Caparezza tra Dante Alighieri ed il “Diluvio Universale”, al Rock in Roma

Quando mi avvicino in zona Ippodromo, per il concerto di Caparezza, sono più o meno le 20:30 e la fila su via delle Capannelle inizia da prima del ponte ferroviario: “Ecco qua, ci risiamo, grande affluenza, chissà ora dove frulleremo la macchina” ho pensato. Infatti, mentre io scendo e vado a prendere il mio biglietto, Federica (che è venuta per scattare le foto che trovate in questa gallery), si appresta a parcheggiare (in una via non definita del quartiere Statuario). Mentre la aspetto minacciosi nuvoloni neri arrivano dal mare, il vento sale: lampi, fulmini e tuoni mi fanno compagnia.

Fra goccioloni d’acqua che ci regala gentilmente il cielo, veniamo accolte nel parterre dalle ultime note suonate da Eugenio In Via Di Gioia special guest di questa sera.

Le persone arrivano a flotte, molti si sono attrezzati con mantelline ed ombrelli. Il parterre si riempie a vista d’occhio, e io spero che il concerto inizi con un poco di anticipo visto il tempo avverso.

Poco prima delle 21:45 inizia lo show: da dove sono posizionata, transenna esterna destra, riesco a vedere in minima parte cosa accade sul palco, fra distanza e ombrelli aperti, mi devo far aiutare dall’immaginazione.  Intravedo comunque uno scenario cyborg, con dei personaggi futuristici che calcano il palcoscenico.

Entra Caparezza, anch’esso vestito in stile “robotico”, e attacca con L’infinito.

Il pubblico, ormai fradicio, parte alla grande cantando tutto il pezzo: il clima è quello di una grande festa dove bambini (anche piccolissimi), adolescenti, ragazzi, genitori, persone di mezza età sono accomunati dallo stesso obiettivo: gustarsi il concerto, magari senza che piova troppo

Compreso che quello di Caparezza non è un semplice concerto, durante Prisoner709 (brano tratto dal suo ultimo omonimo LP) decido di spostarmi per godermi a pieno le scenografie e le coreografie, sì ho detto coreografie: infatti il palco è popolato da ballerini sin dalla prima canzone.

Dopo un rapido cambio di scenografia, e d’abito, Michele Salvemini rientra sulla scena a cavallo di Cerbero, il cane a tre teste custode dell’Ade, mostro che Dante Alighieri pone a custodia del terzo cerchio dell’Inferno. Non piove più.

La performance di Argenti vive è un duetto col Sommo Poeta, anch’esso sul palco insieme a Caparezza. A fine brano ci spiega che la messa in scena di questo tour è un’evoluzione di quella del tour passato: nel precedente “eravamo prigionieri mentali di un carcere della mente” dice al pubblico, “il mostro antropomorfo è stato annientato e ora siamo liberi. Però la libertà spesso si trasforma in una gabbia”. Dopo queste parole Dante Alighieri 2.0 (così lo chiama lui) si spoglia delle sue caratteristiche vesti e inizia il brano La mia parte intollerante.

Laser, Sono il tuo sogno eretico, Confusianesimo portano tutti a danzare, ma a danzare così tanto che il cielo la prende per una richiesta di pioggia e su Io vengo dalla Luna si scatena un mezzo nubifragio che costringe molte persone a fuggire verso l’area con tettoia all’ingresso dell’Ippodromo. In questo momento, col fuggi fuggi generale, si perde un po’ l’atmosfera da concerto e si sta più attenti a non essere presi ad ombrellate da quanti stavano andando via.

Caparezza ringrazia il pubblico che resta e spiega che ci tiene molto a fare questo concerto e tutto va avanti come da copione. Io mi defilo un pochino e cerco riparo mentre la band, i ballerini, e Micheluzzo continuano come delle spade con i brani Dalla parte del toro, China Town, Una chiave, Prosopagno sia!, La rivoluzione del sessintutto, L’uomo che premette, Goodbye Malinconia.

Come per magia il cielo si allarga, e diventa quasi sereno. Mi riaffaccio sotto il palco e parte Vieni a ballare in Puglia: a spiccare sul palco c’è un grande teschio messicano luminoso e i ballerini che gli ballano attorno sono tutti vestiti da mariachi. Inutile dire che è uno dei momenti più apprezzati dagli stoici rimasti nel parterre (e sono in molti!).

Non me lo posso permettere, Abiura di me e Ti fa stare bene chiudono la prima parte di questo complesso show.

L’encore è affidato a Il testo che avrei voluto scrivere, Fuori dal Tunnel, durante la quale anche i pini bagnati dalla pioggia ondeggiano a ritmo, e Mica Van Gogh che definitivamente chiude lo spettacolo con tanti ringraziamenti da parte di Caparezza al suo pubblico che l’ha seguito anche questa volta fregandosene del diluvio universale.

Fa piacere notare la cura con la quale è stato confezionato questo show (durato quasi due ore):

i costumi, le scenografie, le coreografie, i musicisti e le coriste… tutto organizzato a puntino e tutto riuscito molto bene. Una buona performance portata a casa con il contributo di ogni singola persona intervenuta questa sera. La qualità e il rispetto per il pubblico sono sempre da apprezzare e premiare.

Caparezza, Caparezza, che sei riuscito a creare, ti avevo sottovalutato!

Cosa mi resta adesso? Un paio di Vans celesti con le farfalline, tutte infangate da mettere subito in lavatrice. Manco fossi stata a Glastonbury…

Arianna Cacciotti | Foto: Federica Dell’Isola