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Non è un Paese per musica emergente

Gli stessi nomi, generi triti e ritriti senza più niente da dire o raccontare. La musica italiana sembra essere questo ormai, una lenta agonia verso la monotonia senza possibilità di scampo…

Gli stessi nomi, generi triti e ritriti senza più niente da dire o raccontare. La musica italiana sembra essere questo ormai, una lenta agonia verso la monotonia senza possibilità di scampo.

Sebbene il panorama nostrano offra oggi musicisti di spessore, variegati e con “prodotti” nuovi e di un certo peso, questi non trovano sbocchi concreti per portare la propria musica alla ribalta.

Sarebbe facile dire che suddetti artisti non hanno la stoffa per farcela perché non vendono musica che gira, in verità il problema è molto più radicato di quanto si possa pensare.

Cominciamo dai locali. I locali dove poter ascoltare musica live, almeno su Roma, sono pochi e il più delle volte mal gestiti. In questo senso, i proprietari, dovendo giustamente vivere col ricavato dell’attività, sono più predisposti a far esibire tribute band piuttosto che un gruppo nuovo che vuole farsi conoscere. Essendo già il nostro Paese un luogo dove i concerti, soprattutto di headliners mondiali, deficitano, per molti la tribute diventa il mezzo per ascoltare dal vivo quei gruppi che non si vedrebbero altrimenti. E indubbiamente molte band di questo tipo hanno il loro seguito perché ricreano atmosfere, look e performance degne degli originali. Per un locale, le tribute sono senza dubbio un modo semplice per fare cassa il venerdì e il sabato sera, spesso a scapito dei musicisti che a fine serata riceveranno (se tutto va bene) 50 euro a componente, altre volte invece suoneranno per la gloria perché non hanno “spinto” abbastanza l’evento, e se il locale ha fatto meno di tot spettatori, la band avrà passato una serata diversa suonando gratuitamente.

Questo almeno è il mondo che si cela dietro una tribute band che suona nel fine settimana. Nel caso di gruppi/cantanti emergenti, la situazione è ancora più deludente. E questo apre le porte ad un altro grave problema: il pubblico.

Il pubblico di oggi è prettamente disinformato, ignorante verso la cultura musicale, e poco incline a testare il nuovo. La crisi economica ha fortemente compromesso la possibilità di spesa degli individui, pertanto chi vuole spendere dei soldi il fine settimana lo farà tendenzialmente verso quel qualcosa che già conosce, tarpando in questo modo le ali a chi vorrebbe iniziare a farsi apprezzare. Senza troppi giri di parole è possibile affermare che una buona dose di abitudinarietà, condita con la mancanza d’interesse verso la novità, porta un locale a non far esibire un emergente. In sostanza, se va bene, un nuovo artista si ritrova a fare da spalla a una tribute band (e non il contrario) per mezz’ora, come mero intrattenimento e non una possibile scoperta.

All’estero questo fenomeno non esiste, o se presente è piuttosto limitato. La mentalità oltre i nostri confini è molto più aperta e incline a testare il nuovo che avanza. La maggior parte delle band conosciute a livello mondiale ha mosso i primi passi all’interno di piccoli e medi locali che offrivano musica live originale, portando all’attenzione di talent scout ed etichette discografiche gli artisti che avevano qualcosa da offrire e che si erano creati il loro seguito.

Da noi il seguito si restringe agli amici, mamma e papà, fidanzate/i, mogli/mariti, fino ad arrivare al parentado più remoto.

Ma molto probabilmente, il danno più grosso lo hanno fatto i vari talent show. Da una parte si sono posti come una porta aperta, un’opportunità verso un mondo lontano e inavvicinabile, dall’altra hanno dato sfogo alla mediocrità più assoluta. Nel corso dei diversi programmi si sono indubbiamente avvicendati personaggi con qualità e talento, il più delle volte eliminati per far posto ai casi umani che assicurano audience. Puntare sull’emotività del pubblico è una delle attività peculiari dei programmi televisivi i quali confezionano storie ad hoc per attrarre seguito, relegando la musica in secondo piano. Così facendo hanno dato vita a una serie di cantanti “copia-incolla” che sfornano le solite canzonette, tutte dello stesso genere, ad uso e consumo delle case discografiche.

Perché l’altro grosso danno lo hanno creato proprio quest’ultime. La pirateria, la diminuzione delle vendite di CD, hanno portato a puntare solo su quello che si vende. Magari una meteora, una canzone tormentone dell’estate, ma tanto basta per rimpinguarsi le tasche, e poco importa se al pubblico viene propinata l’ennesima spazzatura. Anzi, l’aggravante è che al pubblico la spazzatura piace eccome!

È un cane che si morde la coda, un circolo vizioso da cui sembra non poter più uscire. E tutto perché ci si è adagiati. Non c’è più voglia di informarsi, di scovare la novità e di credere in quest’ultima. Si accetta senza se e senza ma quello che altri vogliono propinarci, ci hanno detto che nel lavoro non dobbiamo essere “choosy”, ma sembra che choosy non lo siamo nemmeno per la ricerca di altro nella vita, e la musica sta risentendo di questa mancanza di ricerca. Una mancanza che porta tutti gli emergenti a morire, a restare invisibili.

Ma è possibile che siamo ormai così assuefatti all’inettitudine e alla banalità? Probabilmente sì se diamo credito a un Rovazzi che vuole “andare a comandare” ben consapevole di non essere un cantante, e che ogni qual volta un 60enne la balla e canta ti viene da rimpiangere “Gangnam Style” solo per il fatto che in giapponese non capisci una lisca di quello che significa. Oppure continuare a seguire cantanti ridotti all’ombra di se stessi che sembra non abbiano più nulla da narrare. Che dire del Vasco che ha esaurito ormai tutte le vocali a disposizione. O di Ligabue che sforna giri armonici identici da almeno 10 anni. Ci sarebbe ancora molto da parlare e tanti esempi da citare…

Ma dobbiamo fare i conti anche con un’altra triste realtà. Il digitale, i social, e i vari programmi per personal computer hanno portato chiunque ad autoprodursi, ognuno può mettere in risalto il proprio operato, per quanto deprecabile, oscurando il vero talento e il merito. Tutto questo ha comportato un vero e proprio decentramento degli investimenti nel settore, puntando invece su ciò che va di moda. La sostanza è roba vecchia, meglio affidarsi all’aspetto fisico e al motivetto orecchiabile che fa presa sul pubblico più giovane e musicalmente meno acculturato.

Eppure basterebbe così poco. Basterebbe che i locali cominciassero a dare un’opportunità a quei musicisti che per anni hanno investito tempo e denaro per studiare e che vogliono poter far sentire  il proprio lavoro a coloro che vogliono ascoltare. Basterebbe che le persone avessero voglia di cercare qualcosa di nuovo e di supportare quella novità. Basterebbe non accettare a capo chino ciò che i talent e le grandi case discografiche vorrebbero imporre. Basterebbe saper discernere, nell’immenso mare del web, chi ha veramente qualcosa da offrire. Basterebbe così poco.

Ma siamo sicuri che vogliamo ancora cercare qualcosa, o ci siamo semplicemente arresi all’ineluttabile?

Sabrina Spagnoli

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Sabrina Spagnoli

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