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Poggipollini: Una chiacchierata con Capitan Fede sulla genesi di Nero

Federico Poggipollini è uno dei maggiori chitarristi italiani. Musicista dalla personalità eclettica, ha collaborato con numerosi artisti e sviluppato – parallelamente – una carriera solista

Federico Poggipollini è uno dei maggiori chitarristi italiani. Musicista dalla personalità eclettica, ha collaborato con numerosi artisti e sviluppato – parallelamente – una carriera solista che lo ha portato, quest’anno, alla pubblicazione del suo quarto album: Nero. Un gran bel disco tra rock e blues, tradizione e innovazione. Capitan Fede ce ne parla in questa intervista su Qube Music.

– Il tuo nuovo album è uscito il 26 maggio scorso. Si tratta di un disco ricco di novità sotto diversi aspetti. Da “Via Zamboni 59” ad oggi è cambiato qualcosa anche nel tuo modo di approcciarti mentalmente ad un lavoro solista?

Ho fatto tre dischi da pseudo-cantautore, cioè Via Zamboni 59, Nella Fretta Dimentico e Caos Cosmico. Il raccontare qualcosa in maniera immediata, con delle scadenze, è stata un’esperienza divertente, formativa, ma la consideravo come una parentesi chiusa. Questo disco è nato in un modo completamente diverso. Ho avuto totale libertà artistica e di gestione, non avendo un’etichetta non avevo l’obbligo di rispettare delle tempistiche. Inizialmente non sapevo nemmeno se avrei cantato io, o se dare all’album il mio nome. Assieme a Micheal Urbano, ho scelto di ripercorrere un tipo di sonorità che fa parte delle mie radici. Per la composizione dei brani partivo da accordi e melodie, pensando solo in un secondo momento alle parole. Pur essendo molto attento a ciò che desideravo dire, mi focalizzavo soprattutto sul suono delle parole, il mio traguardo era – infatti – quello di non perdere mai il flusso melodico, per questo motivo si può dire che ho utilizzato l’italiano quasi come se si trattasse dell’inglese. È stato un lavoro maniacale: lo lasciavo fermentare, lo ascoltavo dopo mesi per capire dove le cose funzionavano e dove – invece – era necessario apportare delle modifiche. Si può dire che è stato anche una sorta di esperimento, da musicista mi sono detto che Nero doveva essere, non solo il mio disco più maturo, ma il più vero. Non ero obbligato a farlo uscire, lo avrei fatto solo se ne fossi stato pienamente soddisfatto.

– Io, effettivamente, desideravo proprio chiederti se il tempo trascorso tra “Caos Cosmico” e “Nero” era dovuto ad una lunga gestazione di quest’ultimo.

Vedi, tutto torna! Io lavorato davvero tantissimo negli ultimi tempi, ho due figlie, quindi sono cambiati i meccanismi familiari, nel senso che ho meno tempo, ma faccio molto di più forse proprio per le responsabilità che sento nei loro confronti. Ho sempre scritto canzoni, anche per altri. La scrittura è una cosa che ha sempre fatto parte di me, ma questo disco è veramente il succo dell’esperienza che ho accumulato in tantissimi anni, è un concentrato, per questo motivo non volevo scendere ad alcun compromesso. Volevo fare un album dove tirar fuori tutto questo, missato e masterizzato come io desideravo, senza esser – ad esempio – costretto a seguire le idee italiane che vogliono la voce molto più alta della base. Ho avuto come spalla il batterista di Ligabue – nonché produttore dell’album – Micheal Urbano che mi ha incentivato, ha sempre creduto profondamente in questo progetto e che vi ha lavorato con eccezionale dedizione. Ci siamo divertiti, mettendoci in gioco, amplificando gli strumenti italiani d’epoca, cercando una sonorità diversa. Per quanto riguarda il missaggio e la masterizzazione ho dato poi ad Urbano carta bianca perché volevo che il disco avesse delle caratteristiche legate ad un suono rock, cosa che in Italia non sarei mai riuscito a fare.

– Motivo per il quale è stato registrato tra Bologna e Berkeley?

In California, dove Micheal ha usato due studi. Nero è stato registrato in presa diretta, senza l’uso del click, quindi fuori griglia. Ci sono anche molte code lunghe, che sono improvvisazione e jam, tre delle quali – abbastanza importanti – sono state tenute proprio nella registrazione. Urbano ha poi utilizzato queste tracce, sovraincidendo cori, percussioni, una tromba e un paio di bassi. Dopodiché ha missato e masterizzato il progetto. Per la parte vocale, io gli mandavo – una volta definite – le voci e lui mi chiedeva, in alcuni casi, di allungare le note, ma questo non è sempre possibile con le parole italiane, quindi mi trovavo nella condizione di dover cambiare il significato, cosa possibile solo lavorando senza fretta. Noterai che non c’è alcun elemento di disturbo, soprattutto se ad ascoltare l’album è un musicista che si accorgerebbe immediatamente se io chiudessi una melodia per far stare una parola. Cosa che non accade mai con la lingua inglese.

– Hai quindi composto inizialmente in inglese e poi riportato i brani in italiano?

Si. Avevo riff e melodie che per me, che sono prima di tutto un musicista, sono essenziali. I cantautori danno spesso molta importanza alle parole a scapito dell’armonia melodica ed io non volevo ottenere un risultato del genere. Per le parole ho chiesto anche molti consigli alla mia compagna, ho collaborato con lei alla scrittura di molti brani. Un’esperienza che ci ha reso complici, unendoci ancora di più. In alcuni casi abbiamo composto testi alternativi ed io sceglievo poi di utilizzare quello che ritenevo più consono all’atmosfera musicale del pezzo.

Poggipollini (2)

– Quindi un album anche molto autobiografico!

Assolutamente autobiografico! Non c’è una parola, al suo interno, che non sia mia. Che io non senta mia.

– Ho letto che hai coinvolto nella lavorazione diverse persone importanti della tua vita.

Oltre alla mia compagna, ho coinvolto dei miei amici. Alcuni per i cori, con uno – storico – ho collaborato alla stesura di alcuni brani. Ho chiesto anche loro dei consigli, si tratta infatti di persone che – pur non facendolo per mestiere – sono molto informate di musica, sono amatori. Volevo fare un disco estremo, cioè che piacesse a me ed al mondo che mi è sempre appartenuto.

– Ho particolarmente apprezzato che tu abbia utilizzato strumenti italiani d’epoca. Spiccano all’interno dell’album. Cosa ti ha spinto a registrare un disco così rock con questo tipo di strumenti?

Io sono un cultore del suono. Ne possedevo già diversi e, parlandone con Micheal ho scoperto che li conosceva alla perfezione. All’estero ci sono infatti molti appassionati che ricercano questo genere di strumenti, alcuni in ragione della loro qualità ed altri perché – pur essendo economici – hanno comunque del carattere. Abbiamo pensato che utilizzandoli avremmo tirato fuori un sound diverso. In fase di registrazione abbiamo fatto un gran lavoro, riuscendo infine ad impiegare circa il 99% di questi strumenti d’epoca, dalle tastiere agli amplificatori, dalla chitarra ai pedali.

– Di cosa parla “Religione” il primo singolo estratto da “Nero”?

Religione è un modo di credere in Dio, ma da un punto di vista non cattolico. Una visione alternativa se vogliamo. Io credo in quello che l’uomo manifesta, nel suo operato. Il testo è infatti incentrato sull’artigiano, l’operaio e su tre bluesman che erano in contatto con Dio, cioè, Albert King, Freddie King e B.B. King.

– Qual è la canzone dell’album che, in assoluto, ti piace di più? Che senti di più?

Appunto perché è un disco molto sofferto, i brani che ho scelto mi piacciono tutti. Però devo dire che la canzone più ispirata si intitola Un Giorno Come Un Altro. È una canzone che mi è venuta di getto, voce e chitarra, ed è l’unica che io non volevo assolutamente inserire nell’album perché mi sembrava troppo simile alle vecchie cose che scrivevo, tipo Via Zamboni 59. A convincermi è stato Micheal Urbano, a cui – non solo piaceva tantissimo – ma ricordava il periodo di David Bowie di “Hunky Dory”. Di fronte a questa sua reiterata affermazione non ho potuto far altro che includerla!

– Posso dirti che è una delle canzoni che mi ha colpito maggiormente e che ho ascoltato moltissime volte?

Come ti dicevo, mi è venuta di getto, senza nemmeno il bisogno di scrivere le parole. È un inno alla vita. Partendo dalla morte di mio padre, da un dolore quindi, all’incontro con la mia compagna, fino ad arrivare alla nascita delle mie figlie. È fotografica perché racconta tutto questo in pochissime righe, esattamente com’è avvenuto. È una canzone veramente molto sentita.

– E tutto questo è decisamente arrivato!

Ne sono contento!

– A questo punto non posso far altro che ringraziarti per la tua disponibilità e per questa bellissima chiacchierata!

Grazie a voi!

Laura Di Francesco | Foto: Danilo D’Auria

Autore

Laura Di Francesco

Laura Di Francesco

Classe 1984. Manifesta precocemente la passione per ogni tipo di manifestazione artistica, prima tra tutte, la musica. Nel 2003 consegue il diploma di scuola media superiore in grafica pubblicitaria. Successivamente si iscrive alla Facoltà di Lettere all’Università degli Studi Roma Tre, laureandosi con il massimo dei voti. Attualmente lavora presso uno studio amministrativo e frequenta il corso di laurea magistrale in Italianistica. Unendo l’amore per il Rock e quello per la scrittura apre un blog «La filologa del Rock ‘n’ Roll» ed inizia a collaborare con la webzine «Nerds Attack!». Donna dinamica e dotata di un’inesauribile curiosità, viaggia spesso per assistere a concerti e festival. Il suo più grande sogno ed obiettivo è quello di fare della critica musicale il lavoro della sua vita.