Auditorium Parco della Musica LIVE REPORT

Il Report: Cristiano De André in Storia di un Impiegato

“Un disco anarchico che è stato preso male”, così Cristiano De André definisce l’album Storia di un impiegato. L’auditorium Parco della Musica di Roma ha accolto con coscienza, passione e dedizione una produzione che a distanza di cinquant’anni è ancora tremendamente attuale, e che finalmente ha avuto la considerazione che da subito avrebbe meritato.

Cristiano e i sui compagni di palco hanno estasiato per due ore e mezza un pubblico concentrato ed emozionato allo stesso tempo, con un arrangiamento in chiave rock di brani potenti politicamente schierati, diretti ed incisivi – frutto della preziosa collaborazione con Stefano Melone alla produzione artistica – ieri i 2000 presenti hanno vissuto sulla propria pelle, almeno per quel tempo, la pesantezza e l’importanza degli anni di piombo, del pensiero rivoluzionario, dell’utopia di un mondo migliore e del sogno dell’anarchia…

Dal canto del maggio francese riletto con suoni elettrici, alla intima Verranno a chiederti del nostro amore, che ha visto un Cristiano in solo al piano, passando per tutti quei brani che per la prima volta hanno visto Fabrizio De André schierarsi politicamente, usando un linguaggio troppo oscuro e difficile – come lo stesso aveva dichiarato in un’intervista rilasciata alla Domenica del Corriere nel gennaio del ’74 – fino alla speranza di un mondo migliore auspicato Nella mia ora di libertà.

Così è volata via la prima parte dello spettacolo.

Nell’intermezzo dell’opera rock, quasi come per far sì che le emozioni tornassero a regime, sul palco arrivava Alfredo Franchini, coautore del libro “Questi i sogni che non fanno svegliare. Storia di un impiegato, l’opera rock di Cristiano De André” insieme ad Ottavia Pojaghi Bettoni, per una breve presentazione del nuovo vestito donato da Cristiano allo storico album del padre, sottolineandone il messaggio poetico e sociale.

Poi, imbracciati di nuovo gli strumenti Cristiano e i suoi, accantonato il sound progressive-rock per cedere a quello dei classici della tradizione di Faber, hanno riproposto pezzi storici come Il Testamento di Tito, Quello che non ho, Creuza de ma e Il Pescatore, trascinando il pubblico in una magia di sensazioni e vibrazioni, totali e definitive sulla commovente Canzone dell’amore perduto, che ha visto di nuovo Cristiano esibirsi in solo al piano.

La serata di ieri è stata una celebrazione intima e potente degli ideali anarchici ed utopistici dell’animo rivoluzionario di Faber. Cristiano si è fatto portavoce del messaggio, parlando ai propri fedeli come un pastore di messe laiche.

Un tour nato per risvegliare le coscienze di chi è stato addormentato con droghe di vario genere, ma che può tornare comunque a ribellarsi.

Il sogno non è svanito. Almeno, non ancora.

Mariolina Lucidi | Foto di Copertina: Pasquale Colosimo