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MAHMOOD: Gioventù Bruciata [Recensione]

Gli occhi di Mahmood, pseudonimo di Alessandro Mahmoud, ce li ricordiamo ancora.

Sì perché quell’espressione di stupore misto a meraviglia che ha seguito la sua proclamazione a vincitore del sessantanovesimo Festival di Sanremo col brano di chiara indole trap (“Soldi” ndr) rimarrà, forse, l’emblema di un ragazzo che, partendo da molto lontano, è riuscito in così poco tempo a catalizzare su di sè l’attenzione della stampa e della critica di settore.

Ma non è certamente solo e soltanto dei successi sanremesi che intendiamo parlare ma, bensì, dell’opera prima di Alessandro. Quel “Gioventù Bruciata” che, di fatto, racchiude i singoli precedentemente pubblicati nel già buono EP omonimo, per un totale di 11 tracce che, molto semplicemente, a livello musicale arrivano eccome. Tramite esse, Mahmood ci racconta infatti la quotidianità dei giovani dai 20 ai 30 anni. Una quotidianità fatta di amore, famiglia, amici, sushi e periferia.
11 pezzi, quindi. 11 differenti brani che, spaziando dall’urban pop alla trap, finiscono per concretizzarsi fra importanti risvolti melodici capaci di fondere, con assoluta maestria, il soul d’autore all’R&B più alternativo.

Prima, importante, doverosa premessa: anche se giovane d’età, Alessandro non è certamente l’ultimo arrivato in fatto di musica. Basti pensare, ad esempio, ai fortunati brani scritti per Marco Mengoni (“Hello” su tutti ndr) e Michele Bravi o, ancora, all’esperienza di X-Factor, targata 2012.
Secondo, l’espressione artistica di Mahmood porta in dote una capacità vocale importante, caratterizzata dall’ovvia mescolanza di melodie arabeggianti e trame di stampo prettamente trap che, certamente, stupiscono ed affascinano. Come certamente ad incuriosire e stimolare è il modo di cantare di questo ragazzo della periferia sud di Milano, cresciuto, appunto, con due nazioni nel cuore e, di conseguenza, due vocalità nell’ugola.

“Gioventù Bruciata” è, inoltre, un album che vanta collaborazioni importanti: prima fra tutte quella con Dario Faini, quel Dardust che era al suo fianco, in qualità di Direttore d’Orchestra, anche a Sanremo. E poi ancora Ceri, Katoo, Charlie Charles, MUUT al beat, Fabri Fibra e Guè Pequeno a condividere in questo primo lavoro, con Alessandro, microfono e testi.
Ed a proposito di testi – e partendo appunto proprio dal brano sanremese – di certo è impossibile non menzionare la capacità di questo artista di trasfigurare la parola soldi nella musica trap, conferendole però decisamente tutt’altro peso e significato.

Insomma, “Gioventù Bruciata” è un album schietto e sincero. Un album commercialmente pensato, a nostro modestissimo avviso, più per i mercati europei e destinato, quindi, a superare presto gli italici confini. In conclussione, “Gioventù Bruciata” è certamente un disco che aiuta a varcare la soglia del fantastico mondo di Mahmood e della sua “Marocco Pop”, come lui stesso è solito definire la sua musica ma, soprattutto, il suo stile di vita.

Bruno Pecchioli