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“NAPOLI GOOD VIBES”: MAHMOOD in concerto a Pozzuoli

Dopo il successo di “Soldi”, brano vincitore della 69esima edizione del Festival di Sanremo, Mahmood è partito col “Good Vibes Tour”, a supporto del suo debut album, “Gioventù bruciata”, ed è approdato al Duel Club di Pozzuoli (NA) il 3 Maggio. Si tratta del primo live campano dell’artista e del terzo sold out fin ora registrato.
La location non tarda ad affollarsi e fra luci blu e fasce svolazzanti intravedo volti giovani e meno giovani: in prima fila una bambina, una coppia di trentenni poco dietro di me e miei coetani, che sono a metà fra un liceale ed un laureando.

Poco dopo le 21:30, inizia il live, che si apre con “Africa”, brano inedito ed al momento privo di una studio version, che trasporta ed affascina il pubblico, proiettandolo nella dimensione del “Morocco-pop”, (termine coniato dallo stesso Mahmood), costellata da pop, hip hop, urban e dance hall arabeggiante. Il “cuore dimenticato” del cantante ha bisogno di poesia e canta tutta la sua irrequietezza attraverso un disco che porta via la voce e la stanchezza, dovuta all’interminabile attesa sotto il cielo plumbeo e decisamente “poco partenopeo” che mi sovrastava fuori dal club.

Il leitmotiv di “Gioventù bruciata” è la malinconia, che si esprime attraverso l’amore per Milano, definita “un bellissimo deserto” in “Milano Good Vibes”, e per un’Africa mai troppo distante dall’approccio di Mahmood alla quotidianità, oltre che alle tendenze artistiche: il binomio mancanza-presenza, che a tratti mi sembra evocare l’accoglienza della nostalgia di “Montedidio” di Erri De Luca, attraversa le successive “Mai figlio unico”, “Sabbie mobili”, “Anni 90” e “Il Nilo nel Naviglio”; le soul vibes di quest’ultima, in particolare, sembrano strizzare l’occhio alla più recente H.E.R. e rendono il brano assai efficace nella sua versione live

Mahmood naviga fra potenti giri di basso ed un flow decisamente intrigante, fra la rabbia, scandita dalla batteria, e le crepe di una vita, che profuma, però, anche di resistenza e di coraggio, come accade in “Remo” ed “Uramaki”, che arde in “Gioventù bruciata”, preceduta da virtuosismi in arabo, in cui, nuovamente, Mahmood ripercorre il rapporto conflittuale col padre (“Che ne sanno loro delle partenze? Se gli addii fossero di moda, forse saresti primo in tendenze”), inaugurando un flashback che esplode nella smash hit “Soldi”, proposta per ben due volte, e, conseguentemente, nel fragore del pubblico e nel celebre “clap-clap”, il cui raggio di diffusione si amplierà grazie alla partecipazione “Eurovision Song Contest 2019”.

Si passa, poi, a momenti di considerevole pathos, di cui la struttura di un piccolo club è senz’altro complice: Mahmood, seduto al piano, propone “Dimentica”, brano con cui ha partecipato al “Festival di Sanremo”, nel 2016, nella sezione “Giovani”. Concepito nella folla di una metropolitana, “Dimentica” parla paradossalmente di solitudine, di una vita che scorre lenta, il cui racconto è imperniato sull’artificio dell’allitterazione nel ritornello.
Ultima, speciale, menzione spetta ad “Asia Occidente”, lucente diamante nella promettente discografia di Mahmood, un ossimoro singolare che accosta due realtà geografiche a due amanti, oramai troppo lontani.

Mahmood ha dimostrato di essere un artista carismatico, versatile, dal timbro singolare e riconoscibile, una ventata di aria fresca nel panorama musicale italiano, in cui la necessità di uniformarsi sfocia nella perdita di identità, nell’inautenticità ed, in alcuni casi, nella parodia di se stessi. Che sia questo, dunque, solo l’inizio per Mahmood, di cui sono convinto ci siano da esplorare ancora tanti altri mondi.

Vincenzo Parretta