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Tommaso di Giulio: Intervista

Il cantautore, quest’anno, ha deciso di bissare il successo con il suo secondo album “L’ora solare’’

L’impegno di Qube Music a favore della buona musica, non può che portarmi a parlarvi di un cantautore che merita tutta la nostra e la vostra attenzione.

Lui si chiama Tommaso Di Giulio, è un brillante artista romano, che nel 2013 ha già fatto parlare di sé molto positivamente con il suo album d’esordio “Per fortuna dormo poco” (Leave Music/Universal).

I brani contenuti nel disco, sono stati passati in più di cento radio nazionali. Tra questi “Le mie scuse più sincere” diventa la sigla di un programma su Rai Isoradio, così tra ospitate in radio e tour in tutta Italia Tommaso, quest’anno, ha deciso di bissare il successo con il suo secondo album L’ora solare’’ (Leave Music/Believe) già disponibile in digital download e su tutte le piattaforme streaming.

Avendo avuto la fortuna di sentirlo strimpellare per i locali romani, dopo essermi ascoltata tutta d’un fiato “L’Ora solare” ho onestamente subito pensato “cavolo, questo qui merita di calcare gli stessi palchi dei big”, ecco non ho fatto in tempo a pensarlo che quest’anno lo troviamo all’Indigeno Fest 2015, una meravigliosa manifestazione che si terrà il 12 e 13 Agosto al Teatro Greco di Tindari proprio al fianco di nomi del calibro di Niccolò Fabi, Levante e Dimartino.

Quando dicono che in Italia non ci sono più bravi autori di canzoni, vorrei capire dov’è che vanno di preciso tutti questi addetti ai lavori a cercare talenti.

Tommaso Di Giulio è un autore acuto e capace, che ha la dote di far calzare su arrangiamenti dal gusto impeccabile, parole e metafore geniali.

E’ capitato a tutti di far propria qualche frase delle canzoni che si ascoltano, per la loro originalità o per il trasporto emotivo… e subito dopo avere voglia di condividerla, ecco a me è successo con ogni canzone de “L’ora solare”. Così in attesa che creino l’aforismario di Tommaso di Giulio e che io possa riportare le sue perle con un cit. , l’ho invitato direttamente a farsi due chiacchiere con me, per raccontarci un po’ di cose.

– Benvenuto nella nostra webzine, sono davvero molto contenta di poter chiacchierare con te di questo splendido progetto…

Grazie, sono molto contento anche io!

– Innanzi tutto complimenti per le belle notizie che stanno arrivando, come ti senti a immaginarti lì a chiacchierare tra un cambio palco e l’altro con artisti affermati della musica italiana?

Sono molto emozionato e onorato di poter salire sullo stesso palco che uno dei miei artisti italiani preferiti, Niccolò Fabi, calcherà la stessa sera. Ho idea che saranno due giorni indimenticabili, la location di Tindari è tra le più belle che io abbia mai visto in vita mia, la line up ricchissima… Insomma non vedo l’ora.

– Abbiamo notato che prima di queste ulteriori conferme del fatto che la tua musica è molto apprezzata, nel tuo percorso hai aperto concerti a molti grandi (Franco Battiato, Max Gazzé, Marta Sui Tubi, The Niro, Mario Venuti, Irene Grandi, Marlene Kuntz, Alessandro Mannarino, Il Muro del Canto, Dente) qual è stata l’esperienza più emozionante per te?

Sono state tutte esperienze formative e divertenti, sia perché ho scoperto che dietro ai “grandi nomi” ci sono nella maggior parte dei casi persone educate e gentili che ti sanno consigliare e, all’occorrenza, riempire di complimenti (regalandoti un chilo d’autostima che di questi tempi non guasta mai). Inoltre alternare concerti in cui il pubblico viene apposta per te ed altri invece dove aspettano che tu finisca per vedere l’artista principale fa bene allo spirito, aiuta a non montarsi la testa, insegna un sacco di cose sul come porsi sopra e sotto il palco e dietro le quinte. Forse, essendo Battiato il mio artista italiano preferito in assoluto, direi che poter aprire il suo concerto e cenare con lui chiacchierando amabilmente per ore è stata una delle esperienze più belle e psichedeliche della mia vita. Augurerei a tutti, prima o poi, di poter trascorrere una cena parlando di cose diversissime tra loro, passando, senza soluzione di continuità, dalla reincarnazione, a Hegel, alle barzellette napoletane al come cucinare le melanzane con Franco Battiato, che oltre ad essere un genio è una persona di rara sensibilità, simpatia e disponibilità.

– Che invidia! Ma già nel tuo album collaborazioni con bei nomi non sono mancate, in particolare ne “La fine del dopo”. Chi c’è con te in questo brano affollato e in che modo ognuno ha dato il proprio contributo?

L’Ora Solare è un disco pieno di ospiti ed amici. In “La fine del dopo” ci sono Francesco Forni, che suona mille chitarre e ha co-prodotto il disco con me, ma anche Roberto “Bob” Angelini e la sua slide siderale, la voce miracolosa di Ilaria Graziano, il basso pulsante di quel fantasista di Gabriele Lazzarotti e la batteria espressionista di Fabio Rondanini. Inoltre c’è anche Simone Empler, tastierista fenomenale e mio amico storico. Sono tutti musicisti eccezionali ma, soprattutto, ottime persone. Si è trattato di una session sola, un pomeriggio in cui ho detto: chi vuole venire a mettere del suo in questo pezzo è ben accetto. Ci siamo tutti trovati nel bellissimo “Verde Studio” di Marco Fabi e abbiamo lasciato che l’alchimia facesse il resto. Si tratta per lo più di figure mitologiche per me, artisti maiuscoli che tra loro suonano da anni, e per me è stato pazzesco poter vedere come riescono a lasciare la loro inconfondibile impronta individuale pur servendo il progetto collettivo, la canzone.

– Ed il risultato è stato meraviglioso… Parliamo di influenze… tu definisci il tuo genere “rockantautorato” ed io credo che sia più che calzante, mi sembri un ascoltatore non statico e intrappolato in paletti di genere ben definiti, bensì alle mie orecchie sembri capace di attingere dalla musica a 360° a seconda della corda che vuoi toccare, è così?

Sì, temo che il termine “cantautore” sia ormai fuorviante. Uno pensa a chitarre acustiche scordate, qualche sfumatura di musica popolare, testi da 1 maggio e poca elettricità.

Dareste mai del cantautore a David Bowie? O anche al sopracitato Battiato o a Paul Weller e Damon Albarn?

Non credo.

Lo stesso Battisti, che amo molto, non si può definire “cantautore” in quanto i testi, come tutti sappiamo, li hanno curati Mogol e Panella e soprattutto perché la sua scrittura era molto più vicina ad un mondo anglo-americano, pur se disciolta perfettamente nel contesto della canzone italiana. Lo stesso vale per Gazzè che da sempre lavora con il fratello Francesco, il poeta che cura la maggior parte delle liriche di Max.

A me piace giocare con i generi, ne ascolto tanti e diversi durante lo stesso periodo, ecco perché può capitare che nel mio disco ci finisca la ballata acustica con il quartetto d’archi in pure stile “cantautorato” come anche il brano hard rock, l’invettiva new wave, il blues e l’elettronica.

Lucio Dalla, Ivan Graziani o Daniele Silvestri, per fare alcuni esempi, hanno sempre scelto la via di una scrittura eterogenea, libera. Nel mio caso però, credo che a lungo andare una linea “autoriale” esca fuori in maniera molto chiara, specie se si ascolta attentamente tutto l’album, in cui la scaletta funziona come un percorso preciso e coerente, una specie di lungometraggio senza immagini (o meglio: dove le immagini le mette chi ascolta).

– Sono curiosa di sapere se sei un autore fortemente autobiografico, o riesci anche ad osservare e riportare storie non strettamente legate alle tue esperienze personali…

Convivono le due cose: alcuni brani parlano di me e in molti altri, anche se uso sempre la prima persona, vesto i panni di un antropologo, un osservatore partecipante, diciamo. Ma mi piace sempre trasfigurare il più possibile la realtà, perché altrimenti per chi ascolta non ci sarebbe più il gusto di dare la propria interpretazione al pezzo e, magari, di identificarsi in questa o quell’altra canzone.

– Ora che siamo in vena di confidenze ti confesso ho amato molto il singolo che apre questo album “Dov’è l’America?”, l’ho trovato originale nel testo e nell’arrangiamento ed in grado di raccontare in una veste diversa cose già sentite altrove, il disagio che spesso si percepisce, nel non sapere che strada prendere o nel vedere la meta dei propri percorsi e delle proprie fatiche. E ho amato empaticamente anche “Meno trenta”. Ho letto che ti hanno già fatto notare che qualcosa di questo brano fa pensare alla meravigliosa “Martha” di Tom Waits, che adoro anch’io. Un super complimento visto il paragone con una leggenda della musica. Raccontami di più di queste due canzoni e a questo punto confessami la tua preferita dell’album…

Sono due canzoni a cui sono molto legato, la prima e l’ultima che ho scritto prima di registrare, guarda caso. Sono due canzoni complementari: “Dov’è L’America?” racconta l’urgenza di andarsene, “Meno Trenta” quella di tornare. In tutti e due i casi l’azione però sembra difficile, se non impossibile: sono due brani molto disillusi e amari ma con uno spiraglio di luce alla fine, e devo confessare che sono tra i pezzi che canto con maggior trasporto.

Il brano preferito? Non saprei, vado a periodi. Ultimamente mi piace molto “Universo: Ora Zero”, perché mi accorgo solo ora quanto mi riguardi nel profondo. Però, dopo una trentina di concerti di questo nuovo tour, ho notato che il pubblico apprezza molto “Spesso e Volentieri” e devo ammettere che quando c’è uno scambio energetico così forte non si può non amare un pelo di più il brano che lo permette.

– Un’ultima curiosità non essendoci, come spesso accade, un brano omonimo il titolo “L’ora solare” cosa sta a significare per te?

Sì, non sempre c’è la title track nei dischi… Il titolo sintetizza l’ambivalenza che regola l’album: se pensi alle parole “ora” e “solare” ti viene in mente un periodo di tempo luminoso o quantomeno gioioso mentre “l’ora solare” che scatta fa sì che si dorma un’ora in più ma anche all'”accorciamento” delle giornate, quindi rimanda alla notte e al buio. E’ quasi un ossimoro. Il disco vive della compresenza di luce e buio, passato e futuro, paura e coraggio, come anche dell’accostamento di generi che apparentemente striderebbero in un album permeato da una sola atmosfera, come la psichedelia beat di “La Trappola” e una canzone quasi hard-core come “Poveri Posteri”.

– Un’ennesima calzante metafora. Invitiamo tutti a procurarsi del piacere all’udito ascoltandoti e a tenersi aggiornati sulle prossime date e novità tramite la tua pagina facebook https://www.facebook.com/tommasodigiuliomusic. Grazie davvero Tommaso per la tua disponibilità e per la tua musica.

Grazie a te!

Marta Croce

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Qube Music

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