Interviste Qube Music Generation

QUBE GENERATION: analogico o digitale? Lo chiediamo al Collettivo Ginsberg

In scena torna il Collettivo Ginsberg sotto la guida della label L’Amor Mio Non Muore

In scena torna il Collettivo Ginsberg sotto la guida della label L’Amor Mio Non Muore. Ne avevamo già parlato su Qube, un’etichetta totalmente – e per davvero questa volta – analogica, cioè priva di computer… e il discorso sembra così interessante al punto che lo riprendiamo oggi incalzando i protagonisti di una nuova produzione: il nuovo disco di Christian Fanti e soci si intitola “Tropico” ed è un cut-up testuale continuo e dai caratteri profondamente bohémien in un’Italia attuale ma vista sotto una veste che spazia dall’antico degli anni ’60 al moderno con sonorità grigie quasi di cemento. Il punto è che tutto il lavoro nasce in analogico ma vive nel mondo digitale. Un bellissimo ascolto che probabilmente avrebbe (come è d’altronde secondo gli scopi di produzione) la sua giusta connotazione su un disco di vinile o su nastro magnetico ma, ad onor del vero, lo troviamo anche sulle ovvie piattaforme digitali. Controsenso o prosecuzione doverosa. Così oggi è!

– Da ingegnere elettronico vorrei partire dalla parola ANALOGICO. Il vostro disco è un disco prodotto davvero con una tecnologia ormai possiamo dire antica. Nastri, banchi e manopole, nessun computer. Nell’era del futuro in cui il digitale sforna vette di qualità teoriche, il mondo analogico si sceglie per quale motivo? L’ennesimo ritorno di mode? Perchè non è la qualità tecnica il punto forte di una registrazione analogica…

Il nostro disco, ahimè, non è prodotto interamente in analogico, perchè abbiamo registrato voci e cori in studio da Marco Bertoni a Bologna mentre tutto il resto degli strumenti sono stati registrati, in analogico appunto, nel nostro studio L’Amor Mio Non Muore a Forlì. Quindi, dopo questa piccola e doverosa correzione, rispondo alla tua domanda facendo una piccola prefazione: il progetto L’Amor Mio Non Muore – Sala d’Incisione, Dischi è un progetto che Alberto Bazzoli (tastiere CG), Roberto Villa e io abbiamo aperto a inizio anno, si tratta appunto di uno studio interamente analogico (no computer in studio) e di una etichetta discografica che pubblica solo lavori registrati in studio (produce e co-produce); questo significa che “Tropico” è nella nostra linea editoriale di co-produzioni, ovvero quei lavori che vengono registrati in studio ma che per necessità di produzione/artistiche/arrangiamento delle parti vengono finiti in altri studi tramite l’utilizzo di computer. Riguardo nostra linea di produzioni, invece, seguiamo registrazione, mix e master direttamente in studio. Quindi: ritorno di moda? Beh, si e no, nel senso che abbiamo deciso di non avere computer perché era l’unica maniera per fare qualcosa di davvero particolare, era l’unica maniera per soddisfare le nostre esigenze di produzione, il nostro ideale di fare musica, senza contare che ProTools è un programma che deve essere costantemente aggiornato e i computer invecchiano in fretta, mentre uno Studer A80 è una macchina che se tenuta bene dura all’infinito! È vero, la perfezione tecnica non la si raggiunge quasi mai, ma ciò che acquista valore è la pasta sonora (Dio salvi i rientri!!!!), la magia del buona la prima senza stare a pensare troppo sulle sbavature che possono esserci, a noi interessa fermare il momento magico (dovrete perdonare la banalità, se volete, del termine), inoltre utilizzando un registratore con sole 8 tracce ciò che davvero guadagna valore è il focus che, l’artista, deve necessariamente fare prima di registrare su ciò che davvero è essenziale o meno per il brano. Un esempio? Ai chitarristi diciamo sempre: un solo di chitarra, uno solo, non pensarne mille come se fossimo davanti al Mac, ne possiamo registrare uno solamente, focalizza l’attenzione su quello che ti serve realmente e fallo. Il nostro studio non è né meglio né peggio di altri e la nostra scelta tecnica non porta a fare musica migliore o peggiore, è un’altra strada, una via parallela, un altro modo di vivere il mestiere di fare musica nel 2016.

 – Che poi, restando su questo argomento: il disco del COLLETTIVO GINSBERG lo ascoltiamo anche su SPOTIFY. Quindi il lavoro ANALOGICO si traduce per la fruizione DIGITALE. Non lo trovate un controsenso?

Ti ripropongo, dato che è un quesito che ci fanno praticamente sempre, una domanda/risposta per un’intervista ad una testata nazionale (intervista rivolta a L’Amor Mio Non Muore), domanda/risposta che poi è stata tagliata dalla redazione e mai pubblicata:

D) Dopo la produzione si passa alla comunicazione. I vostri dischi saranno solo su supporti analogici (quindi Lp e musicassette) o anche digitali? In questo secondo caso, non trovate sia un controsenso? Tutto l’artigianato prezioso di un suono ributtato nella compressione digitale della rete…come a dire: faccio il gelato fresco artigianale secondo antiche ricette e poi ci metto conservanti e lo congelo in frigoriferi industriali per poterlo vendere anche d’inverno…

R) Allora, le cose stanno così: innanzi tutto l’esempio del gelato è sbagliato completamente, perché qui non si tratta di inquinare un prodotto fatto di antiche ricette con dei conservanti, si tratta semplicemente di contestualizzare le cose che si fanno in relazione al tempo e allo spazio in cui queste avvengono. Siamo nel 2016, non negli anni del secondo dopoguerra dove l’unico supporto conosciuto era quello del disco in vinile e in bachelite.  Il problema quindi è il supporto?  Avresti dovuto fare un esempio che riguardasse non la ricetta ma l’involucro in cui il gelato è custodito e veicolato al pubblico, allora avremmo potuto aprire un dibattito: c’è a chi piace il cono, a chi la coppetta.

Quindi ti rispondo, assolutamente no, perché ripeto la questione analogico sta alla base della scelta relativa a come registrare un disco. La questione streaming è abbastanza complessa, non è semplicemente un si/no perché io baso sempre il ragionamento sulla mia persona, pensandomi un fruitore medio/alto di musica, nonostante abbia le pezze al culo e non possa spendere chissà quante centinaia di euro in dischi! Io ascolto molto su Spotify, ingoiandomi la stramaledetta pubblicità, e ciò che mi piace soprattutto per le nuove proposte magari scoperte su recensioni, articoli ecc se riesco vado a vederle dal vivo e se mi piacciono davvero tanto acquisto pure l’LP, mi tengo informato, anche se preferisco cento volte una piattaforma come Bandcamp. Oggigiorno si è quasi obbligati ad essere su una piattaforma come Spotify/Apple e compagnia bella, che tu lo voglia o meno, perché purtroppo è il modo in cui si ascolta musica nel 2016: qualità scarsa, concentrazione ai minimi, skip skip, pubblicità, e poi cosa ricordi? La pubblicità, appunto! Però bisogna stare al passo coi tempi e fare scelte sensate: noi per esempio abbiamo stampato solo LP e preferiamo fornire il nostro digital dalla piattaforma Bandcamp perché la riteniamo più etica e la qualità sonora è ai massimi livelli, se poi qualcuno ci ascolta anche in streaming, beh, bene, mi verrebbe da dire solo una cosa: comperate il disco, magari ascoltatelo meno volte ma con più attenzione che è meglio! Lodate il silenzio, quando la musica è di troppo.

– Il video di lancio ripropone un video di tanti anni fa. A questo punto ripropongo due delle polemiche che voi sottolineate: facile fare un video mostrando un video già fatto…no? E poi il cut up: facile via di uscita contro la mancanza di fantasia. Il Collettivo risponde:

La fantasia è un concetto soggettivo, relativo e da contestualizzare col proprio mondo. Il cut-up non è fare le cose a caso, ha una sua logica e comunque per noi è una tecnica naturale, significa lasciarsi ispirare da ciò che ci circonda l’abbiamo sempre usata, anche nei video di Asa Nisi Masa (il lavoro precedente), e comunque la questione è molto semplice: fare di necessità virtu. Per Primavera Mambo volevo dei ballerini (non dei ballerini qualsiasi) ma non avevo soldi per girare un video, pagare un coreografo, i ballerini stessi, noleggiare la strumentazione ecc ecc, ho deciso di agire come avrebbero potuto agire i dadaisti di inizio Novecento! Ho scandagliato non so quanti video su YouTube e quando ho trovato quello è stato colpo di fulmine e botta di culo! Ho trasmesso il filmato sulla tv e ho ripreso il tutto senza modificare la velocità del video perché, una volta trovato l’incastro giusto, i movimenti e i tempi erano assolutamente perfetti! Burroughs diceva “uno scrittore non possiede le parole più di quanto un pittore possieda i colori”, questo concetto nell’era della multimedialità e degli hyperlink è assolutamente contemporaneo, considerando oltretutto che nelle arti visive l’arte del collage è discretamente datata ormai!

– La scena indie oggi è costellata di musica – dicono – di rivalsa. Ci sono tanti “urlatori” e pochissimi cantanti. Ci sono tanti front man stonati e poca musica ben suonata. Ci sono tantissimi progetti simili, copia e incolla l’uno con l’altro. Voi siete davvero unici per molte cose e va detto…tuttavia, in un paese in cui le mode dettano legge, andare “contro tendenza” crediate sia una scelta funzionale? Pensate sia questa la strada per provare qualcosa di nuovo?

Assolutamente sì. Ci sentiamo liberi di fare quel che ci pare con la nostra musica, l’abbiamo sempre fatto e lo faremo finché ci sarà concesso farlo. Vogliamo tenere alta, molto alta, l’asticella della qualità. Siamo talmente unici che alla fine nessuno ci caga, perché viviamo nell’era della forma (e non della sostanza)! E comunque credo che il compito di un artista debba essere quello di non accontentare le masse, il pubblico, deve far sì che – tramite il proprio operato – si guardi la luna, non il dito che la indica. Le mode sono cicliche, passano, ritornano, scompaiono nuovamente e nel loro flusso ben poche cose saranno ricordate in futuro. Preferisco uno scalpello e un martello per incidere su una pietra a mille tweet ritweettati mille volte.

– Oggi conta molto di più l’immagine che il contenuto. Il vostro disco peraltro con l’immagine gioca tantissimo e riesce molto bene a comunicare un concept che poi ritrovo nell’ascolto. Al di là di scelte artistiche e di scelte umane, qual è il vero significato che c’è dietro l’immagine di copertina di “Tropico”

Ho scelto quell’immagine perché, per me significa, l’urgenza e la necessità di esprimere qualcosa, esprimere la nostra arte, musica, abbiamo cose da dire, voglio che tutti le sentano, voglio urlare dalla torre più alta della città, voglio aprire le nuvole.

– Chiudiamo dando uno sguardo sociale: l’altro giorno una giornalista di una testata nazionale non aveva tempo da dedicarsi ad ascolti e nuovi dischi tanto era impegnata per l’uscita di un articolo che recitava: FEDEZ e CHIARA FERREGNI: sarà vero amore? Non potendo urlare, ma solo scrivere qualcosa che sia degna come risposta, il COLLETTIVO che cosa vorrebbe dire agli esimi signori della corte?

Non ho seguito la notizia, sempre che di notizia si possa parlare, la definire più gossip, no? E comunque mi vien da dire giusto tre cose, tre, perché altrimenti anche qui si partirebbe con un pippone infinito su “si vabbè ma al giorno d’oggi c’è questo e c’è altro, c’è posto per tutto, sia per il gossip che per l’arte colta, non possiamo fare di tutta l’erba un fascio, a ognuno il suo, ecc ecc”: 1) si vede che sta giornalista forse non è una a cui interessa la musica ma i suoi riflessi1) e, comunque, chi se ne frega??? 2) la Ferregni è una gran fi*a.

Autore

Paolo Tocco

Paolo Tocco

Blogger e cantautore abruzzese doc, da anni si occupa di musica d'autore e cultura musicale a stretto contatto con le più importanti realtà giornalistiche del settore. Recentemente ha trasformato il suo disco del 2015, “Il mio modo di ballare”, in un libro assolutamente speculare all’album con 11 racconti per le altrettante canzoni, pubblicato da Tabula Fati Editore, con cui fa il suo esordio come scrittore.