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RECENSIONE: The Zen Circus – Il fuoco in una stanza

Salto il primo brano, nonché primo singolo: avrò messo in play “Catene” almeno 200 volte da quando è uscita. Sto parlando del nuovo disco degli The Zen Circus, “Il fuoco in una stanza”. Sì, è uscito ma mi sono presa del tempo per parlarne perché è un disco forte che va metabolizzato. Mi sembra ieri di averli visti live e aver finito di riascoltare “La terza guerra mondiale”. I ragazzacci livornesi sono tornati, sono grandi, c’è qualcosa di più maturo che percepisco dalle chitarre che spesso lasciano spazio a suoni semi-puliti e molto riverberati.

La stagione è quella del dolore, come canta Appino nel secondo e struggente pezzo, “La stagione”, una stagione in cui arrendersi è l’ultimo pensiero anche se non si ha “nessunissima medaglia”. Mentre nel terzo pezzo ci raccontano come vorrebbero il mondo, io mi lascio trasportare dal giocoso di riff di “Sono umano”, quarto brano del disco. I testi sono molto moderni, la voce di Appino sempre inconfondibile, e nel bridge una serie di voci vere e umane che caricano il climax del pezzo ripetendo “sono umano”, non chiedetemi perché ma mi sono sentita veramente viva per un attimo. Nonostante questo pezzo abbia risvegliato in me una sensazione stramba, mentre lo ascoltavo mi ha ricordato vagamente un mood a “Lo stato sociale” specie per le parti parlate del pezzo.

Ad infuocare le pareti della mia stanza adesso è il quinto pezzo che dà il nome al disco stesso. Archi, dolcissimi e apertissimi che mi spiazzano insieme ad un Appino che urla “libero cos’è per chi libero non è”. I temi degli Zen sono sempre molto attuali e radicati alla vita reale, la scrittura fortemente riconoscibile, è il sottofondo ad essere cambiato, c’è un’intenzione diversa che va interpretata. Gli arrangiamenti sono arrangiamenti che dagli Zen non ti aspetti, sono studiati e curati nei minimi dettagli molto più di quelli di tutti i lavori precedenti. Questo slancio verso un suono molto curato forse a volte va a sacrificare quel forte impatto empatico degli Zen che gli ha sempre fatti vedere al pubblico come dei “simpatici bastardi che fanno rock’n’roll”.

Torno quindicenne con “Rosso o nero”, mi vien voglia di ballare e cantare a squarciagola quel ritornello così catchy che rende il pezzo molto radiofonico. Quando parte “Quello che funziona” mi sento chiamata in causa, un simpatico spaccato sulla mia città mi fa sorridere molto soprattutto perché la prima volta che ho sentito il brano era poco prima delle elezioni…

«A dieci spacchi la prima chitarra
A venti senti odore di guerra
A trenta arriva la prima ambulanza
L’adolescenza intorno ai quaranta
Basta tirare fuori gli artigli
Parli così perché non hai figli»

La seconda strofa di “Panico” è un po’ un riassunto di quello che è successo ai tre bastardi livornesi. Bisogna accettare il loro mood “poppereccio” e capire che era un’esigenza del trio mai espressa, forse. A me, nonostante il cambiamento, piacciono tantissimo tantissimo ancora, perché hanno avuto il coraggio di essere poliedrici e se vogliamo meno empatici.

Benedetta Barone

Autore

Qube Music

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