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Le 12 stanze di Ezio Bosso

Più di due ore di un concerto sincero, che suscita la prevedibile ma sentita ovazione del pubblico, nella tappa di un tour che si preannuncia come un meritato successo per Ezio Bosso

Il nome di Ezio Bosso non è più sconosciuto per molti, ormai. Il trionfale passaggio al Festival della Canzone Italiana è stato la cassa di risonanza grazie alla quale l’opera del pianista, compositore e direttore d’orchestra torinese è arrivata anche al grande pubblico, come dimostrano i numerosi sold out del tour iniziato al principio di questo mese. La data al Teatro Rossetti di Trieste di quest’oggi non fa eccezione e l’affluenza di pubblico dimostra la presa e l’affetto che questo artista è riuscito a conseguire.

Complice purtroppo una febbre, Bosso si presenta sul palco con un berretto in testa che completa una mise tendente al nero e al grigio. Il compagno di una vita, il pianoforte a coda Steinway, è lì ad aspettarlo per continuare un rapporto armonioso che si consuma fin dalla tenera età di quattro anni, quando l’artista mise per la prima volta le mani sulla tastiera a scacchi. Da lì, una carriera eccellente a suon di premi e riconoscimenti, a guida di numerose e prestigiose orchestre e con qualche particolare curioso e inaspettato (è stato il bassista degli Statuto durante i primi anni di vita della formazione torinese). E l’anno scorso è arrivato a mettere la firma sul suo primo album ufficiale in studio: “The 12th Room”, un’opera di piano solo il cui concept viene spiegato a più riprese da Bosso durante l’esibizione di stasera.

Tra un brano e l’altro, il pianista fornisce introduzione e contesto per ciascuno di essi. Nonostante l’invito a rinunciare a fotografie e cellulari, non mancheranno i soliti maleducati a disattendere l’esortazione, fortunatamente pochi in una sala perlopiù rispettosa e attenta. La scaletta di stasera è tutta incentrata sui brani contenuti in “The 12th Room”, album diviso in due parti che contiene cinque composizioni inedite di Bosso ed altre che sono arrangiamenti di opere anche molto note, come alcune delle stanze e dei preludi di Bach e Chopin. Si parte con “Uncontinioned, Following a Bird (Out of the Room)“, il brano presentato a Sanremo: note di piano minimali, lunghe e appena accennate vanno pian piano a comporre una melodia malinconica prima leggera, poi sempre più impetuosa e scrosciante, che si conclude con la stessa quiete da cui aveva preso vita. È un po’ il biglietto da visita di Bosso, il brano che introduce al suo mondo. Un mondo fatto di dodici stanze, che viviamo, godiamo o subiamo durante la nostra vita, metafora degli andirivieni e delle imprevedibilità della vita. Un riferimento neanche troppo velato alle difficoltà incontrate dallo stesso Bosso, che ha dovuto imparare di nuovo da zero ciò di cui si è più imbevuto nel corso della propria esistenza, la musica.

Un album che è un inno al perdere e al perdersi, come ricorda il pianista: un concetto dalle connotazioni non necessariamente negative, ma che può sottintendere a una riscoperta delle proprie possibilità, a un guardare alla vita da angolazioni sorprendenti e inedite. Ecco come, nella poetica dell’artista torinese, la stanza diventa metafora potente, simbolo di claustrofobia ma anche di rivalsa e rivincita, una prospettiva apparentemente chiusa che dà invece accesso a un mondo di suggestioni infinite. Emily Dickinson, sua poetessa preferita, diede forma a buona parte delle sue opere migliori dal chiuso di una stanza, Chopin evitava gli spazi aperti per una terribile malattia, e così via. Per Bosso il compagno di mille avventure, il piano, diventa lo strumento col quale esprimere ogni turbamento, gioia, intenzione. In un rapporto che ha del simbiotico, Bosso si prostra sul piano, lo accarezza, lo provoca con tocchi rapidi e sfuggenti, quasi a volergli fare il solletico, per poi piombarvi sopra con tutto il suo peso e la sua voglia di fondersi con esso, arrivando a toccarlo nell’intimo, facendo vibrare le corde all’interno del corpo dello strumento, per un uso non già inedito, ma certo suggestivo, soprattutto per un pubblico forse non avvezzo a questi slanci. In questo senso, la prova del nove è la sonata che occupa l’intera seconda parte di “The 12th Room”, la “No. 1 in G Minor for Solo Piano (The 12th Room)“: un tour de force incentrato su una particolare frase riproposta più volte a diverse ottave che, giusto quando sembra sul punto di far perdere l’attenzione all’ascoltatore, prende una nuova direzione e sorprende. Quasi al termine del brano, Bosso esprime con grida e gemiti estemporanei un’urgenza espressiva che trova il proprio naturale sfogo nel pianoforte a coda, vera estensione del corpo del pianista.

Durante l’esibizione trovano posto anche riferimenti colti a giganti della sperimentazione ancora semisconosciuti a un certo tipo di pubblico, come John Cage, omaggiato con una citazione della celeberrima “4’33” e con l’esecuzione di “In a Landscape (The Smallest Room)“.

Più di due ore di un concerto sincero, che suscita la prevedibile ma sentita ovazione del pubblico, nella tappa di un tour che si preannuncia come un meritato successo per Ezio Bosso.

Eugenio Zazzara | Foto: Laura Fanfarillo