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Intervista a Francesco Tedesco: I Make Records

Continua il nostro viaggio tra le etichette indipendenti, con l’intervista a Francesco Tedesco di I Make Records.

– Iniziamo dalle domande facili: quando e come è nata la tua etichetta e, soprattutto, qual è l’idea che ti ha spinto a farlo?

 L’etichetta nasce nel 2009, sono dieci anni che pubblichiamo dischi. E’ nata come diretta conseguenza del mio lavoro di produttore. Pensai che molti artisti su cui mettevo le mani avessero bisogno di un supporto, di una squadra e delle persone con cui condividere un percorso artistico. Il mio pallino è sempre stato quello di creare una “famiglia” con la musica intorno. Un’altra ragione è di sicuro la vanità.

– Quali sono le difficoltà che hai incontrato (e che eventualmente ancora incontri) nel produrre e proporre un artista?

Non sono difficoltà, sono muri di silenzio, soprattutto in alcuni settori come la musica dal vivo e gli spazi della stampa specializzata. L’Italia fa molta fatica a far fronte a questioni di massima urgenza, figuriamoci quando si parla di una materia delicata ed evanescente come l’arte. C’è pochissima formazione, scarsa professionalità e anche un po’ di supponenza e maleducazione, fatte le dovute eccezioni.
Se vuoi continuare a fare questo lavoro, devi convivere con la seguente realtà: lavori 10 e raccogli 1, se va bene. Non è una partita alla pari. Spesso non è neppure una partita. Ti alleni tanto per una gara e poi non si presenta nessuno.

– Come vengono scelti gli artisti che entrano nella “scuderia” dell’etichetta?

E’ molto raro che faccia io il primo passo. Ascolto tutta la musica che mi arriva, che siano provini, bozze, demo, ecc., mi metto in contatto con gli artisti che più mi hanno incuriosito e, se c’è una volontà comune di lavorare e una bella intesa, può nascere un disco, un EP o qualsiasi altra cosa che ci viene in mente e che ci pare adatta al momento storico. Il più delle volte, mi scrivono perché hanno ascoltato qualcosa già pubblicato da IMR e si dicono interessati ai suoni e allo stile dell’etichetta.

– Esiste un mercato che consenta ad un artista di vivere con i proventi della propria produzione musicale?

Presumo di sì, considerato che molti artisti che arrivano dal “sottobosco”, riempiono palazzetti e grandi club. Per mia sfortuna, quasi tutto ciò che “tira”, in un certo senso, mi piace poco. Sono condannato ai piccoli numeri.
La situazione attuale è che non siamo riusciti a creare nulla in mezzo: grande pubblico e quindi decenti guadagni, oppure quasi nulla. Gran parte degli artisti emergenti non riesce neanche a recuperare l’investimento fatto per un disco. I piccoli club fanno fatica a proporre artisti poco noti, e se lo fanno, sono costretti a pagare una miseria, per via del poco interesse del pubblico alla novità.

Allo stato delle cose e dei fatti, preferisco produrre grande musica per pochi affezionati.

– Quali sono le peculiarità della tua etichetta, e perché un artista dovrebbe sceglierla?

Lo scopo principale dell’etichetta è lavorare con artisti la cui principale preoccupazione è quella di creare musica che abbia una certa personalità, che sia riconoscibile, anche e soprattutto dal punto di vista sonoro, e che contenga una sufficiente porzione di rischio. Cerco artisti appassionati e che mettano la musica in primo piano. Non sono interessato ai “fuochi di paglia” e non mi piace la musica “del momento”. Sono alla ricerca di musica senza tempo, che abbia una certa poetica, che sia longeva e trasversale. Preferisco che un artista guadagni il suo pubblico disco dopo disco, senza particolari “exploit”. Ma soprattutto evito sempre di lavorare con chi prova a fare “il salto” col primo e unico album, senza considerare neanche minimamente una crescita artistica, passo dopo passo. Cerco artisti, non coloro che vogliano diventarlo.

Davide Visca