Interviste Qube Music Generation

QUBE GENERATION: Rino Gaetano secondo LOHREN

“Manchiamo oramai tutti di originalità. Persino gli alternativi non lo sono più, hanno dei negozi tarati apposta e se vuoi essere come loro devi vestirti in quel modo e ascoltare la loro musica”…

Iniziamo col dire che questa cover è solo l’inizio della storia. Diciamo subito che questa stessa storia proseguirà appena dopo le feste con il primo singolo inedito. Aspettiamo poi il “grande” Festival e, tornando tra le righe della musica vera, scopriremo anche il primo disco dei LOHREN. Perché iniziare a dar voce di sé con una cover ce lo diranno loro… di certo è che la loro interpretazione del celebre brano “Sfiorivano le Viole” del maestro Rino Gaetano gli è riuscita proprio bene che quasi non sembra più lei… la canzone… l’originale. Bel video che dal suo piccolo colleziona visualizzazioni e fa parlare di questo duo: ovvero Luca Zadra e Giulia Lorenzoni. Altre piccole avventure in direzione ostinata e contraria. Qube Generation ferma i LOHREN e si mette in ascolto.

– Iniziamo da Rino Gaetano: perché proprio lui tra le righe dei LOHREN?

Rino ci ha sempre accompagnato nel nostro percorso artistico. Ci ha ispirato per la sua irriverenza e per la sua lungimiranza. I suoni che usava sono molto all’avanguardia e i testi sempre criptici e polemici ma allo stesso tempo molto semplici. Siamo usciti con una cover pericolosa ma abbiamo cercato di rispettare Rino nel miglior modo possibile, era molto facile dissacrarlo e ci siamo andati con i piedi di piombo. Non siamo abituati a fare cover, scriviamo principalmente brani originali, il disco che verrà sarà molto più sperimentale.

– La vostra musica è sintesi. Voce e pattern digitali. Secondo voi anche la società che ci circonda è sintetizzata o sintetica?

Camminavamo per via del Corso a Roma e ci siamo accorti di come ogni 200 metri i negozi iniziavano a ripetersi, come in un loop. Facevano parte della stessa catena, il nome era lo stesso, i prodotti pure. Ci vestiamo tutti allo stesso modo, mangiamo tutti le stesse cose, ci laviamo tutti con gli stessi prodotti. Di sicuro la società è stata sintetizzata perché sintetica non lo era di spontanea volontà. Manchiamo di originalità. Persino gli alternativi non lo sono più, hanno dei negozi tarati apposta e se vuoi essere come loro devi vestirti in quel modo e ascoltare la loro musica. Una qualsiasi industria è lo specchio della società moderna: si creano le cose con lo stampino per essere esportate in tutto il mondo e noi abbiamo la forma di quello stampino.

– Talent. Sanremo. Musica pre-confezionata. Grandi media inaccessibili. Quindi cosa resta a chi come voi fa il suo esordio con qualcosa di nuovo?

Le persone non comprano più dischi, non ci sono più soldi nelle case discografiche, i talent scout non si fanno più trovare nei pub il giorno che suoni te, non esistono più le mezze stagioni. Ciò che resta a chi esordisce oggi è la determinazione di girare per strada e cercare concerti, di andare a lasciare volantini del proprio concerto anche al vecchietto in fondo alla strada, di spammare il proprio video su youtube anche di notte e di non dormire pur di finire un arrangiamento incompleto. In Italia come in tutto il mondo hanno preso piede talent show e televisione che hanno creato dei colli di bottiglia da cui sei costretto a passare per entrare nel mainstream, ma sono un bel rischio per i musicisti emergenti. Sono pochi gli artisti validi che riescono ad uscire dall’essere etichettati con il nome del talent. I fan tante volte seguono il vincitore del programma televisivo e si scordano il nome della band. E l’anno dopo? Avanti il prossimo. La visibilità che portano è totale, ma può essere un’arma a doppio taglio per la corta durata di attenzione dei telespettatori.

– Canzone d’autore, pop, musica leggera. Dovendo definirvi, quale parola sarebbe corretta?

Non abbiamo mai pensato a come etichettarci, ci siamo incontrati ed abbiamo formato un duo, abbiamo iniziato a scambiare idee ed è partita la composizione a quattro mani. Forse la definizione più calzante potrebbe essere elettro-pop con influenze jazzistiche, ma alla fine ci piace scrivere con la forma della canzone. Sono i critici che affibbiano un’etichetta aspettiamo l’uscita del disco per capirlo anche noi.

– Farsi vedere, raggiungere il pubblico, tv, radio e giornali. Che regole ha secondo voi questo gioco? Fare quel che si vuole per andare in scena o far quel che la scena vuole per essere accettati?

Fare quel che vuole la scena è il modo perfetto per non destare maggiore interesse, se un artista emergente fa qualcosa che si è già sentito da un esempio che ha già avuto successo si dovrebbe preferire andare a sentire l’originale, che magari è pure migliore. Così almeno dovrebbe andare secondo la logica. Ma in verità al pubblico medio piace vedere sempre le stesse cose, è difficile ascoltare qualcosa di nuovo, qualcosa che non si capisce, troppo sforzo. L’originalità è indefinibile, puoi avere una bellissima voce, delle note fantastiche, ma suonare uguale ad altri mille lavori. Da questo punto di vista vince 100 a 0 un disco di Tom Waits registrato con un cellulare piuttosto che qualsiasi disco sia uscito in Italia quest’anno nel mercato delle major. Sono le idee che vincono e non è importante da quante persone vengano condivise o accettate, è meglio avere 100 fan che ti comprano disco maglietta e vinile ad ogni concerto che un milione di telespettatori che ti votano da casa.

– Chiudiamo dando un occhio al futuro. Ambizioni e sogni. Tenendoci davvero ancorati alla realtà della situazione attuale, salvo casi eccezionali, cos’è che un emergente oggi può inseguire realmente nel suo futuro artistico?

La cosa più importante è avere una forte e solida conoscenza della teoria musicale, che ti può permettere di essere inserito in diversi ambienti e comunque di non essere tagliato fuori dai settori musicali che richiedono maggiore competenza come l’insegnamento o il turnismo. Una grande aspirazione è quella di riuscire ad entrare in un circolo vizioso per il quale più suoni e più suoni. Più concerti fai più te ne escono fuori. Come ultimo conseguimento c’è quello più importante: lasciare qualcosa dietro di se. Che sia un disco che ha cambiato la vita a quattro persone o una schiera di piccoli allievi a cui è stato inserito il germe della passione la cosa a cui noi puntiamo di più in assoluto è avere un bel lascito. Non c’è niente di più poetico.

Paolo Tocco

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Paolo Tocco

Paolo Tocco

Blogger e cantautore abruzzese doc, da anni si occupa di musica d'autore e cultura musicale a stretto contatto con le più importanti realtà giornalistiche del settore. Recentemente ha trasformato il suo disco del 2015, “Il mio modo di ballare”, in un libro assolutamente speculare all’album con 11 racconti per le altrettante canzoni, pubblicato da Tabula Fati Editore, con cui fa il suo esordio come scrittore.