle, da Barack Obama a Kareem Abdul Jabbar, ogni grande esponente della storia moderna afroamericana paga il proprio tributo, fatto di gratitudine e rispetto, all’artista e soprattutto all’uomo Quincy Jones.

La pellicola racchiude abilmente la maggior parte delle esperienze più significative della vita di Quincy, a partire dai successi professionali, tra innovazioni e rivoluzioni, passando per il lato imprenditoriale, gli impegni umanitari e politici e la voglia di sponsorizzare ed aiutare nuovi talenti ad emergere nel difficile mondo della musica. In tutto ciò, non viene lasciata in disparte neanche la vita privata, tra 7 figli, 3 matrimoni e problemi di salute che non hanno mai abbattuto questa colonna portante della musica moderna.

La parte migliore del docufilm è forse il fatto che vita e carriera di Quincy vengano raccontate non solo attraverso video, musica ed immagini, ma anche dalla voce narrante di Quincy stesso, che si lascia andare ad alcune riflessioni di altissimo spessore; su tutte, spiccano sia la convinzione che la black music abbia un fil rouge che colleghi il bebop al rap e sia una delle affermazioni che meglio racchiudono la personalità e l’estro di un genio moderno, cioè il rifiuto di una categorizzazione troppo stringente della musica in “generi” e la divisione in due sole categorie: la musica fatta bene e quella fatta male.

Per concludere, si può affermare che forse Quincy aveva ragione: troppi eventi, troppe persone e troppo di troppo è successo nella sua vita per poter ridurre tutto a due sole ore. Va comunque dato un grandissimo merito alla figlia Rashida per questo ritratto preciso e così personale di quello che è probabilmente uno dei geni più incredibili della storia della musica.

Christian Settecerze