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Una serata in compagnia degli Arctic Monkeys

Vedere Alex Turner conciato come Antonello Venditti degli Anni 80 e sentirlo dire “Grazie Roma” seduto dietro a un pianoforte è stato un trauma da cui non so se e quando mi riprenderò.

Ci tenevo a iniziare così.

Eppure formalmente sono qui per scrivere una recensione del concerto degli Arctic Monkeys all’Auditorium di Roma, per cui è bene sorvolare sui miei problemi di discutibili associazioni di idee e iniziare.

Inziamo.

A me Alex Turner sta antipatico.

La mia prima reazione quando lo vedo esibirsi live è sempre più o meno la stessa:

Anche meno, Alex. Non sei Elvis, non sei Josh Homme, sei un inglesino rachitico e palliduccio, per cui smettila di ancheggiare e di parlare con l’accento americano”.

Eppure gli voglio bene.

Purtroppo o per fortuna è così bravo che riesco ogni volta a dimenticare il mio iniziale fastidio e a farmi letteralmente rapire dal talento di questo ragazzetto magrolino di Sheffield.

Ovviamente è successo anche ieri.

Nonostante il look agghiacciante, nonostante l’atteggiamento da crooner consumato (a un certo punto il caro Alex ha anche abbozzato un pezzo di Mina), nonostante quelle mossette rubate senza vergogna a Josh Homme, a Alex Turner ho voluto – e voglio – tanto bene.

Non era la prima volta che vedevo gli Arctic Monkeys dal vivo, li avevo già visti a Glastonbury quando hanno fatto da headliner sul Pyramid Stage dopo l’uscita di AM e sono rimasta letteralmente fulminata: una potenza, una bravura, una precisione spaventose.

Questi 4 ragazzi non sono i nipotini (sono di poco più grande eh, quindi mi ritengo una zia putativa, non una nonna, vorrei essere chiara) molto bravi e un po’ sfigati di Sheffield che credevo, sono dei musicisti coi controfiocchi.

Questo è testimoniato anche dalla crescita non solo anagrafica ma anche artistica degli Arctic Monkeys, che con il tempo sono cambiati

Lo hanno fatto per bene, lo hanno fatto per gradi perché ogni nuovo disco conteneva gli indizi del disco successivo. Così i suoni raffinati e i testi bellissimi di AM sono sbocciati e sono diventati Tranquillity Base Hotel & Casino.

Io però questi ragazzi, li preferisco in versione coatta.

Capiamoci: va detto che Alex Turner ha tenuto meravigliosamente il palco anche nella veste di raffinato musicista e songwriter, e i nuovi pezzi dal vivo sono mille volte più belli che su disco.

“Four out of five”, ad esempio, è una bomba incredibile ed è il pezzo a cui è stata affidata, giustamente, l’apertura del concerto.

Eppure il passaggio dai nuovi Arctic Monkeys ai “vecchi” è uno schiaffo in faccia.

Uno schiaffo fortissimo.

Infatti, subito dopo ecco arrivare “Brianstorm” ed è stato in quel momento che sono stata assalita dal disagio (voi non mi conoscete, ma dovete immaginare il mio disagio tipo l’amico Armadillo di Zerocalcare, sempre accanto a me).

Il punto è che francamente non ho capito se l’arrivo dell’amico Armadillo-Disagio fosse dovuto al fatto che a me piacciono di più i brani vecchi e più coatti, o se semplicemente il paragone così immediato e violento fra i brani vecchi e nuovi, mi ha fatto pensare che i nipotini putativi di Sheffiled sono cresciuti, io sono invecchiata e che, da brava attempata nostalgica, tendo ad amare di più la musica di quando ero giovane e coatta pure io.

Non lo so.

Fatto sta che più la scaletta andava avanti più volevo bene ad Alex Turner, al punto che su “505” lo avrei veramente voluto abbracciare e dirgli “bello de zia ma ti rendi conto che hai scritto una delle canzoni più piene di tenerezza e rimorso della storia della musica moderna?”.

Ma non potevo.

Così, fra continui avanti e indietro tra brani vecchi, brani nuovi e brani ancora più vecchi, con l’amico Armadillo Disagio accanto, ho continuato a godermi un concerto bellissimo che ha raggiunto il suo apice con “Do I wanna know?”.

Su questo ultimo pezzo gli Arctic Monkeys si sono veramente superati, lasciando il pubblico in adorazione: la linea melodica è stata eseguita meravigliosamente e Turner ha cantato, quasi recitato il testo bellissimo con un atteggiamento da chansonnier consumato, che in un’altra occasione mi avrebbe infastidito (vedi sopra) ma dopo un’ora e un quarto di concerto il mio cuore di pietra si era ormai sciolto e io ho continuato a volergli sempre più bene.

L’encore è stato affidato, ovviamente, a solo pezzi vecchi e coatti (“The view from the afternoon”, “Arabella” e “R U Mine”), per far soffrire ancora di più me e il pubblico che ha riempito l’Auditorium, per la fine di un’esibizione magistrale.

In conclusione vorrei tessere le lodi della location: una cavea stracolma, il pubblico coinvolto eppure ordinato, con un’acustica bellissima e la possibilità per noi diversamente alte di stare sulle scale e goderci un concerto come il cielo comanda e come raramente (quasi mai) ci capita.

Ci ho messo un’ora per entrare ma è stato bello così.

Finisco questa recensione con una preghiera: Regà ritornate ad essere un pochino più coattelli o io finirò per sentirmi decrepita.

Federica Dell’Isola

Autore

Qube Music

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