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Tony Iommi, come nasce l’anima dei Black Sabbath

Come in tutte le leggende, dietro la nascita dell’eroe vi è una storia affascinante, per quanto cinica possa sembrare

Quando si parla di suoni curi, gotici, da giudizio universale, viene in mente un solo nome: Black Sabbath. E del gruppo padre dell’heavy metal non possiamo non citare Anthony Frank Iommi, in arte Tony, il guru del riff martellante.

Come in tutte le leggende, dietro la nascita dell’eroe vi è una storia affascinante, per quanto cinica possa sembrare. Una storia che scoraggerebbe ogni chitarrista che ha sogni di gloria.

“Avevo circa diciott’anni e lavoravo presso un’officina. Era il mio ultimo giorno e, dato che sarei dovuto partire con il gruppo l’indomani, avevo deciso di starmene a casa. Mia madre fu irremovibile. Gli impegni vanno sempre rispettati, disse. Fatto sta che la mano rimase sotto una pressa e forse, chiudendo un interruttore senza fare bruschi movimenti me la sarei cavata meglio, ma ero giovane ed inesperto e cercai di estrarla con forza”.

Iommi si schiaccia le falangi della mano sinistra perdendo i polpastrelli. L’incidente non lo ferma. Si ricostruisce le parti mancanti grazie ad un miscuglio fatto in casa di plastica e cera. Curiosa la vita. Passano pochi mesi e conoscerà Ozzy (Osbourne, ndr.). Nasce la storia.

Una storia ricca di aneddoti. Molti non sanno, ad esempio, che la chitarra più utilizzata agli inizi della sua carriera è una Fender Stratocaster (e non la Gibson, ndr.).

“Iniziai le session con quella, è vero, ma poi fusi un pickup e dato che non avevo ricambi perché non potevo permettermelo, divenne inutilizzabile. Ricordai di avere una SG, barattata con un sassofono trovato chissà dove. Entrò in campo e si rivelò subito vincente”.

Iommi, altra chicca, per un breve periodo fece parte dei Jetrho Tull, episodio immortalato nel “Rock’n’Roll Circus” dei Rolling Stones.

“Mi resi subito conto che quella non era la mia musica”, dirà in un’intervista rilasciata pochi anni fa a Paolo Battigelli (Guitar Heroes, Ritratti di 100 chitarristi leggendari, Editori Riuniti, Roma, 2002).

In termini di equazione matematica, Iommi sta ai Black Sabbath come Elvis sta al rock. E si sente in ogni disco. Per più di quarant’anni ha saputo sfornare una mole infinita di riff, da quello famosissimo di “Paranoid” a quelli dell’ultima fatica discografica, “13”.

Una volta Italo Calvino disse: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. Non so se Tony Iommi conosca queste parole, ma in modo inconscio le ha fatte sicuramente sue.

Roberto Malfatti

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Qube Music

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