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Live Report, Marc Ribot @ Monk Club

Un’ora e mezza di live ipnotico e affascinante, quello del chitarrista statunitense…

Un locale, il Monk Club, cuore pulsante ormai di quella che è la musica nazionale ed internazionale, mainstream e di nicchia in quel della Capitale, gremito e in religioso silenzio attende curioso quello che si rivelerà essere un’ora e mezza di live ipnotico e affascinante, quello del chitarrista statunitense Marc Ribot.

Di origini ebraiche, Marc Ribot, oggi sessantenne, è considerato uno dei chitarristi più apprezzati a livello mondiale. In attività dai primi anni ottanta, con una quantità innumerevole di collaborazioni illustri che vanno da Tom Waits a Elvis Costello, da Mike Patton a Elton John, da Marianne Faithful a Wilson Pickett fino agli italiani Chiara Civello, Mimmo Locasciulli, Vinicio Capossela, Ribot stasera ammalia un pubblico squisitamente trasversale, che vede rapito un target che va dai ventenni ai suoi coetanei. Dalla platea pertanto, piena di addetti al settore e cioè di musicisti, ciò che salta all’occhio è che questi ultimi non sono affatto solo chitarristi: ad ascoltare Ribot c’è una folta schiera di bassisti, batteristi, cantautori, segno che il virtuoso e impattante modo di suonare di Ribot ha lasciato e lascia tuttora un’impronta importante a generazioni di musicisti giovani e meno giovani indipendentemente dallo strumento che si suona, che anche a Ribot stesso, ironicamente parlando, a tratti appare solo un dettaglio.

Dettaglio, perché tutti gli oggetti di cui si circonda lo straordinario chitarrista, ovvero bastoncini, matite, capotasti, palloncini colorati, altro non sono che un’estensione del suo strumento, una chitarra acustica suonata nuda e cruda, capace di stravolgere piacevolmente il percorso uditivo intrapreso dall’ascoltare passando con maestria da sonorità blues che richiamano Robert Johnson ad altre più dirompenti che mutano con nonchalance fino al jazz, categorie comunque qui riduttive: i sonori voli pindarici di Marc Ribot sfuggono a qualsivoglia classificazione ed etichetta. D’altronde, per uno che fa suonare una vecchia chitarra acustica in quel modo, non ci si stupisce che anche le biografie ufficiali, alla voce “genere” riportino: “rock sperimentale”. Tutto e niente, insomma.

Ribot è di poche parole, del resto quando a parlare è la musica c’è poco altro da dire. Ringrazia il pubblico capitolino, e tra un bis e l’altro propone sia rielaborazioni e citazioni di standard di fama mondiale come A love supreme di Coltrane, Donna Lee Parker, Happy birthday, Stella by starlight, There will never be another you, citazioni del suo esimio collega e compatriota John Zorn, la parte più rumoristica del concerto, quasi affine alla composizione di una colonna sonora cinematografica.

Un live decisamente imperdibile per il suo senso di universalità del messaggio musicale, che tramite questa tappa romana di Marc Ribot risulta effettivamente e meravigliosamente essere arrivato un po’ a tutti, grandi e piccini.

Francesca Amodio

IL TOUR:
01/02 Bruxelles
02/02 Drammen
03/02 Amsterdam
04/02 Berlino
05/02 Parigi

PER INFO:
www.marcribot.com
www.facebook.com/marcribot

Autore

Francesca Amodio

Francesca Amodio

Classe 1991, è una giornalista free-lance. Dopo la laurea in editoria e giornalismo, consegue un master in giornalismo e comunicazione specializzandosi nel settore dello spettacolo. Attualmente collabora con diverse riviste cartacee e online, occupandosi di musica, cinema e televisione. Per Qube Music cura la rubrica “Il Cantagiro del lunedì”, in cui settimanalmente alterna recensioni di dischi di ieri e di oggi.