Qube Music School

Qube Music School: Serge Gainsbourg e il suo “Histoire de Melody Nelson”

La scuola di Qube è pronta per una nuova lezione! Oggi il Prof. Gianluca De Rubertis ci parlerà di Serge Gainsbourg e del suo “Histoire de Melody Nelson”, album che spesso viene definito come uno dei capolavori del cantautorato mondiale

La scuola di Qube è pronta per una nuova lezione! Oggi il Prof. Gianluca De Rubertis ci parlerà di Serge Gainsbourg e del suo “Histoire de Melody Nelson”, album che spesso viene definito come uno dei capolavori del cantautorato mondiale.

Si tratta di un concept album del 1971 realizzato con la moglie Jane Birkin, durante un viaggio in giro per il mondo. La storia che fa da sfondo al disco racconta di lui, che al volante della sua Rolls-Royce tampona una “lolita” di nome Melody e se ne innamora perdutamente, con un finale doloroso, che vede la protagonista morire in un incidente aereo. L’artista, già noto per le sue provocazioni col brano “Je t’aime…moi non plus“, non perse l’occasione di scandalizzare il mondo con questo album, che racconta della storia d’amore con una minorenne consenziente.

Il resto della storia ve lo racconterà De Rubertis…

– Hai scelto di tenere una lezione su “Histoire de Melody Nelson” di Serge Gainsbourg. Come ti sei appassionato all’artista e perché hai scelto proprio questo album?

Non ho dei ricordi ben precisi delle prime volte che mi sono approcciato all’artista in generale. Probabilmente fu a Lecce, quando vivevo con un amico che aveva una grande collezione di dischi, nel periodo dell’università, intorno ai vent’anni e lui forse aveva qualche disco… Ma ora che ci penso bene, in realtà il primo aggancio fu grazie ai Blonde Redhead. Nel 1999/2000 fecero un album che noi come Studiodavoli, o comunque nel nostro giro di amici e appassionati di musica, avevamo ascoltato molto. Non ricordo adesso il titolo dell’album, fecero degli ep legati al disco, con delle versioni anche in italiano di alcuni brani. Uno dei titoli, non so se del disco o dell’ep, era “Melody of Certain Damaged Lemons”, in cui c’erano dei chiari rimandi a Gainsbourg. Tra l’altro in uno di questi ep legati all’album dei Blonde Redhead c’era una cover di Gainsbourg; in fondo anche il richiamo al limone era dichiaratamente una citazione di Gainsbourg, che ha fatto un pezzo che si chiama “Lemon Incest”, insomma incesto di limoni. Credo che il primo contatto fu quello e poi andammo a cercare l’artista e tutta la sua produzione personale e cominciammo a sentire qualcosa. Innanzitutto capimmo che era lo stesso autore di “Je t’aim…moi non plus”, che era una canzone molto famosa e poi ascoltammo tutti quei dischi da cantautore. Tra tutti i vari dischi mi è saltato tra le mani questo “Histoire de Melody Nelson” e insomma quello è stato veramente il primo ascolto che immediatamente mi ha appassionato, perché questo album in particolare, da me come da molti altri, è stato considerato il capolavoro di Gainsbourg.

– È stato spesso definito come uno “chansonnier” amante delle donne. Quali sono le principali figure femminili della sua vita, che hanno ispirato diversi brani?

Lui è stato tanti anni con Jane Birkin, che è anche la madre di Charlotte Gainsbourg, ma anche con Brigitte Bardot, Anna Karina e moltissime altre attrici dell’epoca che erano attive in Francia. Però quest’album in particolare l’ha inciso con Jane Birkin e la voce femminile, che interviene molto di rado e che in realtà interviene ad un certo punto per rispondere solo alla domanda “come ti chiami?”, è quella di colei che era sua moglie all’epoca, appunto Jane Birkin.

– Il suo brano più celebre però non ebbe vita facile per i suoi contenuti espliciti, soprattutto qui in Italia. Cosa ci dici di “Je t’aime…moi non plus”?

Non l’ho scritto io, bisognerebbe chiederlo a Gainsbourg (ride). All’epoca c’era la censura e soprattutto era un periodo in cui ancora si poteva creare uno scandalo, si poteva dare scandalo. Oggi come oggi, se pensiamo a Il Genio con “Pop Porno”, abbiamo la dimostrazione che una canzone di questo tipo non dà più scandalo, anzi crea curiosità, fa appassionare la gente. Oggi dare scandalo è quasi impossibile, forse per dare scandalo bisognerebbe essere moralisti. All’epoca in Italia sicuramente la censura era molto forte, anche artisti italiani non avevano vita facile. Persino per “Questo piccolo grande amore” di Baglioni ci fu un intervento della censura riguardo alla maglietta fina, che faceva immaginare tutto quello che c’era sotto. Ai tempi era così, era così perché la repubblica italiana era molto più giovane, insomma l’idea della guerra non era così lontana come oggi e le democrazie si stratificano molto meno rapidamente. Oggi invece, in questi tempi così moderni, in cui la gioventù e la modernità hanno portato ad una stratificazione rapidissima dei contenuti sociali, di anno in anno, ogni tre mesi o di mese in mese, la velocità con cui si stratifica il tutto è impressionante e quindi la mutevolezza delle cose è sicuramente imparagonabile a quella che si viveva negli anni ’60 e ’70.

– Il tuo album di riferimento, come ci anticipavi, è “Histoire de Melody Nelson”, album nato da un viaggio per il mondo che l’artista ha fatto insieme alla moglie, Jane Birkin, che riesce ad essere ancora più scandaloso di “Je T’aime…moi non plus”, visto che è un concept album in cui si racconta l’amore con una minorenne. Cosa vuoi dirci al riguardo?

Questo aspetto è molto interessante da vedere, perché all’epoca questi rapporti un po’ morbosi, intriganti, tra persone adulte e ragazzini, erano più accettati. Sotto questo punto di vista accadono delle cose strane; oggi siamo diventati molto più attenti, giustamente, perché chiaramente ci sono delle forme di perversione che vanno contrastate. Inutile dire che la pedofilia è una brutta cosa, non è una bella cosa insomma! All’epoca credo che comunque al di là della pedofilia, questa cosa fosse vissuta più come sogno e come immaginario erotico. Non sfociava poi in una carnalità reale. Però era sicuramente molto più presente, anche i film erotici degli anni ’70 e ’80, che avevamo anche in Italia, queste storie tra la zia e il nipote, tutto questo mondo di erotismo che serpeggia tra generazioni diverse, era una cosa che si usava di più. Poi probabilmente i tempi che viviamo hanno invece pagato lo scotto degli scandali che sono venuti fuori, riguardo appunto ai rapporti, al mondo del sesso legato ai minori. Giustamente c’è uno scotto che si paga e un’attenzione maggiore a preservare i minori. Però in quegli anni là era sicuramente una cosa che veniva più tollerata, almeno come immaginario. Per questo è strano. Oggi non si riesce a dare più scandalo, però poi per alcune cose siamo diventati più puritani, più moralisti e proibizionisti. Pensa al fatto che oggi non si può più fumare da nessuna parte! Alcune cose cambiano in un senso, però nello stesso tempo non si può più dare scandalo da nessuna parte, perché poi in realtà altri aspetti diventano molto più tollerati.

Nello specifico in quell’album si parla praticamente di questo. È la storia di lui che a bordo della sua Rolls-Royce incrocia e tampona una ragazzina che era in bicicletta e la soccorre, la porta con sé e da lì nasce una storia d’amore. Si innamora perdutamente di Melody Nelson, fino al tragico finale che la vede soccombere. Tutto questo fa capo ad un immaginario che all’epoca era sicuramente più acceso di oggi e anche più tollerato. In più Gainsbourg nello specifico, ma anche altri suoi contemporanei, erano appunto maestri nel dare scandalo, proprio perché ancora si poteva dare, in realtà. Non che oggi non ci sia qualcuno in grado di darlo, ma è molto difficile oggi scandalizzare qualcuno. Loro erano maestri in questo, basti pensare anche al brano che non fa parte di “Histoire de Melody Nelson”, che ti ho citato prima e che si chiama “Lemon Incest”, appunto incesto di limoni, che è anche volendo molto più provocatorio dell’intero album su Melody Nelson, perché parla di lui e del suo rapporto con sua figlia Charlotte Gainsbourg, che adesso è abbastanza conosciuta. Lui, credo avesse più di cinquant’anni all’epoca, con sua figlia che ne aveva dieci, sono ritratti in un video abbastanza esplicito nel provocare appunto dei rimandi sessuali con la figlia e con un titolo emblematico. È una cosa per cui oggi come oggi probabilmente arriverebbe la polizia, altro che la censura… Tra l’altro con un testo che dice: “incesto di limoni, io ti amo, ti amo papà”, dice la bimba, “l’amore che noi non faremo mai”.

In realtà è molto poetico, perché poi appunto era solo una provocazione: non stiamo effettivamente parlando di un pedofilo, era solo uno che amava provocare. Poi il testo in realtà è molto poetico, parla de “l’amore che noi non faremo mai”, non quindi l’amore che faremo, “l’amore che noi non faremo mai è il più bello, il più inebriante, il più violento”, proprio perché il rapporto che lega un padre a una figlia supera il rapporto sessuale. E’ questo in realtà il messaggio del brano, mentre invece il titolo e il videoclip vanno a provocare, a punzecchiare tutto il discorso dell’incesto con una minorenne. Lui risponde alla figlia una cosa per cui oggi si presenterebbe la polizia veramente, lui le dice “squisito schizzo, deliziosa fanciulla”… Exquise esquisse, Délicieuse enfant, Ma chair et mon sang”, il mio cuore e il mio sangue. Il significato è il contrario della provocazione che vuole lanciare, no? Il messaggio distrugge la provocazione stessa, però ci vuole anche un po’ di intelligenza nel capire queste cose e onestamente l’umanità, da che è sulla terra nella sua maggioranza, non ha mai dimostrato di essere intelligente, quindi è chiaro che queste cose possano anche poi provocare molto scandalo, soprattutto all’epoca e provocare molte reazioni.

– Il parlato, gli archi, le sue influenze funky hanno certamente cambiato il modo di fare musica di quei tempi, a tal punto da consacrare l’album come uno dei maggiori capolavori della musica. Quali sono le caratteristiche principali dell’opera e di quali influenze risente il disco?

È un disco pazzesco, perché da una parte ha un aspetto che sembra quasi costruito su un’improvvisazione, su una jam session. Il primo brano è tutto costruito su un riff principale, su un accordo, su una nota tenuta e quindi tutta la parte variabile, la variabilità all’interno della canzone, non è data da movimenti armonici o da inserti strumentali particolarmente ricchi, ma è invece spostata semplicemente sulla narrazione, sulla voce di Gainsbourg che narra e appunto sotto ha quasi l’improvvisazione. L’organico di questo disco che conosco a maggior ragione bene, perché lo abbiamo riproposto all’Angelo Mai di Roma tre anni fa, occasione in cui ho anche avuto la fortuna di cantarlo per intero e tra l’altro anche di fare la trascrizione della parte degli archi, perché quando ci siamo sentiti con Fabio Rondanini (dei Calibro 35), che appunto mi ha chiamato per coinvolgermi in questo progetto, ci siamo confrontati e ci siamo resi conto che non c’era, o meglio non si trovava, la partitura dell’orchestra di questo disco. L’abbiamo cercata appunto perché avevamo un quartetto che dal vivo doveva eseguire questa parte, ma non si trovata da nessuna parte, quindi mi sono imbarcato in questo lavoro assurdo, ho detto “vabbè ragazzi non si trova la trascrivo io” ed ho passato una buona settimana con le cuffie a ricacciarmi tutte le parti di violini, viole e violoncelli, quasi un lavoro da monaco amanuense medioevale. Però alla fine la partitura è venuta fuori, era anche abbastanza fedele, chiaramente noi avevamo un quartetto, non un’orchestra intera, però le parti erano quelle. L’organico al di là dell’orchestra è molto semplice, perché c’è una batteria, un basso, una chitarra elettrica e gli archi, sostanzialmente. C’è un coro, sono quasi del tutto assenti le tastiere, tranne per un pianoforte che entra una volta in un brano in “L’hotel particulier”, per cui è un disco secondo me fantastico anche per la sua semplicità strutturale. È molto scarno, sì c’è l’orchestra però nella sua anima e nella sua essenza è scarno, è molto rock’n’roll. A maggior ragione, nonostante questo suo essere così essenziale, riesce a raggiungere dei picchi, dei climax emozionali fortissimi e secondo me veramente importanti. È un disco molto dinamico, al contrario di come siamo abituati adesso, periodo in cui si fanno dischi molto poco dinamici, si usano i compressori in una maniera pesante e quindi la dinamica se ne va un po’ a quel paese.  Questo disco è invece iperdinamico, te ne accorgi subito quando lo metti su. All’inizio quasi non lo senti, poi ci sono delle parti in cui il volume è altissimo. Questa è la dimostrazione che è stata rispettata anche l’intenzione dei musicisti nel momento in cui erano in sala di ripresa. Quell’intenzione lì di crescendo, dal pianissimo al fortissimo, è stata rispettata e non è stata poi modificata, schiacciata o deturpata.

– In che modo questo album ha influito sulla tua musica?

È un album che mi è piaciuto tanto, quindi sicuramente l’ha influenzata, non so in che modo. Tutto quello che ho ascoltato da quando sono nato, in qualche modo fa parte del mio bagaglio sonoro. C’è tutto un materiale sonoro che comunque anche se non sai di avere, in realtà hai ugualmente; un po’ quello che accade per un pittore, che quando si mette davanti a una tela, ha una tela bianca. Ma tutti i pittori molto famosi, quelli molto bravi, soprattutto i pittori moderni (è un problema più dell’uomo moderno), dicevano più o meno la stessa cosa, cioè che quando si mettevano davanti alla tela bianca, in realtà era piena di cose, era assolutamente ricolma di moltissime immagini. Questo accade all’uomo moderno, soprattutto a causa della pubblicità, dei moltissimi impulsi visivi, degli stimoli che vengono lanciati e dai quali siamo spesso anche inconsapevolmente sommersi. Questo accade anche per la musica, e soprattutto anche lì per l’uomo moderno. La modernità, il rumore del traffico, il motore, il clacson, già col futurismo erano una novità nel Novecento. Anche la poesia risente di questo problema: i futuristi nelle poesie usavano le onomatopee, scrivevano brum, ratarataratà quando parlavano degli aerei che bombardavano. In musica accade la stessa cosa, accade che tutto quello che ascolti viene a creare una sorta di taccuino, una sorta di serbatoio, che tu comunque dentro hai. Poi quando fai delle cose nuove, in qualche modo cerchi di dimenticare tutto questo e non è detto però che qualcosa non affiori. Non c’è niente di sbagliato in questo, sono quelle che noi chiamiamo influenze.

– A quali progetti ti stai dedicando in questo periodo?

Adesso sto suonando un po’ in giro. Ho fatto altre cose, ho avuto una collaborazione con l’Accademia delle Belle Arti di Milano. Ci saranno altri concerti. In realtà ho già in mente delle cose nuove e appena potrò mi metterò a lavoro su queste.

Egle Taccia

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Egle Taccia

Egle Taccia

Avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag, scrive per Qube Music e Lamusicarock e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!