Interviste

Romeo Lippi, lo psicologo del rock si racconta a Qube Music

Romeo Lippi, classe 1981 è uno psicologo, psicoterapeuta e cantautore. Ideatore e responsabile del progetto Lo psicologo del Rock e delle tecniche di crescita personale Songtherapy e Songpower. Si è occupato anche di digitale ed è coautore del libro Facebook per psicologi pubblicato con Sovera Edizioni.

Ho incontrato Romeo nel suo studio di Viterbo e devo ammettere che intervistare una persona che capisce sia di rock che di persone mi incuteva un certo timore, mi sentivo ad un bivio tra l’esame e l’analisi, ma Lo psicologo del rock si è dimostrato un ragazzo disponibile e sincero, amichevole e disponibile. Passata oltre ogni mia classica ansia e passato il timore di non essere abbastanza preparata, io e Romeo abbiamo fatto una piacevole chiacchierata tra musica, libri e psicologia. Godetevi questa bella intervista e prenotatevi al più presto per partecipare a uno dei suoi corsi, ve li consiglio caldamente.

Come ti sei avvicinato alla psicologia e come al rock? E domanda ovvia: come hai collegato le due cose?

La psicologia è stata una scoperta dell’ultimo anno di liceo, facendo filosofia grazie ai pensatori del Novecento si è parlato anche di Freud . Sono rimasto molto colpito e ho cominciato a leggermi delle cose, non ho capito subito molto bene di cosa si parlasse, anche iniziare ad interessarsi di psicologia e partire dai trattati di Freud non è proprio semplice, se non sei pronto può risultare difficile. Ma ricordo che mi ha affascinò molto e allora dato che ancora ero indeciso sulla facoltà da scegliere e dato che in realtà volevo fare Medicina mi sono detto “ chissà forse psicologia mi piace di più, ha a che fare con un aspetto più spirituale rispetto al medico”. E quindi mi sono iscritto a psicologia, nonostante poi tutte le persone intorno a me fossero contrarie. Professori  e familiari vedevano meglio un medico che uno psicologo, sia dal punto di vista dello status sociale che da quello della prospettiva lavorativa. Ma alla fine mi sono iscritto comunque a Psicologia.

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Per quanto riguarda il rock devo ammettere che in realtà sono stato un ragazzo che si è avvicinato alla musica tardi, intorno ai 14/15 anni, in adolescenza. Prima gli ascolti erano quelli che c’erano in famiglia e con la radio senza particolari passioni. A 14/15 anni ho cominciato a sentire i cantautori e dato che venivo da un ambito letterario, mi piaceva molto leggere e mio padre è un artista, guardavo molto l’aspetto letterario delle canzoni e quindi il cantautorato. Il primo cantautore che ho amato è De Gregori, da lui poi De Andrè e poi a 17/18 anni sulla scossa avuta da un mio amico è arrivato Vasco con il suo concerto a Imola, da lì sono approdato agli Oasis. Quindi questo è stato il mio approccio al rock, Vasco è il rock’n’roll in Italia e gli Oasis di un certo tipo di rock in Inghilterra, nel mondo e negli anni 90. Periodo in cui sono cresciuto io.

L’unione delle due cose è nata alla Scuola di Psicoterapia grazie al mio supervisore e mio maestro di Psicoterapia, che è colui che ti osserva e cerca anche di darti delle dritte. Mi lamentavo con lui del fatto che lavorando e quindi facendo lo psicologo avessi poco tempo da dedicare alla musica e che questa cosa non mi rendeva felice, lui mi consigliò di unire le due cose, consiglio che al momento mi ha lascito un po’ sorpreso. Poi l’ho sedimentato bene ed è nata l’idea de Lo psicologo del rock, che è nato prima come blog e poi subito dopo anche come pagina Facebook. Dopo un anno di pagina Fecebook sono arrivate tutta una serie di attività fisiche: gruppi di Songtherapy, Songtherapy individuale, consulenze via Skype, Cantautori terapeuti dell’anima e tante altre cose.

Parlaci di queste terapie.

La Songtherapy, termine coniato da me per separare questa tecnica dalla Musicoterapia, è l’utilizzo di canzoni all’interno di un setting clinico, oltre che di counseling o di coaching  in quanto non è indicato solo alla cura, ma anche al benessere personale. Mentre nella Musicoterapia, soprattutto quella che viene fatta in Italia si usa la musica e spesso si produce musica in modo attivo durante la seduta, lavorando principalmente su aspetti non semantici, quindi non sul testo ma sulle melodie; la Songtherapy è incentrata sulle parole, sulle “lyrics” delle canzoni.

Le canzoni divengono così uno stimolo all’interno della seduta per la crescita personale del soggetto, possono essere sia un tramite su cui posso creare un legame con il paziente, sia un mezzo attraverso il quale io capisco e capiamo insieme come è fatta la persona che sta facendo terapia. Alcuni brani in particolare possono essere utili per affrontare delle patologie e degli eventi specifici.

Quali patologie vengono trattate con la Songtherapy?

Mi è capitato di utilizzare le canzoni in tutte le situazioni che mi capita di vedere in studio, partendo dagli aspetti depressivi  in cui alcune canzoni possono esprimere molto bene lo stato di angoscia, la melanconia, il dolore e quella mancanza di visione del futuro, fino alle canzoni di rilassamento da utilizzare nel training autogeno che è una parte del trattamento dei disturbi d’ansia.  Nell’ansia spesso si utilizzano esercizi di training autogeno e di respirazione diaframmatica ai quali abbiniamo canzoni rilassanti o che ci piacciono messe in sottofondo, in modo tale da amplificare il potere della respirazione inducendo uno stato di trans favorito anche dalla musica.

Ho utilizzato la Songtherapy anche nei disturbi alimentari, permettendo alla persona di poter esprimere ciò che sente anche attraverso la musica. Spesso chi soffre di un disturbo alimentare lamenta proprio questo: le persone non mi capiscono. Quindi la mia domanda è quali sono le canzoni che esprimono bene questo tuo vissuto? Una canzone ha il grande potere di esprimere in due minuti e mezzo o cinque minuti un contenuto che magari se fosse esteso e raccontato sarebbe difficile da esprimere.  Potere della sintesi e capacità di riuscire ad arrivare a tutti o comunque a molte persone emotivamente.

Mi è capitato di utilizzarla anche nell’ambito degli abusi sessuali, in questi casi la canzone che utilizzo più spesso è La leggenda di Natale di Fabrizio De Andrè, che parla appunto di questa bambina che viene violata dalla figura di Babbo Natale che rappresenta la figura dell’”orco” che è rappresentato da qualcosa di buono e di positivo, di familiare. Cosa che spesso succede negli abusi, in cui spesso l’abusante non è il mostro sconosciuto che aspetta nascosto dietro un parcheggio, ma uno zio o un nonno, dunque un familiare.

Ho usato anche un album recente dei Tre Allegri Ragazzi Morti: Nel giardino dei fantasmi, nell’elaborazione appunto di “fantasmi” del passato che per molti pazienti sono molto importanti.

Come le vedi uso la Songtherapy in varie patologie diverse, sempre seguendo anche i gusti dei pazienti nella scelta delle canzoni. A volte sono io a suggerire dei brani, ma spessissimo chiedo alla persona in terapia quali sono le canzoni che esprimono meglio ciò che provano.

Quindi anche la scelta da parte del paziente è una parte importante della Songtherapy?

Assolutamente sì!  Mentre io e te parliamo mi vengono in mente delle canzoni  che potrei proporre, ma poi è sempre il paziente che sceglie. Inoltre utilizzo sempre uno strumento che si chiama “Carta d’identità musicale” , nella quale la persona scrive le dieci canzoni che sono più importanti per lui all’interno della propria vita, e questo può variare da Laura Pausini a Beethoven, dal Jazz ai Subsonica, dalla musica elettronica senza testo alla musica sperimentale del novecento. Tutto dipende dal soggetto. Non potrei mai imporre la mia musica, non rispetterei uno degli aspetti fondamentali della terapia: il non giudizio.  Non potrei mai dire che dato che a me non piace Ligabue, allora la scelta del paziente è sbagliata! A me personalmente ad esempio non piace, ma può capitare che venga scelto dal paziente e con lui ascolto anche Ligabue, e questo diventa un legame significativo per me e per quella persona.

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Ti è mai capitato di ricevere delle lezioni di vita e di rock dai tuoi pazienti?

Assolutamente! Heinz Kohut – il padre della più famosa teoria sul narcisismo – diceva che se lo psicanalista arriva a qualcosa deve ringraziare per primi i propri pazienti e per secondi i propri studenti. Quindi spesso degli insight e delle intuizioni mi arrivano da loro. Anche gli articoli che spesso mettiamo sul blog derivano da esperienze che abbiamo fatto sia in terapia individuale che nel gruppo. L’apprendimento è lì, è nell’esperienza con la persona.

So che sei anche un cantante e che con il tuo gruppo – Le Ferite – hai aperto anche il concerto dei Tre Allegri Ragazzi Morti a Fabrica di Roma. Parlaci anche di questa esperienza.

Le Ferite nascono prima del progetto de Lo Psicologo del Rock ed è il mio modo di esprimere catarticamente i miei traumi, attraverso le canzoni. Mentre ne Lo Psicologo del Rock le sedute di Songtherapy, dove io sono lì per “l’altro”, quando sono sul palco con Le Ferite sono io che dico qualcosa agli altri. Sono io che esprimo me stesso sperando che possa piacere o possa essere comunque d’aiuto, in seduta invece vengo pagato per essere totalmente per loro e quindi non posso e non devo imporre niente.

Che mi trovi di fronte a cantanti, musicisti o in questo caso psicologi, chiedo sempre quali sono i dischi che non devono assolutamente mancare in una casa “rispettabile”, o comunque dischi fondamentali nella storia del rock.

Non lo so, ti potrei dire quelli che non devono assolutamente mancare nella mia casa. Se intendi dei capisaldi, sicuramente ci deve essere De Andrè per citarne uno su tutti gli artisti italiani, ma comunque ci devono essere molti dischi italiani. Per quanto riguarda gli stranieri non possono mancare i Pink Floyd, Bob Dylan, i Queen, gli Oasis, di più recenti ti dico i Coldplay, ma solo i primi dischi fino a Viva la Vida perché poi sono un po’ scaduti. Almeno per me! (ride) Comunque ce ne sarebbero tanti altri, questi sono quelli che mi sono venuti in mente su due piedi e non voglio assolutamente dire che chi non ha questi non sia “rispettabile” , però a livello iconico entrando in una casa io mi immagino questi. Ovviamente aggiungerei anche Vasco Rossi e De Gregori, i Ramones… ce ne sarebbero talmente tanti… l’importante è che ci siano! Lo vedo come entrare in una casa e vedere una grande biblioteca, per i dischi è lo stesso. Poi nella casa di uno psicologo ci saranno tanti testi di Psicologia, mentre magari a casa di un cuoco ci saranno tanti testi di cucina. Ognuno ha i suoi gusti e le sue passioni. L’importante è che ci siano e che ci sia cultura. Anche se, se vieni a casa mia fisicamente i dischi non ci sono, ora come ora sono tutti in digitale e nella memoria del computer.

Philip Roth in Pastorale Americana ha scritto: “… capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male e male e poi male, e dopo un attento riesame ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di avere ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite … beh, siete fortunati.”

Provo a capire le persone che sono qui con me in seduta, vengo pagato per fare questo, e riesco a farlo abbastanza bene. A livello generale, nella vita di tutti i giorni è un po’ più difficile, anche il non sforzarsi di capire la gente. Soprattutto le persone più care, quelle più vicine. Accetti quello che è, per assurdo la tua ragazza ti dice “stasera vado a fare una gang bang con altri tre ragazzi che non sei tu”… mmmh … l’accettazione incondizionata di questo diventa più difficile. Magari avere questo livello di accettazione! Non credo di averla per ora, non credo nemmeno di volerla avere, quantomeno a livello personale. Cerco di arrivare al mio massimo con i pazienti. A livello personale ci riesco solo in parte a capire la gente.

Prescrivici un libro o un fumetto.

Cent’anni di solitudine di Màrquez, Musicofilia di Oliver Sacks, uno dei testi di coaching di Antony Robbins uno su tutti è Come ottenere il meglio da se stessi e dagli altri, Tropico del Capricorno di Miller, Qui e ora di Fritz Perls il padre della psicoterapia della Gestalt, Se incontri Buddha per strada uccidilo di Sheldon Kopp, Gomorra di Saviano. Non c’è neanche una donna! (ride)

Fumetti: Maus di Spiegelman e Rat-Man di Leo Ortolani. Anche di questi ce ne sarebbero tanti altri.

Francesca Romana Piccioni

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Francesca Romana Piccioni

Francesca Romana Piccioni

Classe 1985, nonostante una lieve forma di dislessia, ma grazie ad una volontà di ferro, impara a leggere precocemente. E’ ancora alle elementari quando una sua zia, al tempo Prof. di italiano, con il libro Fahrenheit 451 di Ray Bradbury prima, e con la trasposizione cinematografica di Truffaut poi, fa di lei una fissata del genere Sci-Fi e una nerd prima che l’esserlo diventasse di moda. Frequenta il Liceo Scientifico e la Facoltà di Medicina e Chirurgia, continuando a coltivare con tenacia la sua passione per la letteratura. Oltre ad aggiornare costantemente la sua già ricca collezione di libri, cinema, serie TV e scienza sono il suo pane quotidiano. Quando esce di casa, lo fa sempre con un libro in mano. Non si può mai sapere. Il tempo e il modo per leggere si trovano sempre.