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REVOLUTION alla Fabbrica del Vapore, le infinite declinazioni di una controcultura

Noi non c’eravamo.

La mia generazione, i ragazzi di fine ‘90, non ha mai vissuto gli anni ‘60.

Ci siamo persi le grandi rivoluzioni che hanno cambiato il mondo, e che lasciano ancora oggi immagine indelebile: il rock, la controcultura, i Beatles, le droghe psichedeliche, la liberalizzazione dei consumi…

Gli anni tra il ‘60 e il ‘70 hanno innegabilmente contribuito a creare la società in cui oggi viviamo, plasmando la cultura e le coscienze.

Le coscienze, perché furono anni difficili, segnati da contrasti tra sistemi ideologici, dalla violenza della Contestazione, dalla disillusione verso il governo, dalla Guerra del Vietnam….

A volte dimentichiamo questo lato degli anni ‘60, tendiamo l’orecchio verso gli echi di Woodstock, parliamo dello stile, della musica che non torneranno. È facile perdersi nella nostalgia di quello che non si è mai vissuto.

Per osservare veramente questi anni da un punto di vista completo, non posso che consigliarvi la mostra Revolution (2/12/17- 4/04/18) alla Fabbrica del Vapore a Milano.

L’esposizione raccoglie oggetti di interior design, moltissimi vinili, manifesti, accessori, opere d’arte del tempo. È difficile se non impossibile non sentirsi coinvolti in qualcosa di più grande: questa mostra parla di e con tutti noi, indipendentemente da provenienza, colore della pelle, ricchezza, status sociale, genere, orientamento sessuale e religioso.

Ci rende partecipi attraverso la musica che ancora ascoltiamo, quella che ancora oggi è “una voce, un grido, un manifesto e infine un mezzo per cambiare quello che non va bene perché non fa del bene al nostro vivere collettivo” (http://www.mostrarevolution.it/).

Lo straordinario scopo di questo mezzo è costruire un sentire e un’identità comuni, che trascendono le decadi e le taverne di Liverpool, i campi dei Festival, la West Coast che tanto idealizziamo.

Se volete perdervi dentro un racconto affascinante e identitario, dimenticare Hollywood e il mondo circostante, vivere un’epoca dall’interno, con i luccichii dello star system e le crepe nella politica internazionale, andateci.

Amare gli anni ’60 significa amarne tutto, comprese le contraddizioni, significa prendere una posizione e scegliere tra la pace e la guerra, tra l’amore e la violenza, partecipare alla “rivoluzione della mente”, non accettare passivamente lo status quo. “Hai mai sognato un posto in cui non ricordi di essere mai stato prima? Un posto che forse esiste solo nella tua fantasia? Un posto lontano, che quando ti svegli ricordi solo a metà. (…) Erano gli anni ‘60.” (Peter Fonda in “L’inglese”, 1999).

La mostra lascia allo spettatore l’interrogativo se tutto questo sia solo utopia. Sta a noi che costruiamo la società moderna deciderlo, sta a noi se accettare o meno la responsabilità di creare un futuro migliore.

La mostra si chiude, dunque, sulle note di Imagine.

Giulia Lo Surdo

Autore

Qube Music

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