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Destri, il nuovo singolo di Gazzelle che di nuovo non ha proprio niente

Sono passati alcuni giorni, è vero. Cinque, per la precisione; ma prendere le distanze (in senso puramente temporale) non la reputo una cattiva abitudine. Soprattutto quando sul tavolo ci finiscono la pubblicazione di un nuovo prodotto musicale (album o singolo che sia) e, tendenzialmente, anche i primi feedback delle pagine online. Tutti, naturalmente, a favore dell’artista-o-presunto-tale di turno. Nel nostro caso specifico, mi riferisco al 25 settembre 2020, una data che ha segnato per il mercato discografico italiano il rilascio da parte di Gazzelle (al secolo Flavio Bruno Pardini) di un nuovo singolo dal titolo Destri (Maciste Dischi). Qualcuno ne ha avvertito il bisogno? Personalmente no, ma bisogna pur tener conto anche della “razza dei fan” che, probabilmente, è ancora sotto botta per la precedente Ora che ti guardo bene (15 aprile 2020).

Il main theme di questo nuovissimo e freschissimo brano indie è, ancora una volta, una storia d’amore finita, con tutte le menate del caso. Nostalgie, rimpianti, rime stirate che peggio non si può e… “destri” mollati al muro per soffocare amarezza e sensi di colpa! Nonostante il ritornello stesso reciti “non è colpa mia”, come anticipato peraltro dalla copiosa campagna di lancio (striscioni distribuiti nelle grandi città) avvenuta nelle precedenti settimane. L’ennesima storiella finita male come da repertorio fisso di Gazzelle, che musicalmente qui accenna una semplice chitarra tipica da ballad, sommersa quasi subito dal consueto tappeto di suoni campionati. Verrebbe da domandarsi, trascorsi i 3 minuti di ascolto della canzone, se le esperienze d’amore raccontate finora dal caro Flavio Bruno non siano state affrontate e vissute con la medesima flemma artistica. Nota di merito, però, ai ragazzi della Maestro Production che hanno saputo realizzare un videoclip visivamente divertente, colorato e cool dal punto di vista scenografico. Quasi uno spot pubblicitario per un nuovo paio di sneakers.

Indovinello finale: che differenza passa tra questa nuova canzone e un’altra qualsiasi di un qualsiasi gruppo o solista indie (da “indipendent”, un termine coniato negli anni ’80 e di origine inglese che, come è evidente ormai da tempo, tradotto nell’Italia degli anni 2000 significa “fatemi-fa’-soldi-subito-ve-prego”)? Risposta: nessuno. La competizione, nel più dei casi, è ormai la dèa protettrice dichiarata di questa generazione di band e cantautori, la cui sorte non si gioca certo a colpi di doti musico-autoriali, ma piuttosto a chi ha l’entourage di marketing più forte e cazzuto.

Provo a buttarla lì: e se ogni tanto provassimo a cambiare mazzo di carte e cimentarci in temi e visioni diversi da quelli suggeriti dal perenne sbando della società odierna? Certo, bisogna prima fare i conti con il sempreverde slogan di mercato “la vacca va munta finché fa latte”.

In sostanza, caro Flavio, se proprio ci tieni ad essere il portabandiera della generazione depressa 2.0 libero di esserlo. Ma occhio che la depressione diventa oggi sempre più materia di commercio, e non tutti ci stanno ad accettare ‘sta cosa. Infatti, noialtri ascoltiamo “altra roba”. Migliore, se possibile.

Jacopo Ventura