Prog, Psichedelia & New Age

O Terço

Gli “O Terço” sono una band brasiliana che concentra in sé le espressioni, le tendenze e gli stili di una intera generazione sud-americana, quella fecondissima degli anni 60 e 70

Tra gli ambiti stilistici affrontati da questa eclettica band troviamo in primo luogo un genere che in sudamerica è stato abbastanza navigato e, proprio perché a quanto pare non esausto, si continuerà più o meno sporadicamente a navigare anche nei nostri giorni ed in quelli dei nostri figli, il rock psichedelico. Quello di fine anni 60, desideroso di lasciarsi alle spalle la propria natura acerba e con l’anelito di spiccare il volo, scoprì poi in breve tempo un sagace sperimentalismo di giovanile manifattura operaia che si unì alle matrici folk anglosassoni ed alle tendenze più innovative del jazz e che, evolvendosi, sfociò letteralmente in una nuova era, in una ondata di nuova ed “alternativa” musica da camera. A cosa ci stiamo riferendo?… ma al rock progressivo, naturalmente! Quel nuovo e strabiliante reame abitato da giganti gentili e mostri innocenti dalle ali di farfalla.

Qualcuno dirà certamente che non ne può più e che ne ha le tasche piene di tutte quelle complicazioni del prog… bene, si fermi pure e torni indietro, vada senza voltarsi, noi proseguiremo perché è esattamente questo ciò che vogliamo fare. Per favore, però, non si ceda al vittimismo! Qui si intende dire che nonostante tutti gli eccessi, che lo hanno reso non soltanto uno zimbello ma addirittura un vero riflesso dell’equivalente musicale di tutto ciò che venne dopo, come il punk o la new wave, il rock progressivo ha voluto essere a proprio modo veramente ribelle, recitando e violentando le vecchie idee e concettualizzando, rinnovandole, le sostanze di ego, altruismo, disumanizzazione, società e molto altro ancora, e molto prima ancora delle grandi ondate di musicisti impettiti e di professionisti del music business dall’impegno a tuttotondo.

Il rock progressivo delle origini si aprì davvero la strada col cuore, e chi lo ha scelto come compagno di vita, a qualunque titolo, ne ha scelto il coraggio, la magniloquenza, l’arcana forza, l’avventurosa composizione delle sue aspirazioni, perchè innamorato delle possibilità musicali infinite che questa espressione offriva, perchè sedotto dalla sua capacità di esposizione e di espansione in forme e formati propulsi da motori innovativi e magnifici come ad esempio, fra tanti, l’improvvisazione collettiva. Inoltre, lo si ripete più volte quando si parla di rock progressivo, uno degli aspetti più affascinanti di questa speciale espressione del rock fu, ed è, la sua capacità di transnazionalizzare istintivamente, la naturalezza e la spontaneità con cui si universalizza e, cosa ancora più importante, simultaneamente come per gemmazione. Ecco allora che ad un certo punto, quasi all’improvviso, fior di artisti musicali si ispirarono, anche e soprattutto vicendevolmente, abbracciando questo genere quasi all’unisono in molte parti del mondo, con diverse fortune, ognuno dei quali, altro aspetto importante, con prospettive ed angoli di visuale differenti, personali ed in qualche modo anche riflessi, elementi che andarono ad arricchire la qualità tipicamente unificante di questo stile. La nazionalità e la dote culturale di ciascuno degli artisti di quest’angolo di rock hanno provveduto poi a dare ulteriore apertura e contributo alle linee guida originali e principali della “famiglia” progressiva.

Ebbene, è proprio questo secondo fattore che suggella questa unione di tendenze di cui abbiamo parlato, questa naturale comunione di intenti che ne edifica un nuovo e speciale messaggio. Perché è grazie sia all’intrepido e passionale artista solitario sia agli artisti internazionali, straconosciuti ed omnipresenti, del rock progressivo che torneremo ancora a visitare un’idea, un ricordo od un paese del mondo che ci ha dato emozioni, motivazioni e gioie. È grazie a questi stralunati artisti senza tempo e senza terra che inseguiamo con amore e passione una musica così unica e geniale.

E quanto sarebbe bello a questo punto parlare di un esempio davvero unico di questo discorso?… Bene, siccome lo sarebbe davvero, facciamolo! Parliamo adesso del Brasile, terra dolce dalle mille bellezze e dalle mille emozioni sempre pronte a convivere tutte insieme. Il Brasile è davvero una magnifica sezione del meraviglioso affresco del mondo e della storia umana. Una sezione dalla bellezza mozzafiato e dalla storia millenaria fatta di confluenze, spesso drammatiche, di individui ed etnie.

Forse è anche per questo che la musica di quest’angolo di Paradiso è un arcobaleno di emozioni tanto profonde che va a morire in un mare di nostalgie. Forse è anche per questo che la musica del Brasile continua a suscitare tanta ammirazione e tanta poesia, perchè si sostanzia di tendenze e di ricordi generati nei paesi più lontani della Terra. Ed anche se è un Paese dalla geografia diametralmente opposta a quella europea, ne condivide egualmente gli afflati producendo musica dal rapporto qualità / quantità molto elevato.

La differenza principale tra le tante tendenze / espressioni manifestatesi in Brasile rispetto a quelle del resto del Sud America ritengo che corrisponda a un fatto ancestrale, al quale peraltro abbiamo già velatamente fatto riferimento: le varie forme di immigrazione nell’era della schiavitù e il successivo assetto della società brasiliana.

Se nella maggior parte dei paesi americani di lingua ispanica ha prevalso l’aspetto dell’europeizzazione, in Brasile ha storicamente prevalso il suo africanismo, un aspetto antropologico profondo che ha permesso ai brasiliani di sviluppare una speciale visione del mondo e della vita, oltre che una speciale introiezione della musica, naturalmente conformata ad una ritmica assai più percussiva, irregolarmente complessa ed istintuale rispetto alle altre culture non africane, una musica più spontaneamente dotata di grooves atavici e che mantiene proprio nella reinterpretazione di quel vissuto ritmico, antichi e lontani stilemi, capaci di rinnovarsi per rifiorire nell’innesto storico in una nuova terra.

Vi è anche da cogliere, nel modo in cui tutte queste influenze (potremmo dire a questo punto “folklore”) sono state catalizzate nella musica popolare brasiliana, una questione di idiosincrasia tutt’altro che minore: questa identità così forte e così ben distinta dal resto dell’America Latina, lungi dall’essere abbandonata e scavalcata dalle tante tendenze emerse potentemente dal mondo anglofono (come purtroppo è accaduto in qualche altro paese sud-americano), è stata preferita ed abbracciata amorevolmente dai musicisti brasiliani come aspetto distintivo rispetto a tutti gli altri, un aspetto peculiare pertanto a rappresentazione di una propria cifra connotativa sempre attuale ed inconfondibile.

È questo carattere di resistenza e persistenza, di notevole persistenza, a connotare ancora oggi il lavoro di tutti gli artisti brasiliani, oltre ad esser ciò che ha sostanziato la cosiddetta MPB (la Musica Popolare Brasiliana), un compendio fecondo e un po’ capriccioso di stili e di artisti a satellitarvi intorno, quasi a far della questione della brasilianità un emblema di influenze e generi diversi, nello spazio e nel tempo, mai immemore delle proprie radici.

Alla luce di quanto detto finora, quindi, avrebbe senso una domanda che tentasse di considerare il rock progressivo brasiliano all’interno del novero delle espressioni della MPB? … Difficilmente, credo, una domanda simile potrebbe ottenere una rispota affermativa.

È da notare tuttavia che ancor più importante della dicotomia introdotta dalla domanda (che immetterebbe nella discussione una moltitudine sfuggente di stili e di generi e che avvicinerebbe in ogni caso la MPB più verso la musica pop che verso la musica sperimentale) è la questione del ruolo di guida della tradizione africanista, percussiva e ritmico tribale, nell’animo brasiliano (con i propri canoni patroni ben marcati, sviluppati e riconoscibili), stampato come un marchio di fabbrica ben impresso e leggibile durante l’ascolto di una band che avesse percorso uno di questi due nobili generi in guisa più che lodevole.

Ricordo una discussione avvenuta qualche tempo fa tra appassionati circa la pubblicazione dell’ultimo grande album dei “Som Imaginário”, intitolato “Matança Do Porco” e pubblicato nel 1973, andata addirittura ben oltre i temi in gioco, anche rispetto a quanto abbiamo riflettuto su queste righe. In quell’occasione si ribadiva che quest’ultimo gruppo non riscosse molti consensi e “Matança Do Porco” non fu affatto fra i dischi più venduti o di maggior successo del tempo, anzi al contrario. Questo però non compromise in alcun modo la sua indubitabile influenza sugli artisti brasiliani contemporanei, qualunque fosse la loro qualità o il rango. Infine, peggio che peggio, quella scarsa popolarità, ovviamente, agli occhi del pubblico non li rese rappresentativi quanto avrebbe dovuto rispetto a ciò che in realtà accadeva intorno al rock progressivo in Brasile in quei primi anni 70.

In ultima analisi quindi i “Som Imaginário” sono rimasti per tutti, tranne che per la Storia, madre di tutte le giustizie del mondo, un testimone (molto) interessante degli effluvi musicali di un paese multiforme e complesso, un gruppo assai particolare con un solo piccolo difetto: un coefficiente formidabile, naturalmente mai colto da nessuno del grande pubblico, di genialità.

Insomma vista la complessità della situazione, credo che sia davvero utile a questo punto fare una piccola sosta mentale, soprattutto ora che ai nostri occhi il Brasile è divenuto così interessante e caldo. Una sosta che ci serva a rivedere alcuni dei migliori e, soprattutto, dei più significativi artisti di quel lussureggiante angolo di mondo esprimersi nell’idioma del nostro stile preferito.

Ci è sembrato giusto partire allora con la storia di una band di veri e propri “mutanti” naturali, una tra le bands senza dubbio più importanti del rock progressivo brasiliano in tutto il corso della sua esistenza. Alcuni potrebbero subito pensare che ci si stia riferendo ai notissimi “Os Mutantes” (a cui certamente e doverosamente dedicheremo uno “special” in futuro), ma così in effetti non è, almeno per ora. Naturalmente non certo perchè gli straordinari “Os Mutantes” non fossero un gruppo progressivo di tutto rispetto, attenzione, ma perché assegnare a tale band, pur dall’influenza gigantesca non solo in Brasile ma nel resto dell’America Latina e del mondo, la speciale categoria storica di “seminale” vorrebbe significare per quello stile aver avuto una durata molto ben precisa, quasi annunciata, da farle correre il rischio di essere tacciata oggigiorno di puro anacronismo, qualcosa di davvero tremendamente ingiusto.

Il gruppo in questione, ai suoi albori fatto da niente più e niente meno di tre ragazzi dall’aspetto indolente di chi adora l’acido, si forma nel 1968 durante il periodo d’oro del movimento chiamato “Tropicália”, un movimento artistico culturale il cui faro guida ed i cui obiettivi erano costituiti da un insieme di manifestazioni artistiche capaci di miscelare la tradizione brasiliana con le espressioni delle avanguardie contemporanee, anche estreme, in riferimento ai canoni estetici più innovativi e stimolanti provenienti dall’estero. Il movimento tropicalista ebbe la possibilità di brillare in molte forme ed espressioni artistiche (solo per fare alcuni esempi: Hélio Oiticica nel campo della pittura e della scultura, Josè Martinez Corrêa nel campo del Teatro, il grande Glauber Rocha nel campo del cinema), ma la sua espressione principale avvenne nel quadro dell’arte musicale, in cui ebbe la forza di catalizzare la potenza espansiva della psichedelia con la ricchezza naturale e significativa del folk brasiliano.

In un contesto siffatto, in uno degli epicentri più ribollenti della movida brasiliana come Rio De Janeiro ed oramai al tramonto degli anni 60, tre ragazzi appassionati di musica decidono di mettersi insieme e dar vita alla prima formazione del gruppo di cui ci vorremmo ora occupare. Erano il chitarrista Jorge Amiden, il batterista Vinicius Cantuaria (entrambi ex membri di un precedente gruppo chiamato Joint Stock Co.) ed il bassista e principale forza creativa del gruppo, Sergio Hinds, il quale proveniva fresco fresco dall’abbandono di una formazione effimera chiamata “Hot Dogs” ed era alla ricerca di nuovi stimoli e nuovi orizzonti espressivi.

Siccome erano tre, i ragazzi pensarono bene di chiamarsi “Santisima Trindade” (Santissima Trinità), però poi, avendo riflettuto un po’ meglio sul segno profondo che il cattolicesimo aveva tracciato nell’animo e nella società brasiliana, pensarono giustamente che un nome di quel tipo potesse potenzialmente essere troppo problematico da sostenere e quindi finirono per scegliere un nome egualmente evocativo ma un po’ meno controverso: “O Terço” (Il Terzo). “O Terço” significa essenzialmente “il terzo”, un numero ordinale, cioè il terzo di una qualche sequenza, ma per la nuova band aveva anche un significato connesso con la scelta iniziale, che quindi in effetti non era stata completamente abbandonata, e cioè “Lo Spirito Santo”, il sacro “terzo ente” della Santissima Trinità. I ragazzi della band trovarono pertanto il modo di collegarsi al riferimento sacro della Trinità e dello Spirito Santo, secondo l’esegesi cristiana l’essenza divina omnipervasiva di tutto il creato, non citando mai direttamente alcunchè. Sembrò un’ottima trovata. Inoltre poi, come ricorda Sergio Hinds parlando del nome del gruppo, “Terço” in Brasile era anche il nome con cui veniva comunemente chiamata la pratica della recita del santo rosario.

Musicalmente, all’inizio, non c’era proprio molto di che stupirsi. Gli “O Terço” erano piuttosto simili ai gruppi dai quali provenivano i suoi membri componenti, in pratica una rock blues band e basta. Ma con l’esperienza a venire tutto era destinato a mutare. Trovata un’etichetta che credette in loro, un paio d’anni dopo la fondazione del progetto, i ragazzi della band si infilarono in sala d’incisione per assemblare il primo LP, persino con una piccola orchestra a disposizione.

Il primo album, dall’omonimo titolo “O Terço” e dalla copertina con i bordi dorati, venne pubblicato nel 1970 e costituisce una fedele espressione dello stile che imperversava in quel momento da quelle parti e che stava influenzando i ragazzi della band: una sorta di miscela di folk, pop sovrarrangiato e rock blues contaminato da lievi tinte psichedelico-protoprogressive che andavano da una certa espansione delle forme fino ad arrivare, previo qualche assolo di chitarra, ad un timidissimo accenno di improvvisazione collettiva. L’inizio insomma era incerto ma promettente.

Questa la tracklist del primo album: A1 Nã 2:18; A2 Plaxe Voador 1:19; A3 Yes, I Do 1:56; A4 Longe Sem Direção 2:37; A5 Flauta 2:56; A6 I Need You 2:22; B1 Antes De Você… Eu 2:20; B2 Imagem 2:47; B3 Meia Noite 2:50; B4 Saturday Dream 2:49; B5 Velhas Histórias 2:46; B6 Oh! Suzana 1:58. Tutti i brani del disco (sei per facciata per una durata complessiva di poco più di mezz’ora) si contengono nell’ordine temporale dei tre minuti l’uno, cosa che per un appassionato di prog non è esattamente una buona notizia. Per ora occorre stringere i denti.

Apre il disco “Nã”, una bella canzone saltellante di un paio di minuti con tanto di violini e ottoni, buona sintesi di gioventù, orecchio e testa. Segue “Plaxe Voador” che con i suoi cori in falsetto sembra volerci trattenere, per poco piu’ di un minuto, nel bel mezzo degli anni 60 Donovan-iani. Arriva poi “Yes I do”, un piccolo intermezzo Beatles-iano dalle aspirazioni internazionali e quindi cantato non a caso in inglese. Subito dopo “Longe Sem Direção”, con i suoi due minuti e mezzo di malinconia pura, le sue scale discendenti di chitarra e quei squilli dolcissimi di tromba, dimostra tutta intera la buona vena melodica della band che nel successivo brano, “Flauta”, si confronta sapidamente con una ballata folk sessantiana dalla strofa aulica, quasi fatata, e dalla cadenza imprevedibile.

Ritorna la lingua inglese con “I need you” ma solo apparentemente perchè i testi delle liriche centrali sono in portoghese! Una chicca anglo-portoghese quindi, ben ritmata e ricca di strumentazione e mood psichedelico. Un buon modo per finire la facciata del disco.

Girato il vinile, sul lato B la prima traccia che troviamo è “Antes De Você… Eu”, canzonetta dixie divertente su cui glissare volentieri, seguita da “Imagem”, psichedelica e sognante, che vede contrapporsi i cori alla chitarra classica. Arriva poi “Meia Noite” che subisce un piccolo copia-e-incolla stilistico da “Nã”, affrancandosene poi con eleganza e merito. Il pezzo successivo è costituito dai quasi tre inglesissimi minuti di “Saturday Dream” in cui gli “O Terço” tornano ad omaggiare il menestrello Donovan, mentre la successiva “Velhas Histórias” è una canzone dal vago e sorprendente sapore Bacharach-iano. Chiude l’album “Oh! Suzana”, un notissimo pezzo folk tradizionale con tanto di banjo, reinterpretato in lingua portoghese, che rende tutto intero il senso di un’ingenuità quasi disarmante.

Sarebbe stato il gruppo stesso, nel giro di poco tempo, ad accorgersi della necessità di affinarsi tecnicamente e non solo. Intanto però bisognava farsi conoscere.

Con la configurazione, ed autoconfigurazione, della sua nascita e del primo album la band, ormai in fase di sdoganamento, inizia a suonare in diversi festival musicali ottenendone buoni riscontri. Con la canzone “Velhas Histórias”, composta da Renato Côrrea e Guarabyra, la band vince il “Festival de Juiz de Fora” mentre in un successivo festival a carattere universitario si guadagna il secondo posto col brano “Espaço Branco” di Vermelho e Flávio Venturini (due fratelli musicisti che qualche anno piu’ tardi sarebbero entrati a far parte del gruppo).

Altri buoni piazzamenti furono raggiunti alle manifestazioni “Tributo ao Sorriso” (terzo posto), “O Visitante” (quarto posto) e in due diverse edizioni del “Festival Internacional da Canção” (FIC), cosa quest’ultima che fece guadagnare alla band il titolo di “gruppo rivelazione” assegnato dalla stampa specializzata di settore, che era rimasta colpita dalle voci sottili in falsetto, per esempio in brani come “Plaxe Voador”, che poi divennero una delle caratteristiche contraddistintive della band.

Gli “O Terço” si costruiscono così, pian piano e con un’ansia tutta giovanile, un nome capace in qualche modo di raggiungere ed impressionare la stampa prim’ancora che la gente.

Dopo d’allora la band attraversa una fase conflittuale che sfocia in una prima variazione della line-up, tendenza mai abbandonata nel corso di tutta la vicenda artistica della formazione: Sergio Hinds abbandona brevemente il gruppo per andare a suonare con Ivan Lins, venendo sostituito da Cezar de Mercês.

Al suo ritorno si riunisce agli altri come secondo chitarrista, completando il quartetto.

In associazione con i Guarabyra, il gruppo inserisce nella propria strumentazione il violoncello elettrico (suonato da Sérgio Hinds) e la chitarra dalle tre tastiere (o “manici”) (chiamata scherzosamente “tritarra” e suonata da Jorge Amiden).

Gli “O Terço” pubblicano così un EP con cinque pezzi, tra cui la riproposizione di una composizione di J. S. Bach, che rivelava l’eclettismo e le influenze “classiche” del gruppo.

Dopo questo interessante capitolo, Jorge Amiden, che rappresentava in quel momento la principale mente creativa degli O Terço, si scontra col gruppo, aizzato contro di lui da Sergio Hinds, abbandonandolo. In accordo quindi con gli altri tre componenti, Sérgio Hinds va a registrare il “copyright” sul nome “O Terço”, perché non lo potesse fare in seguito il fuoriuscito Jorge Amiden. Quest’ultimo tuttavia, uscito dagli “O Terço”, nel 1972 fonda una nuova formazione chiamandola “Karma”, insieme a Luiz Mendes Junior (violino) e Alen Terra (basso), che arriva felicemente alla registrazione di un buon LP, sciogliendosi però appena l’anno successivo.

Gli “O Terço” tornano così ad essere Sérgio Hinds (chitarre), Cezar de Mercês (basso) e Vinícius Cantuária (batteria e percussioni).

Un paio di anni dopo il suo primo album quindi la band viene presa sotto l’ala protettrice di un altro leader della MPB, Marcos Valle, con cui registra l’album “Vento Sul” (1972), partecipando inoltre alle registrazioni di alcuni pezzi del trio “Paulo, Claudio e Maurício”, formato dai fratelli gemelli Paulo e Claudio Guimarães (flauti e chitarre) e dall’arrangiatore Maurício Maestro, oltre che dal chitarrista Frederiko (Fredera, ex-Som Imaginário).

In quel periodo gli “O Terço” insieme al nuovo nume tutelare Marcos Valle intraprendono pure un giro di concerti in giro per il Brasile e partecipando persino al “Festival Midem” (Marché International du Disque et de l’Edition Musicale) a Cannes, in Francia.

Animati e ravvivati dalla permanente tendenza evolutiva di un Marcos Valle istrionico, sempre sperimentale e sempre più in modo audace e futuristico, Hinds e compagni cominciano anche loro a mutare il proprio stile. Il blues esce dalla scena dei riferimenti primari della band che così si avvicina progressivamente a forme musicali estese, caratterizzate da distacchi ritmici e da cariche distorsive più tipicamente hard prog, vicine ai Deep Purple tanto quanto mai in precedenza.

Influenzati dai venti progressivi del Canale Della Manica, gli “O Terço” dettero una severa virata alle proprie sonorità pubblicando nel 1972 i potenti singoli “Ilusão de Ótica” e “Tempo é Vento”. Le nuove influenze che stavano quindi rallegrando la band vennero trasferite pari pari sul secondo album, quello del 1972 intitolato semplicemente “Terço” e con la copertina psichedelica dai bordi neri. Ora gli “O Terço” si trovavano così immersi nella fonte progressiva da modificare ed adattare integralmente il proprio modo di comporre alle metriche narrative ed alle connaturate complessità del prog.

Si ascolti a tale proposito la lunga suite conclusiva dell’LP, “Amanhecer total” (composta dai tre musicisti della band con la partecipazione di Luiz Paulo Simas (Módulo 1000) alle tastiere ed ai sintetizzatori, Patrícia do Valle (voce introdttiva di “Cores”), Chico Batera alle percussioni, Maran Schagen al pianoforte nel brano “Cores Finais”, Paulo Moura ai sassofoni in “Você aí”), strutturata in cinque episodi che attraversano l’esistenza umana dalla nascita alla morte. Naturalmente questa non è l’unica cosa interessante dell’album e quest’album non è l’unica cosa interessante della carriera degli “O Terço”.

Ma procediamo con ordine.

Ecco la tracklist di “Terço”: Lato A: A1 Deus; A2 Você aí; A3 Estrada vazia; A4 Lagoa das Lontras; A5 Rock do Elvis; Lato B: Amanhecer total: Cores; Despertar pro sonho; Sons flutuantes; Respiração vegetal; Primeiras luzes no final da estrada; Cores finais.

“Terço” è un album davvero straordinario a partire dalla bellissima copertina, un album che si apre con il meraviglioso riff di “Deus” (di Cézar de Mercês, Vinicius Cantuária, Sergio Hinds) a dissertare su una base ritmica elastica ed alcune tastiere, fra cui fondamentale risulta l’organo Hammond, arrangiate ad hoc, su cui si dispiega un’accorata lirica mistica, visionaria e volatile. La combinazione è davvero magnetica e l’espressione rock è azzeccatissima e superbamente suonata. Il ritmo trascinante è irresistibile e non abbandona mai l’album al proprio destino, dando prova speciale di sé sul secondo brano intitolato “Você Ai” (di Cézar de Mercês), il mio preferito. Arriva subito dopo il piccolo intermezzo languido di “Estrada vazia” (di Ezequiel, Vinicius Cantuária) con i suoi arpeggi, i suoi cori e i suoi delicati rintocchi di chitarra elettrica in punta di pennello. Segue “Lagoa das Lontras” (di Vinicius Cantuária, Sergio Hinds) che chiede una mano ai migliori Deep Purple per darsi una scossa elettrica di quelle che si ricordano, semplice ed impietosamente rock. Simpatico, ma non più, il pezzo conclusivo della prima facciata, “Rock Do Elvis”, anch’esso munito di un riff contagioso, eppure più sereno, “rilassato” e popolare rispetto al resto dell’album, lievemente enfatizzato infine da un gracile e sottile arrangiamento di fiati e pianoforte rock’n’roll. Si cambia facciata e, come accennato, arriva la splendida suite di “Amanhecer total”, con i suoi cinque episodi ognuno col suo titolo. Apre la suite quindi “Despertar pro sonho” (di Cézar de Mercês), il primo dolce episodio, sognante quanto basta da giustificare il proprio titolo, che su arpeggi di chitarra classica di chiara marca progressiva fa muovere voci gentili in falsetto e suoni effettati d’eco. Il successivo episodio “Sons flutuantes” (di Cézar de Mercês, Sergio Hinds) rende ancora più profondamente onirica l’atmosfera con effetti di phasing. E siccome certamente la vita non è tutta rose e fiori ecco arrivare “Respiração vegetal” (di Cézar de Mercês, Vinicius Cantuária), una bella cavalcata vendicativa di hard prog con una splendida base ritmica, chitarre distorte dal groove dinamico ed organo magniloquente che nel finale d’episodio si permette anche un mezzo assolo. Le luci del primo giorno rischiarano poi la strada in “Primeiras luzes no final da estrada” (di Cézar de Mercês, Sergio Hinds) e nel conclusivo “Cores” (di Cézar de Mercês, Sergio Hinds) in cui le voci, ora quintessenziatesi, non sono più in falsetto e rimangono in equilibrio sul potenziometro del frequency shift del sintetizzatore sempre in primo piano.

Dopo le registrazioni del secondo disco, Vinícius Cantuária lascia la band per andare a suonare con Caetano Veloso, ma accanto alle defezioni ci sono anche nuovi ingressi e quindi Sérgio Magrão (basso) e Luiz Moreno (batteria) vanno ad unirsi a Sérgio Hinds (chitarre) e Cezar de Mercês (chitarre) per approntare una line up nuova di zecca per nuove battaglie.

Anche a questa line up piace cambiare e quindi si prova ad avvicinarsi a gruppi come il duo “Sá e Guarabyra” che saprà dare una svolta alla carriera degli “O Terço”, che vennero così invitati a registrarci un disco insieme (Nunca, 1974).

Questa parentesi di prossimità col “rock rurale” del duo influenzò notevolmente le sonorità delle fasi a venire degli “O Terço”. Sérgio Hinds, convintosi quindi della necessità di una maggiore apertura strumentale del suo gruppo, chiede a Milton Nascimento di indicargli un buon tastierista per farlo entrare nella band, gli viene indicato Flávio Venturini. La scelta fu azzeccatissima. Con il nuovo tastierista gli “O Terço” cominciano, già nel 1974, a organizzare le registrazioni per il terzo disco della band.

In questo periodo Cezar de Mercês abbandona il gruppo, ma per fortuna mai completamente, continuando con esso un proficuo e lungo rapporto di collaborazione esterna.

Nel 1975 arriva il terzo LP, “Criaturas da noite”, alle cui registrazioni presero parte Sérgio Hinds (chitarre), Sérgio Magrão (basso), Luiz Moreno (batteria) e Flávio Venturini (tastiere e viola). La splendida e surreale copertina del disco venne elaborata da Antônio e André Peticov ed intitolata “A Compreensão”.

Ecco la tracklist di “Criaturas da noite”: A1 Hey amigo 3:32; A2 Queimada 3:04; A3 Pano de fundo 3:44; A4 Ponto final 4:38; A5 Volte na próxima semana 2:59; B1 Criaturas da noite 3:41; B2 Jogo das pedras 3:25; B3 1974 12:27. Il disco si apre con il basso pulsante di Magrão che introduce un pezzo di rock nudo e crudo, “Hey Amigo” composto da Cezar de Mercês, che si rivelò essere uno dei maggiori classici della band. L’influenza del rock rurale comunque viene meglio fuori nei pezzi “Queimada” e “Jogo das Pedras” (entrambi composdti da Flávio Venturini e Cezar de Mercês). Il brano “Criaturas da noite”, che dà il titolo all’album (Flávio Venturini / Luiz Carlos Sá), conta sugli arrangiamenti e sull’orchestra del maestro Rogério Duprat.

Da citare con massimo rispetto sono gli strumentali “Ponto Final” (del batterista Luiz Moreno, che addirittura suona il pianoforte nell’introduzione) e la suite strumentale “1974”, composta da Flávio Venturini. L’album “Criaturas da noite” ebbe sin da subito un ottimo riscontro, vendette più di mezzo milione di copie in poche settimane e fu l’LP di maggior successo della carriera del gruppo, a tal punto che ne venne anche registrata un’edizione per il mercato internazionale, con tanto di testi cantati in inglese, intitolata pertanto “Creatures of the Night”.

Ripercorriamo la sequenza delle tracce dell’LP. Apre l’album “Hey amigo”, un interessante rock blues tecnologico basato su tastiere e voci concluso da un piccolo e sincero assolo di chitarra elettrica. I tre minuti successivi si intitolano “Queimada” e sono una bella espressione di rock pastorale. Arriva poi “Pano de Fundo”, quasi quattro minuti di rock occidentale arioso e sovrarrangiato scandito da una buona sezione ritmica che ne detta i tempi. Altri quattro minuti abbondanti occorrono a “Ponto Final” per esprimersi, ma questa volta il delicato sinfonismo del pezzo accompagna l’ascoltatore lontano nel tempo e nello spazio. Il pianoforte sostiene gli archi e loro sostengono il pianoforte in un progressivo recitativo orchestrale dalle mille bellezze. Chiude la facciata A il rock’n’roll di “Volte na próxima semana”, deludente pantomima in chiave vanamente/vagamente progressiva del mondo del rock.

Si gira il vinile, si abbassa la puntina ed ecco arrivare il pezzo che dà il titolo all’album, “Criaturas da noite”, in cui l’ottima melodia delle parti cantate, sostenute dagli arrangiamenti e dall’orchestra del maestro Rogério Duprat, libera liriche malinconiche e bellissime dedicate alla notte. Un brano ricco d’atmosfera e così cullante da poter figurare benissimo a conclusione dell’LP. A seguire c’è “Jogo das Pedras”, che ci fa tornare nel clima di “Queimada”, soltanto con una maggiore enfasi per l’inclusione della batteria, delle tastiere e dell’assolo di chitarra, un brano anch’esso tangente a “Criaturas da Noite”.

Piccolo aneddoto: Il disco già era pronto da dare alle stampe quando all’ultimo minuto uno dei pezzi registrati, “Raposa Azul”, venne sostituito appunto da “Jogo das Pedras”. Se sia stata decisione appropriata o no, nessuno può dirlo. Ciò che importa è che l’inclusione di “Jogo das Pedras” ebbe l’effetto di rinforzare il legame invisibile con il rock rurale, dando agli “O Terço” l’opportunità di percorrere nuovi sentieri musicali. Rimane solo un po’ d’amaro in bocca a quanti conoscono il brano escluso, infatti “Raposa Azul” vantava un clima più marcatamente progressivo ed una introduzione più marcata, aggiungerlo alla tracklist non sarebbe stato un errore ed avrebbe tutto sommato pesato poco.

Ci avviamo verso la conclusione dell’album con un brano davvero eccellente che con i suoi 12 minuti abbondanti di musica regala una grandiosa composizione per la ricchezza delle partiture ed il livello tecnico esecutivo. “1974” (di Flávio Venturini) è, senza ombra di dubbio, una delle migliori cose fatte dal rock progressivo brasiliano a metà degli anni 70. Il clima soave dell’introduzione pianistica lascia al basso il ruolo di dominante armonica, come spesso al prog piace fare, ed alla chitarra le sottili urla di libertà del “mi cantino” elettrico perché possano librarsi in alto, quasi tra le nuvole. All’improvviso poi, una picchiata tra le turbolente atmosfere fusion che imperversano nelle fumose grandi città, ci dona una sferzata di vita e di brividi. Ma è la chitarra elettrica, ancora una volta, a salvarci e a mutare il quadro della situazione con un tema sinfonico sullo sfondo, salvifico ed intimamente progressivo che approssimandosi alla fine regala pace e serenità al cuore ed all’anima attraverso un sintetizzatore che pian piano, poi, va scomparendo.

Si chiude così un viaggio musicale bellissimo intitolato “Criaturas da noite”, un album che nonostante le difficoltà di qualche problema tecnico, marca definitivamente d’eccellenza il rock brasiliano del tempo collocando la band degli “O Terço” nell’olimpo del rock progressivo di sempre.

Passa il tempo e nonostante le difficoltà gli “O Terço” vanno avanti e nel 1976 producono un altro piccolo capolavoro di hard rock progressivo brasiliano, il quarto LP della band, “Casa Encantada”.

Nel 1976 il gruppo decise di spostarsi in una fattoria intorno a San Paolo, dove venne interamente concepito il nuovo disco del gruppo, poi intitolato “Casa Encantada”. Il disco, appena sottotono rispetto ai precedenti, percorre le strade del rock progressivo, con ottimi strumentali ed alcune variabili influenzate dal rock rurale. Il percussionista Luiz Moreno diventa la voce solista nei primi due pezzi dell’LP, “Flor de La Noche” e “Luz de Vela” (tutt’e due composti da Cezar de Mercês). Il pezzo “Sentinela do Abismo” (Flávio Venturini / Márcio Borges) è praticamente un brano solista del tastierista del disco (cantato e suonato solo da lui) sostenuto da un buon arrangiamento chitarristico di Rogério Duprat. Cezar de Mercês participa come flautista al brano che dà il titolo all’album “Casa Encantada” (Flávio Venturini / Luiz Carlos Sá). La conclusione dell’LP é affidata ad un pezzo del duo “Sá e Guarabyra”, intitolato “Pássaro”.

Ecco la tracklist integrale di “Casa Encantada”: A1 Flor de la noche 3:36; A2 Luz de vela 3:17; A3 Guitarras 4:03; A4 Foi quando eu vi aquela lua passar 2:32; A5 Sentinela do abismo 2:10; A6 Flor de la noche II 2:08; B1 Casa encantada 3:11; B2 Cabala 4:18; B3 Solaris 3:08; B4 Vôo da fenix 2:35; B5 Passaro 3:12.

Apre “Flor de la noche”, buon rock ritmato non particolarmente originale. Seguono i tre minuti di “Luz de vela” che non redimono il brano precedente ed anzi sfoderano un rock’n’roll improbabile ed appena un po’ anacronistico che strizza l’occhio perdipiù al risultato di classifica. Ecco arrivare “Guitarras” a salvare la situazione, brano che, con un inatteso pianoforte in terzine in apertura e i suoi quattro minuti di aperture descrittive e progressive, si chiude con un’allegria un po’ pazza e tutta carioca. Con “Foi Quando Eu Vi Aquela Lua Passar” ritornano i cori dolci in falsetto dei primi “O Terço”, inseriti qui in un bucolico ambiente progressivo. Chiude la prima facciata “Sentinela do abismo”, una splendida riflessione modernamente barocca nella scrittura delle melodie e negli arrangiamenti sinfonici. Un pezzo bellissimo e gradevolissimo.

Aprono la seconda facciata le note di “Sentinela do abismo”, un piccolo quadro decadente, che rifiuta gli inquadramenti della ballata. A seguire c’è il seguito del primo brano della prima facciata “Flor de la noche”, qui più nostalgico e sospiroso. Arrivano poi i tre minuti abbondanti del pezzo che dà il titolo all’album, “Casa encantada”, un bell’episodio di canzone progressiva coinvolgente e ben scritta, con l’organo a scandire le ritmiche e le chitarre elettriche a spezzarne le regolarità. Segue “Cabala”, quattro minuti di pulsione sincopata e passionale attraversata da indomiti sintetizzatori. L’atmosfera qui diventa tesa, meravigliosamente tesa fino alla brutale chiusura salvata dai brani successivi, “Solaris” e da “Vôo da fenix”, splendidamente progressivi fin nell’enunciazione. Il brano “Passaro” chiude l’album con note bohemien di semplicità e speranza.

Durante i concerti di questo periodo la band amava suonare anche brani inediti come lo strumentale “Suíte” (Flávio Venturini) e “Raposa Azul” (Flávio Venturini / Sérgio Hinds), il brano escluso di “Criaturas da noite”.

Alla metà del 1977, Flávio Venturini decide di lasciare il gruppo per andare a lavorare con Beto Guedes. Cezar de Mercês ritorna quindi nella band portandosi dietro il tastierista Sérgio Kaffa e con la nuova formazione si provvede a pubblicare i singoli “Amigos” e “Barco de Pedra”, entrambi del figliol prodigo Cezar de Mercês. In questa fase le sonorità del gruppo si avvicinano a quelle della MPB, senza mai però allontanarsi troppo dalle proprie naturali referenze progressive.

Gli anni 70 sono purtroppo al loro crepuscolo. Gli “O Terço”, allo stremo delle forze, pubblicano il proprio quinto album, “Mudança de Tempo”, era il 1978. Già dal titolo si desumeva il presagio.

Ecco la tracklist di “Mudança de Tempo”: A1 Não Sei Não; A2 Gente do Interior; A3 Terças e Quintas; A4 Minha Fé; A5 Mudança de Tempo; B1 Descolada; B2 Pela Rua; B3 Blues do Adeus; B4 Hoje è Domingo (Pede Cachimbo).

Il disco segue praticamente la linea espressiva dei precedenti lavori, con tanto di strumentali progressivi e buona alternanza musicale, eppure qualcosa era cambiato. “Mudança De Tempo” è stato l’ultimo album “settantiano” della band che a quel punto della sua storia sembrava aver smarrito la bussola, lasciando i suoi componenti in un confusionario stato d’animo. Nessuno aveva idea di quale direzione e di quale strada prendere per il futuro. Questa angoscia, naturalmente, non poteva non trasparire tutta anche nel disco, a cominciare, come abbiamo già detto, dal suo titolo, “Mudança de Tempo”, anche se a vincere qui non è la tristezza né la mediocrità.

Il disco conta sulla partecipazione del maestro Rogério Duprat e di Rosa Maria (che canta uno splendido gospel nord-americano intitolato “Minha Fé”). Inoltre in quest’album si lascia apprezzare la presenza del bassista e tastierista Sérgio Kaffa, che già aveva militato in formazioni come Scaladácida, Cia, Paulista de Rock, Luís Carlos Sá & Banda e che, insieme a Flávio Venturini subito dopo le incisioni di “Mudança De Tempo”, andrà poi a formare i “14 Bis”. Le sonorità sono fatte di buon progressive rock di matrice “O Terço”, levigato da mille influenze popolari brasiliane ma lasciate correre in libertà nel disco, senza molta coerenza espositiva e senza molta coesione strumentale. Si ha la sensazione che l’album vada “ingoiando” le proprie tracce con una attitudine bulimica, malaugurato risultato che quando contamina il vinile uccide letteralmente un LP. Specialmente se si tratta di eccellenti bands di progressive rock come gli “O Terço”. Buoni esempi di musica brasiliana possono essere individuati nell’album senza difficoltà ed in pezzi come ‘Hoje É Domingo’, ‘Gente Do Interior’, ‘Pela Rua’, ‘Minha Fé’, con tutti i loro buoni momenti alla Santana far capolino qui e là fra le tracce.

Naturalmente l’album non è affatto brutto e vanta i suoi momenti di pieno pregio progressivo nella traccia d’apertura “Não Sei Não”, nello strumentale “Terças E Quintas” e specialmente nella traccia che dà il titolo all’LP, “Mudança De Tempo”, un brano che ha la forza e la bellezza struggente di un epitaffio.

E’ proprio questo il periodo in cui gli “O Terço” danno il loro primo completo ed autentico concerto internazionale, il “Concerto Latino-Americano de Rock”. Si trattò di una serie di tre concerti in Brasile (Ibirapuera di San Paolo, Campinas, Belo Horizonte) e due concerti in Argentina (al Luna Park di Buenos Aires e a Rosario), oltre ad uno storico show insieme agli “Os Mutantes” presso il Teatro Arena di Ribeirão Preto-SP.

Dopo di ciò gli “O Terço” comprendono di dover chiudere l’agenda dei propri concerti.

Era accaduto che alle fatiche delle registrazioni dell’ultimo disco si andavano aggiungendo le impietose critiche giornalistiche della stampa locale e non. Oltre a ciò Sérgio Hinds, in seguito ad un incidente, fu messo nella condizione di non poter suonare per un bel po’ di tempo, per cui si rese necessario sostituirlo momentaneamente con Ivo de Carvalho alle chitarre, giusto il tempo di rispettare alcuni impegni già presi. Col finire del 1978 il gruppo assistette praticamente alla sua fine. Luiz Moreno andò a suonare con la sua nuova band, l’Original Orquestra, per unirsi poi ad un’altra grande artista brasiliana, Elis Regina. Sérgio Hinds (appena ripresosi) e Cezar de Mercês registrarono un album solista nel 1979. Poi, come già accennato, Sérgio Magrão insieme ai fratelli Flávio e Cláudio Venturini, Vermelho e Hely Rodrigues avviano il nuovo progetto pop / progressivo dei “14 Bis”.

Di reunion, nei decenni a venire, gli “O Terço” ne hanno vissute tante e tutte interessanti ma quelle sono storia recente e, se mi è permesso dire, tangente.

Insomma, cala il sipario sugli anni 70, quindi. Erano tutti lì a spingere ed allora tutti ne sembrarono felici ma fu solo veemente incoscienza.

La gioventù che tutto voleva e tutto poteva lasciò il posto alla gioventù e basta.

Però, onore al gigante! Solo un gigante, come il rock progressivo autenticamente è, poteva cantare così, senza timore, la propria orazione funebre.

Mi tornano alla mente le commoventi note concentriche e conclusive di “Canto Di Primavera”, del Banco, che in “Circobanda” salutano per sempre, consegnandola alla Storia del rock, quella nicchia dorata di tempo e d’arte che furono gli anni 70, terribili, illusi, bellissimi.

Amar

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Qube Music

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