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Scisma: “tornare sul palco è un ritorno a casa”. Intervista a Sara Mazo

Un bellissimo incontro, quello con Sara e gli Scisma, durante un concerto che segna il ritorno della storica band sulla scena musicale dopo tanti anni

In occasione del concerto tenutosi a Roma (sul palco del Monk) il 24 ottobre 2015 abbiamo intervistato Sara Mazo, leader degli Scisma. Un bellissimo incontro, quello con Sara e gli Scisma, durante un concerto che ha segnato il ritorno della storica band sulla scena musicale dopo tanti anni.

– Ciao Sara, racconta ai lettori di Qube Music come nasce questo disco dopo tanto silenzio musicale.

Questo nostro incontro nasce da un concerto di Paolo (ndr Benvegnù), che siamo andati a vedere quest’inverno a febbraio a Brescia, l’abbiamo rivisto ci siamo salutati e lì è nata l’idea di voler rifare qualcosa. Anche perché ce l’eravamo detti al telefono tante volte però poi non si è mai concretizzata; e invece in quel frangente lì, non so cosa sia cambiato effettivamente però, siamo passati dalle parole ai fatti e nel giro di poco tempo, abbiamo iniziato; ci siamo incontrati sul lago, poi abbiamo iniziato a scrivere e a scambiarci file per poter lavorare sui pezzi perché Paolo adesso vive distante, in Umbria, invece la maggior parte di noi sono dislocati tra Brescia e il lago di Garda, e poi ci siamo incontrati nello studio di Marco Tagliola che è sempre stato il nostro fonico, e ha anche registrato l’EP, nella sua bellissima cascina, una meraviglia, un bel posto campestre che si sposa bene con i nostri animi e in questa situazione bucolica è nato il disco.

– Chi è Mr Newman?

Ah Mr Newman, bella domanda! Allora, in un frangente, se vogliamo considerarlo “allargato alla società”, come oggi, ce ne sono tanti; è un po’ l’uomo che vorrebbe controllare tutto, sclerotico, ansiogeno, e diciamo manipolatore. In realtà per quanto mi riguarda personalmente ho una visione un po’ diversa nel senso che lo vedo invece, come effettivamente il nuovo Newman, come dire, il nuovo uomo. In realtà, io non ne faccio una visione legata al senso più aderente al pezzo e al testo che ha scritto Paolo, che si sposa più con quello di cui ti dicevo prima; in realtà, Mr Newman nostro siamo noi fondamentalmente, quindi per me ha un’accezione positiva. Siamo noi, siamo il nostro nuovo incontro, siamo il nostro nuovo modo di essere leggeri fra di noi, di essere sorridenti e di esserci ritrovati, senza dover pensare a niente, né al domani né al dopodomani, di pensare solo all’oggi e a quello che succede e a quello che volevamo dirci dopo 15 anni.

– Voi che siete un gruppo della “vecchia guardia”, avete arricchito la storia della musica indipendente italiana, che differenza vedi nel vostro pubblico di prima e di adesso?

Sinceramente io differenze non è che ne veda, nei concerti che abbiamo fatto sono venute tante persone che ci vedevano all’epoca e hanno vissuto con noi quei momenti e abbiamo anche trovato invece tante persone che in realtà non ci avevano mai neanche visti dal vivo e hanno magari sentito parlare bene o male di quello che avevamo fatto, magari avevano ascoltato i dischi e quindi in realtà è stato un approccio nuovo. Su come oggi invece magari il pubblico sia diverso rispetto al pubblico degli anni ’90 è cambiata proprio la fruizione della musica in generale, quindi se devo dirti il mio approccio di come ho visto il pubblico, dalla prospettiva del palco è sempre meraviglioso!

Vedo differenze da fruitrice di concerti, vedo che c’è una minore attenzione, c’è un utilizzo della musica molto frenetico e anche molto di sottofondo, in generale; ma questo è un atteggiamento che c’è non solo nei confronti della musica, delle cose in generale, siamo tanto distratti da un mondo che va talmente veloce, mangia tutto, secondo me in quello sicuramente c’è stato un grande cambiamento, che è poi il riflesso del cambiamento della nostra società, del mondo, di come va oggi rispetto agli anni ’90.

– Come mai la scelta di un mini-tour?

Poche date perché noi facciamo questi concerti per noi e per ringraziare le persone che ci hanno seguito e che ci hanno sempre dimostrato tanto affetto e tanta considerazione, sia per chi c’era 15 anni fa, 20 anni fa, e per chi ci ha voluto ritrovare oggi. In realtà è stata pensata così perché comunque le nostre vite oggi come oggi sono un po’ più complicate rispetto a quelle di un tempo, dove ovviamente il progetto Scisma era il centro della vita di ognuno di noi, era proprio un progetto di vita, era la cosa su cui ognuno di noi basava le proprie giornate, le proprie aspirazioni, le proprie energie e anche le proprie aspettative nei confronti del futuro.

Oggi non è così, è un incontro tra persone che hanno condiviso più di 10 anni della loro vita e che hanno voluto rincontrarsi per fotografare questo momento, però non abbiamo al momento uno sguardo al futuro, non ci pensiamo. Non voglio neanche essere definitoria e dire che non ci potrà essere nient’altro, ma al momento veramente non lo pensiamo. Alcuni di noi hanno figli, famiglia, lavoriamo, e quindi sono vite un po’ più complicate ma per noi è già stato rocambolesco fare questa cosa. L’abbiamo pensata così e poi vedremo, dopo la data di Roma vedremo (Ride).

– Voi avete indubbiamente ispirato moltissime band che sono tutt’ora in circolazione, tu come la vedi questa sorta di passaggio del testimone?

Il passaggio del testimone c’è, c’è sempre stato, nel senso che ovviamente ogni storia musicale e artistica e in qualsiasi forma uno si voglia esprimere, ha la sua storia, il suo inizio il suo sviluppo e anche la sua cosiddetta fine fisiologica; è una cosa naturale quindi è giusto che ci sia il ricambio, che ci siano gruppi nuovi, che poi possano essere più o meno derivativi, quello dipende da tante cose, dall’approccio con cui uno fa le cose ad esempio: noi non abbiamo mai guardato all’esterno di noi, non ci è mai interessato, ci siamo sempre sentiti il “gruppo della provincia” e facevamo le nostre cose, abbiamo sempre cercato di essere genuini, quella è l’unica cosa che ci interessava e che ha sempre importato fino al midollo è sempre stato essere veri, per rispetto nei nostri confronti e nei confronti di chi interagiva con noi o ci veniva a vedere.

Però rispetto a quello che mi chiedevi del passaggio del testimone, c’è ed è giusto che ci sia, le persone devono giustamente trovare l’ispirazione per fare delle cose, dipende sempre dall’urgenza creativa che ogni persona ha, può durare cinquant’anni, ottanta, due mesi o un solo giorno.

– Ci sono delle band in questo momento che ti piacciono particolarmente?

Allora, lo chiedi alla persona meno indicata del gruppo! (Ride)

Perché fondamentalmente io sono quella che si è staccata più di tutti dal contesto musicale, sicuramente Paolo sarebbe molto più adatto, essendo dentro la scena ovviamente in maniera molto più preponderante rispetto a quanto lo sono io; io se ci sono artisti che vado a vedere sono quelli che seguivo anche negli anni Novanta, sono rimasti quelli; vado sempre a vedere Cristina Donà, trovo che Edda abbia fatto de dischi bellissimi, i Verdena, perché trovo che abbiano un’energia incredibile… e tanti altri, anche se in effetti per quanto riguarda la scena nuova sono molto deficitaria.

– Quale è stata la tua prima impressione quando sei tornata sul palco?

L’impressione è stata quella di tornare a casa, in realtà per me è sempre stato così: lo era vent’anni fa e lo è ancora oggi, per me salire su un palco è tornare a casa, ed è stato importante perché era un tornare a casa con i miei amici, quelle persone che hanno segnato i miei anni, dai venti ai trenta, con cui ho fatto un bel pezzo di strada, con cui ho condiviso i sogni, le speranze, tante esperienze ma anche tante emozioni, per cui ritrovarci più adulti, ognuno con la sua strada, è sempre bellissimo. Poi noi, che viviamo sul lago, al di là del fatto che 15 anni fa ci siamo sciolti come gruppo, ci siamo comunque sempre frequentati, la nostra amicizia è rimasta, la nostra vita è stata parte l’una dell’altro. Con Paolo è avvenuto un po’ di meno, ma perché abitando da altre parti non era tanto possibile, tranne vederlo ai concerti e sentirci telefonicamente, con lui c’era stato un distacco un po’ più ampio, per cui ritornare sul palco per me è stato questo: una grandissima emozione, grandissima gioia e felicità e un ritorno a casa.

– Una caratteristica fondamentale degli Scisma, senza nulla togliere alla musica chiaramente, sono sempre stati i testi, caratterizzati da una profondità a prova di dubbio; facendo una sorte ideale di confronto con gli anni Novanta, in questo momento, caratterizzato da una crisi culturale profonda, c’è ancora qualcosa da dire o c’è troppa disillusione?

Sicuramente c’è questa urgenza dell’esprimersi, per chi ha una ricerca propria, ci sarà sempre l’urgenza di cogliere, anche nell’urgenza creativa di qualcun altro, la rispondenza ad un proprio bisogno; sicuramente non è massificato oggi, però ci sarà sempre questa cosa, – come dicevamo prima- insita nell’animo umano, perché non siamo dei robottini. Per quello che posso sentire io nel mio piccolo, c’è l’esigenza di nutrirsi di bellezza, che tu la voglia cogliere da ciò che vedi intorno a te, da un’alba, un tramonto, un albero…. Lo puoi trovare in tante cose, in una poesia, in un libro, in una canzone… secondo me c’è sempre, l’animo umano è troppo profondo, io non ci credo che ci abbrutiremo tutti in maniera totalizzante. Guai a non continuare a mettere il germe, nei piccoli e nei grandi, se uno sente l’esigenza di arricchirsi culturalmente è giusto e deve farlo, anzi oggigiorno è anche più facile, l’accesso alle informazioni è molto più facilitato rispetto a un tempo, ma occorre che ci siano anche dei buoni maestri, affinché questa cosa non si perda ed è importante, se non hai un buon insegnamento tante volte anche le buone intenzioni alla fine si perdono.

Flavia Elisabetta Munafò

Autore

Qube Music

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