LIVE REPORT

Slowdive & Dead Sea live at Locomotiv Club

Di aver assistito al concerto della tua vita lo capisci soprattutto il giorno dopo, quando alla domanda “come è stato?” non rispondi con un aggettivo o una frase di senso compiuto ma lo fai esclamando un misero “eh…” accompagnato da un sorriso fugace. In questi casi forse è bene formulare la domanda diversamente, prestando attenzione direttamente alle sensazioni.

Io, ripensando al live di sabato scorso, mi chiedo: come ci si sente dopo aver visto e sentito gli Slowdive dal vivo?  Ci si sente come sommersi in un mare di nostalgia, dopo aver fatto un tuffo lento (“Slowdive” vuol dire letteralmente questo).  Ci si sente distanti da tutto e un po’ malinconici, ma anche più leggeri, una leggerezza intesa in senso calviniano, che ci permette di planare la vita dell’alto e di non avere macigni sul cuore e che ha la capacità di calmare l’animo.

L’altra sera al Locomotiv Club gli Slowdive si sono esibiti per presentare il loro ultimo album omonimo, Slowdive, uscito lo scorso anno (maggio 2017), frutto della reunion dopo 22 anni di assenza dalle scene (il lavoro precedente, Pygmalion, risale al 1995). La band di Reading, nel vortice del movimento shoegaze britannico durante gli anni ’90, ha seguito un percorso per certi versi simile a quello vissuto dai caposcuola My Bloody Valentine, inattivi per vent’anni fino alla pubblicazione nel 2013 di “m b v”.

I Dead Sea, band parigina di genere Turbo Chillwave, hanno aperto la serata diffondendo una piacevole aura onirica, magnetica e preliminare all’ingresso sul palco dei protagonisti della serata, gli Slowdive.

Finalmente arrivano e salutano il pubblico con la fresca e sognante Slomo, prima traccia dell’ultimo progetto. Da questo momento in poi Rachel non smetterà più di sorridere e presto la graffiante Slowdive inizia a sprigionare una piacevole nostalgia, mescolandosi con la dolcezza di Crazy For You. L’atmofera serena viene poi dissolta dalle note delle maliconiche e più tormentate Avalyn e No Longer Making Time, separate però da Catch The Breeze che ha contribuito a mantenere in equilibrio la leggerezza iniziale.

La fine del concerto è preannunciata dalla disarmante Golden Hair : tra il pubblico spiccano le espressioni assorte, le lacrime, il silenzio e una profonda gratitudine. La band quindi lascia il palco, esasperando il clima di sospensione, per poi tornare e salutare tutti con la solarità di 40 days.

Gli Slowdive hanno la rara capacità di cristallizzare e preservare il mood che ha contraddistinto i primi anni della loro attività, sapendolo riportare in vita coinvolgendo anche i ragazzi di oggi e non solo quelli che lo sono stati negli anni ’90.

Chiara Picciano