News Qube Music School

Qube Music School: Dellera ci parla di “Buffalo Springfield Again”

La lezione di oggi della nostra Qube Music School sarà tenuta dal Prof. Roberto Dell’Era (Afterhours, Dellera, The Winstons). Ci ha indicato subito come argomento della nostra lezione i Buffalo Springfield e il loro secondo album “Buffalo Springfield Again”.

La lezione di oggi della nostra Qube Music School sarà tenuta dal Prof. Roberto Dell’Era (Afterhours, Dellera, The Winstons). Quando gli abbiamo chiesto quale fosse la sua band o il suo disco di riferimento, ci ha indicato subito come argomento della nostra lezione i Buffalo Springfield e il loro secondo album “Buffalo Springfield Again”.

I Buffalo Springfield furono un gruppo folk-rock statunitense degli anni sessanta proveniente da Los Angeles e formato da Neil Young, Stephen Stills, Richie Furay, Bruce Palmer e Dewey Martin. L’attività del gruppo durò solo due anni, dal ’66 al ’68, ma grazie al talento innato di ogni componente della band, riuscirono non solo a lasciare un segno indelebile nella musica, ma anche ad influenzare fortemente tutte le generazioni future.

A questo punto non ci resta che dare il benvenuto a Roberto e iniziare la lezione!

Hai scelto di parlarci di uno dei gruppi più influenti della fine degli anni ’60, nonostante la vita breve della band. Ci racconti chi sono i Buffalo Springfield?

Al momento di scegliere l’argomento della nostra lezione mi sono venuti in mente due dischi in particolare, anche se ci sono un sacco di dischi che mi piacciono, o altri gruppi che hanno delle canzoni fantastiche, o altre band che sono fantastiche, ma non hanno un disco rappresentativo. Loro hanno un disco super rappresentativo con un suono eccezionale.

Non era ancora stato definito come il super gruppo, ma aveva già dentro delle personalità incredibili. Era nato un po’ per caso, tutti si muovevano ancora all’interno della scena del folk, che si era sviluppata parecchio, soprattutto sulla costa est e poi c’era questa riscoperta del country. Le cose si muovevano velocemente; soprattutto chi era nato in una certa comunità maneggiava il country o chi aveva dei genitori musicisti, padroneggiava degli strumenti. Credo che Stephen Stills e Neil Young si fossero già incontrati precedentemente nella scena folk di New York. Poi si sono ribeccati. C’è il famoso aneddoto per cui Neil Young e Bruce Palmer si sono incontrati in macchina ad un semaforo di Los Angeles insieme agli altri due. Si sono visti per caso, mentre credevano di essere in città diverse e si son detti di fare qualcosa insieme.

Erano già una sorta di super gruppo, come ti dicevo. Ognuno già ci stava provando da solo a scrivere canzoni, erano tutti produttori di se stessi, ma decisero di fondare questa super band. Nacque il primo disco che è “Buffalo Springfield”, al cui interno ci fu l’unico loro vero successo, alla fine, che fu il pezzo di Stephen Stills “For What It’s Worth”, dedicato alle prime riots legate ai movimenti universitari in California. Scrisse questo pezzo musicalmente eccezionale, ma anche molto centrato come testo. Ai tempi non c’erano ancora molte pop song, in fondo questa era una pop song, che andavano in classifica anche fuori dell’America a parlare dei movimenti universitari, degli scontri con la polizia e di tutto quello che la Controcultura stava fomentando negli anni ’60 in America. È stato ovviamente un momento abbastanza centrale per la storia americana e comunque legato all’evoluzione della musica pop, del rock’n’roll.

Tra l’altro era il momento in cui l’America e l’Inghilterra si stavano scambiando idee ed immaginari musicali in modo incredibile. In Inghilterra nasce il movimento del rock’n’roll proprio sulla scia di quello americano. Fino a quel momento non c’era una tradizione rock’n’roll. Il fatto che parlassero la stessa lingua, fece sì che l’Inghilterra fosse il primo Paese ad accogliere la tradizione del rock. Negli anni ’60 tutti i ragazzini in Inghilterra ascoltavano rock’n’roll, Chuck Berry, Elvis Presley… Gli inglesi facevano fondamentalmente la revisione della musica americana, ma ci fu successivamente la British Invasion, iniziata con i Beatles e poi, in coda a loro, proseguita da tutte le band inglesi che sfondarono in America. A quel punto gli americani si innamorarono delle tradizioni inglesi e cominciarono a copiarle. I Byrds, i Buffalo Springfield cominciarono a vestirsi e a pettinarsi come i Beatles, col loro taglio di capelli…era abbastanza incredibile questo scambio. Nel nostro Paese ci fu invece una situazione più di riflesso, perché comunque parlare la stessa lingua ha delle sfaccettature culturali che ti permettono di capire una cosa veramente. Anche se in Italia si vendevano un sacco di dischi, se ne vendevano soprattutto di artisti che facevano versioni italiane di quelle in lingua. Ogni tanto mi chiedo se gli Stati Uniti avessero parlato francese, quale sarebbe stata la storia del rock’n’roll! Gli Stati Uniti avrebbero potuto parlare francese, erano molto vicini, ma poi ha prevalso la dominazione inglese. Chissà come sarebbe stato…

Buffalo Springfield Again” anche se non è uno di quei dischi registrati alla perfezione, metteva in luce già delle personalità spiccate, anche se non avevano fatto ancora dei dischi solisti. Quel disco non è molto omogeneo nella modalità di realizzazione. Ognuno ha registrato da solo, spesso con la band, altre volte con altri musicisti, o attraverso session man di studio. Vedi, ognuno ha la sua metodologia, ci sono dischi più stratificati, fatti in cento studi che suonano da dio e che sono fantastici, altri registrati in due giorni in studio, come quello dei The Winstons, che però sono belli. Non necessariamente i dischi fatti da una band unita escono bene, sono pieni d’amore ed entusiasmo. Quel disco lì è un super disco, secondo me. Poi ci sono i tre cantanti che sono Neil Young, Richie Furay e Stephen Stills, che veniva dal Texas e aveva già il country nelle mani. C’è un sacco di country nel disco! Anche se dicono che la nascita del country-rock sia stata elaborata dai Byrds, col disco che esce quasi un anno dopo, “Sweetheart Of The Rodeo”, col quale loro fanno proprio il disco country-rock, già c’erano esperimenti country molto interessanti. Noi europei non eravamo molto interessati a quel tipo di tradizione, ma ci sono canzoni e generi, anche assolutamente distanti da noi, che sembra ci appartengano. Pensa al raggae o altri generi, che sono culturalmente lontanissimi da noi rispetto al country, che invece aveva più una matrice bianca ed europea.

Però sì, è un super disco! Ci sono i due esperimenti orchestrali di Neil Young, come “Expecting to fly”; lo conosco da quando ero ragazzino quel disco e quel pezzo mi ha sempre sorpreso. Jack Nitzsche, che era un giovanissimo produttore di studio e che avrà avuto 22 anni a quei tempi, fece questo esperimento orchestrale fantastico. Tra l’altro, oltre Neil Young non c’è nessun altro della band in questi due brani; è solo lui e pare che abbia registrato da solo la voce per le armonie vocali. L’altro pezzo orchestrale, il penultimo pezzo, “Broken Arrow”, anche quello è una specie di piccola suite, di quelle registrate in America in quel periodo lì, dove ci sono tanti pezzi di canzone uno vicino all’altro e dura circa dieci minuti. È fantastico “Broken Arrow”! C’è un altro pezzo, “Rock & Roll Woman”, che è un altro pezzo rock, dove pare ci abbia cantato David Crosby o comunque nei crediti era dedicato a David Crosby, che era già molto amico di Stills e con cui da lì a poco avrebbero formato Crosby, Stills, Nash & Young.

Era interessante quella scena, non erano sicuramente dei pupazzetti messi lì da un produttore perché erano bravi, belli e simpatici. Uscivano veramente da una scena musicale dove c’era parecchio talento. Forse anche loro si sono ritrovati nella stessa band, capendo vicendevolmente che c’erano delle cose da fare e da dire. È evidente che c’è un botto di talenti in quella band lì. Anche il terzo cantante che è Richie Furay e che è quello che fece meno successo, aveva una voce veramente clamorosa, una bellissima voce, una voce super.

La voce di Neil Young invece ai produttori all’inizio non era piaciuta, la ritenevano stramba e per questo gli affiancarono gli altri due…

Nel primo disco ci sono due o tre pezzi di Neil Young e non glieli fanno proprio cantare! Li fanno cantare a Richie Furay, perché aveva il tono simile a Young. Non lo facevano cantare perché consideravano la sua voce non all’altezza della produzione discografia. Ogni tanto ci vedono poco anche i produttori! Lui in realtà è quello che ha avuto una vita artistica e musicale più longeva e potente tra quelli di quel giro lì.

In che modo questo album ha inciso sulle generazioni future? Può dirsi precursore di quella che sarebbe diventata la psichedelia californiana?

Mah, andavano un po’ di pari passo. In Inghilterra, come in Europa la parte più psichedelica, più sognante, onirica, lisergica, come la chiamano, esce un po’ nel ’65 – ’66. I Beatles nel ‘66 con “Tomorrow Never Knows”, sono tra i primi esperimenti di psichedelia, ma già i Byrds avevano fatto un po’ di cose nel ’65- ‘66 con “Fifth Dimension”. C’erano già degli esperimenti abbastanza psichedelici. Diciamo che è un po’ tutta la cultura musicale dell’epoca. Non c’è una band che non abbia fatto un disco molto psichedelico o non abbia messo mani dentro quel tipo di flusso, che poi diventa moda, come tutto quello che funziona. Era sicuramente tutto legato all’idea di abbracciare il cambiamento culturale, alla loro natura sovversiva, anche perché quella scena era molto legata al mondo delle droghe, che per la prima volta molti cominciavano ad usare anche a livello popolare. Era evidente, non che lo facessero tutti, ma il fatto di sconvolgersi e andare a vedere i concerti era qualcosa di mai successo prima. Probabilmente molti musicisti avevano accesso a un certo tipo di droghe da prima, ma non erano psichedelici. Tutta la parte più lisergica delle droghe chimiche, tipo gli acidi e i funghi psichedelici, erano di quel periodo.

Un sacco di jazzisti già negli anni ’50 facevano uso di eroina. Era una società musicale molto diversa. Nessuno dei musicisti americani e inglesi degli anni ‘50 faceva uso di eroina o cocaina, era una cosa interna all’ambiente del jazz, non ce l’aveva nessuno. Tutti la scoprirono verso la metà degli anni ‘60 e dopo arrivarono droghe ancora diverse. Era una società molto legata alla controcultura, ovviamente.

Quanto la tua musica è stata influenzata da questo album e dalle sonorità della band?

Direttamente non saprei, ma è un disco che ho ascoltato come tutta una serie di cose californiane dell’epoca, anche quelle più underground e che comunque rimane in te per sempre. È stato per caso che mi sono avvicinato a quel tipo di musica lì. Comunque ti segna, penso accada soprattutto per un certo tipo di suoni; anche se non ha un produttore accreditato vero e proprio, suona veramente molto bene. Poi l’utilizzo di tre chitarre nelle canzoni… non è facilissimo buttarle dentro, usarle senza ingolfare. Lì ognuno fa la sua parte, con un suono e una parte molto definita. Quel tipo di forma canzone, se sei musicista, ti fa venire il desiderio di provare a scrivere delle canzoni per vedere se sei capace anche tu, perché loro erano fondamentalmente e principalmente dei grandi scrittori di canzoni. Poi Stills è un super musicista, suonava le tastiere, nel primo disco, a parte la batteria, fa tutto lui, fa le chitarre, le tastiere, i bassi… Per qualche anno Stephen Stills è stato abbastanza in stato di grazia. Poi invecchiando, a parte Neil Young che è stato quello che si è sempre rinnovato perché era una testa matta, alla fine tutto quel mondo lì del rock’n’ roll, del country, del country rock, è finito per rappresentare gli anni ’70 in senso opposto, quella musica più standard, quella più di controcultura e meno seducente di tutti.

Sono periodi, dipende da come guardi le cose. Tutti quei personaggi lì erano molto di rottura, quindi agli occhi di chi aveva 17 anni nel ’76, quando il movimento punk, la musica punk, ha spazzato via tutta quella roba lì, ha fatto sembrare tutti, semplicemente dieci anni dopo, dei vecchi stravecchi reazionari americani. Sto facendo un sacco di interviste con i Winstons e proprio la musica progressive, il prog è stato per anni considerato musica per intellettuali, una roba noiosa, una schifezza. Mentre invece i primi, quelli che hanno messo le basi per un certo tipo di sabotaggio musicale, invece di voler fare solo pop hanno detto: perché non mischiamo la forma canzone con l’avanguardia, con il jazz? Ed è venuto fuori tutto quel giro di band come i Soft Machine, Kevin Ayers, i Gong di Daevid Allen, che erano dei super sabotatori musicali. Dieci anni dopo tutta quella roba lì era diventata merce da odiare da tutta un’altra generazione che li veniva a distruggere, ma è normale che sia così. A parte qui in Italia, dove tutto arrivava con un’accezione molto, molto diversa.

Oggi cosa sta succedendo? C’è poca innovazione?

Adesso è un po’ come in tutto il mondo, non ci sono più i grossi filoni, il filone delle quattro rock band che fanno gli stadi. Ci sono tante piccole nicchie di mercato, unite nella disgregazione delle grandi label. Anche la distribuzione tramite internet ha creato gruppi relativamente più piccoli di fan. Ci sono tante nicchie, tante band dell’indie che ascoltiamo e che poi non è che in America facciano tutti questi grossi numeri ai concerti, magari fanno duemila persone. Non è che Mark Lanegan in America fa gli stadi, o i Grizzly Bear o quelli che piacciono a noi legati al mondo dell’indie, fanno numeri. Ci sono mille filoni, chiaramente quello dell’Hip Hop e del R’n’B americano è super dominante. Poi c’è l’Inghilterra che prende sempre di sorpresa con artisti che riescono ad arrivare in classifica con robe serie e a vendere un numero discreto di dischi. L’Inghilterra è sempre in movimento. Qui in Italia sinceramente non so cosa stia succedendo, come stiamo messi. Quello che va in classifica non è mai veramente innovativo. Le classifiche non permettono che ci siano cose nuove e innovative.

Cosa puoi dirci del nuovo disco degli Afterhours?

Del nuovo disco degli Afterhours non ho ancora sentito una parola, nel senso che noi finiamo il disco e poi Manuel si chiude in studio e lavora ai testi. Nessuno di noi ancora conosce nessuno dei testi di Manuel, quindi siamo curiosi. Non è ancora finito! Sai che noi registriamo coi testi in finto inglese di Manuel, dove poi vengono costruiti i veri testi, che noi scopriamo solo alla fine?

Ancora una volta credo che abbia centrato il tema e abbia fatto un’ottima scelta, che ho approvato totalmente, ovvero cercare di parlare di quei temi di cui nessuno vuole parlare. Ci sono vari temi difficili in Italia… Oggi o parli di te o dei tuoi cazzi personali, che sono temi di moda, come se non ci fossero mai stati i disagi sociali, ma ci sono sempre stati! Poi c’è anche il momento politico in cui si parla solo di politica, ma poi passa di moda. Ci sono però dei temi di cui non si vuole mai parlare, come il tema della morte. È molto interessante perché aleggia intorno a noi, ma siamo il Paese evidentemente meno vicino alla cultura trascendentale o mistica in assoluto, anche se abbiamo il Vaticano in casa. Mentre in altri Paesi si parla di religione, di spiritualità, di mistica e di spiritismo molto più che in Italia, qui da noi questo tema non è proprio nell’aria, stranamente.

In questo periodo quindi stai seguendo numerosi progetti. L’uscita del nuovo disco degli Afterhours, il tour solista e l’avventura con The Winstons. Quali saranno i prossimi appuntamenti da non perdere?

Adesso sono uscite un po’ di date con gli Afterhours, che hanno la priorità. E’ la macchina più grande, è il momento del disco, è il momento di entrare in quella modalità. Sono diverse famiglie con emotività diverse. Soprattutto con gli Afterhours, c’è una grossa relazione con i testi, con il disco nuovo. È molto importante entrare in quella bolla lì. Per quanto riguarda i Winstons, Enrico partirà con P J Harvey, quindi i Winstons avranno dedicata una finestra di tempo, ma è ancora tutto da vedere. Io avevo già quasi terminato un EP da fare uscire, avrei voluto farlo uscire prima del disco degli Afterhours, ma alla fine ho pensato che non fosse il caso, perché sarebbe stato fatto tutto di corsa: gli Afterhours, il disco dei Winstons, le collaborazioni con Silvestri, sarebbe stata troppa roba. L’idea era quella buttare tutte queste cose fuori in cinque mesi, ma poi ho pensato che fosse meglio aspettare ottobre o novembre. Quando il posizionamento astrale sarà favorevole, farò uscire il disco. Per adesso non vedo l’ora di entrare nella bolla Afterhours, per diventare quella roba lì!

Egle Taccia

Autore

Egle Taccia

Egle Taccia

Avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag, scrive per Qube Music e Lamusicarock e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!