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QUBE GENERATION: a Sanremo prima del tempo con Chiara Dello Iacovo

Reduce dai Talent ma dai Talent è evasa a piedi nudi contro il conformismo che omologa ogni cosa…

Reduce dai Talent ma dai Talent è evasa a piedi nudi contro il conformismo che omologa ogni cosa, come una patina di polvere o come quei suoni sgradevoli di pad che sono troppo alti di volume e finiscono per impastare ogni cosa. Nonostante il suo pop di fattura italo-americana sia ligio al dovere del mercato, Chiara Dello Iacovo prende posizioni con una maturità che ci piace… e da questa coltre di burattini manovrati per l’arte e per il mestiere, sa come dirci la sua, con carattere, umile, semplice, sicuramente personale… come a tirar su un bel respiro di cose ancora belle in questo nostro bel paese di nuovi musici, anch’essi irrimediabilmente belli. Chiara Dello Iacovo sarà tra i giovani al prossimo grande Festival di Sanremo con il brano “Introverso” e QUBE GENERATION la incontra per voi con qualche domanda “scomoda”… che però sa tenere a bada con quel piglio che spesso manca anche ai più esperti. Play Loud.

– Partiamo subito da Sanremo. Il Monopolio delle opportunità. Il grande Festival che celebra la musica italiana e poi tutto quello a cui non da voce. Tu come la vedi?

Caparezza direbbe “Dimmi, com’è da lì? Da qui? Come non si era mai visto prima, uno sballo! Senza dietilammide né mescalina!”. Devo ammettere che questo suo estratto di testo rispecchia molto anche la mia attuale situazione emotiva. Sono una persona per indole tendenzialmente insoddisfatta, e questo invece è uno dei rari momenti in cui davvero non riesco a trovare un motivo per torturami. Lo vedo con sguardo bifronte: da un lato come coronamento di un anno che per quanto riguarda la mia crescita personale e artistica è stato strabiliante, dall’altro come un nuovo punto di partenza su cui costruire quella che spero si la mia effettiva e reale carriera. Un altro gradino, insomma.

– “Introverso” è un bellissimo brano. Complimenti. In qualche modo tra le righe istighi ad andare oltre i conformismi. Non pensi che sia una sorte di contraddizione? Una canzone che lotta contro la standardizzazione e poi si ritrova a suonare nel più tradizionale dei modi e a partecipare nelle più tradizionali delle platee…?

Più che contro i conformismi, incito ad andare oltre l’approccio superficiale con cui si tende ad affacciarsi alla vita. Di sicuro parte da un’insofferenza che nutro verso il comune vizio dell’ “ostentare”, in senso generale, che la riflessione critica sia stata indotta dal mio contatto col mondo dello spettacolo poi, è secondario. In ogni caso più che una contraddizione io la considero una rivincita: avere la possibilità di cantare sul più conosciuto palco della tv-musicale, un testo che ne denuncia proprio il lato più meschino, è una notevole soddisfazione.

– Si è tanto parlato e male dei Talent e tu vieni fuori da uno di questi. La tua voce in merito?

Questa è una delle domande che mi è stata posta più di frequente in questi mesi ed io continuo ad essere lieta di poter prendere una posizione a riguardo. Premetto che io non ne sono mai stata, e continuo a non esserne una seguace, e prima della scelta avventata che ho deciso di fare quest’anno, ne ero sempre stata alla larga perché impaurita da quel loro meccanismo “tritacarne”. C’è da dire a loro difesa però, che sono divenuti un fenomeno ormai rodato; adesso, e ne parlo da partecipante che ha dovuto impiegare non poca fatica per sopravvivere a quell’ambiente che non le apparteneva troppo, li vedo più come un banco di prova. Dal canto mio posso dire di essermi davvero collaudata durante quei mesi: ho capito moltissime cose di me, dal mio modo di rapportami col pubblico, col palco e con quello specifico mondo del lavoro, alla gestione della tensione, fino ad arrivare a confrontarmi coi veri capisaldi di un essere umano come la propria etica e la propria scala di priorità e di valori. Un contesto così destabilizzante, se lo si sa vivere a fondo, ti offre veramente la possibilità di scoprirti e di scavarti dentro. Di certo questa mia autoanalisi costante mi è costata la perdita di gran parte dell’ebrezza e della leggerezza, ma sono felice così. Ho assorbito tutto quello che poteva offrirmi quel contesto ed ora uso i mezzi acquisiti per fare la mia arte. A questo credo che servano i talent show: devono essere usati a proprio favore e non farsi usare, ed è un appello che lancio a tutti coloro che hanno intenzione di cimentarvisi.

– Oggi siamo immersi nelle facili polemiche, siamo immersi nei saccenti di ogni specie… la banalità dei social impera. Quindi ad un artista giovane come te, cosa resta di sano e di concreto per dar voce alla sua creatività?

Ogni artista parte, si evolve e muore, sempre all’interno della propria creatività: questo è quello che ci resta a discapito di ogni cambiamento esterno. Essa è sia la matrice che lo sbocco, sia la causa che l’effetto. I social non hanno peggiorato l’umanità, fungono solo da lente di ingrandimento. È una questione di proporzioni: da sempre le banalità sono per definizione più numerose delle cose speciali, i social e il loro metodo di propagazione non fanno altro che darci l’impressione che si siano moltiplicate solo le prime ma in realtà il rapporto credo sia rimasto invariato. L’apparente scompenso è probabilmente dovuto dal fatto che di solito le persone più intelligenti sono piene di dubbi e perciò ponderano le loro sentenze prima di esternarle, mentre gli altri non si fanno troppe domande quindi è possibile effettivamente che l’apporto finale sia a favore dei secondi.

Io però rimango dell’idea che un corpo destinato a venire a galla, prima o poi si fa strada anche tra un mare di rifiuti: l’importante è avere la possibilità di farlo e di sicuro il mondo odierno in questo ci aiuta.

– Ti sei formata anche negli Stati Uniti. Rimettendo piede in Italia: il paragone immediato che ti viene da fare?

In America ho avuto modo di frequentare una scuola d’arte e di lavorare a contatto diretto con dei ragazzini dagli 11 ai 17 anni dotati di una professionalità che da noi è un’utopia nella maggior parte degli ambienti professionisti. Essere al servizio dell’arte per loro non solo è un lavoro al pari di qualunque altro, idea che ti inculcano si dalla tener età, ma anzi è un privilegio e la dedizione quasi marziale che riversano nelle loro opere è da prendere ad esempio. Detto ciò, noi italiani possediamo un innato calore e una ricchezza d’animo ineguagliabili: non sarei capace di sostituire il nostro variopinto e prorompente caos, neanche con tutti gli impeccabili americani del mondo.

– In Italia oggi. La musica e il suo pubblico. Cosa ci stiamo perdendo che non finirà mai nelle grandi televisioni dei Festival e dei Talent?

Ci staremmo perdendo qualcosa anche senza Festival e Talent, anzi probabilmente ci staremmo perdendo più cose. Ogni tipologia di musica ha il suo pubblico, i suoi percorsi e i suoi circuiti, c’è chi è più strutturato per le telecamere, chi per i jazz club, chi per i teatri, chi per gli stadi: i più fortunati all’interno di una carriera riescono a declinarsi in tutte le valvole di sfogo che la musica ha da offrire. La televisione ha necessità di accontentare il grande pubblico, e su questo si basano le sue scelte stilistiche. Chi vuole un altro tipo di prodotto, di sicuro non lo cerca su Mtv: io Cristicchi che porta in giro il suo toccante spettacolo sulle foibe triestine, vado a vedermelo a teatro.

Paolo Tocco

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Paolo Tocco

Paolo Tocco

Blogger e cantautore abruzzese doc, da anni si occupa di musica d'autore e cultura musicale a stretto contatto con le più importanti realtà giornalistiche del settore. Recentemente ha trasformato il suo disco del 2015, “Il mio modo di ballare”, in un libro assolutamente speculare all’album con 11 racconti per le altrettante canzoni, pubblicato da Tabula Fati Editore, con cui fa il suo esordio come scrittore.