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Le emozioni del Primavera Festival

Zaangoo! e Il Cartello al Primavera Sound Festival 2015 di Barcellona

Io a Barcellona non c’ero mai stato. A dir la verità non ero mai stato in Spagna. Più in particolare, c’era una cosa che volevo fare nella vita: andare al Primavera Sound Festival e ci sono riuscito. Negli anni molte persone mi avevano raccontato le loro avventure in terra catalana, dei concerti magnifici che avevano visto, del tizio incontrato sotto palco, degli stati di alterazione, del caldo, delle ragazze, di quante migliaia di persone ci siano, che per spostarti da un palco all’altro devi camminare ore, che la sera fa freddo e ancora e ancora e ancora…

Così facendo, indagando, domandando, leggendo, chiedendo, mi sono fatto un campionario di notizie che potessero prepararmi al meglio per il grande raduno. Al netto dei 5 giorni spesi a Barcellona ecco quello che ho capito e quello che ho visto coi miei occhi.

Zaangoo! e Il Cartello al Primavera Sound Festival 2015:

I soldi. I soldi sono pochi quindi si comprano i voli che si trovano. Io ne trovo uno che pare un po’ uno scherzo e che mi porterà da Firenze a Roma (volo più breve della storia) e poi da Roma alla capitale catalana, salvo stare due ore fermi sulla pista di decollo di Fiumicino. Il perché non lo so, la sera prima avevo bevuto e una volta sull’aereo ho dormito tutto il tempo. Quando arrivo a Barcellona respiro un’aria diversa, quel posto, quella città è molto strana: è una grande capitale europea, con milioni di persone che camminano, si spostano, guidano o affollano autobus e metropolitane, ma Barcellona è soprattutto una città di mare, viene da pensare che se Napoli non avesse avuto la sfortuna di sorgere in un paese del terzo mondo avrebbe potuto essere la vera Barcellona. Ma la regina della Catalogna mi piace vederla anche come una enorme Viareggio, col suo liberty ostentato e quei lungomare turistici.

Una cosa sanno fare bene gli spagnoli, la fiesta. E per fare festa ci vuole la musica, e allora siccome parrebbe che alla gente di Barcellona piaccia fare le cose in grande, da quindici anni organizzano una grande fiesta con un sacco di musica, della miglior specie.

Il Primavera Sound è qualcosa di più di un festival, è un avvenimento che si è costruito attorno a sé un’aura tale da generare aspettative fortissime, è una sorta di punto di arrivo, i musicisti esordienti che hanno la fortuna di calcarne i palchi se ne fanno vanto, coloro che partecipano come pubblico se la tireranno per mesi coi propri amici. Il Primavera Sound è uno spazio enorme, sconfinato, giusto lungo il mare, sovrastato da una fantascientifica struttura che ospita una miriade di panelli solari.

Il festival si snoda per questo grande spazio e ostenta i suoi grandi palchi mentre nasconde, come gemme preziose, quelli più piccoli, raccolti, che ospitano le performance più interessanti dei protagonisti di domani. Così il primo giorno arriviamo, gasati ed emozionati, con un cartellino al collo che recita “Press” e che ci inorgoglisce come pochi. Mi precipito subito in un grande, bellissimo auditorium sotterraneo, dove si esibisce Panda Bear, e con le melodie e i beats di quel pazzo animale collettivo dò ufficialmente il kickstart al MIO Primavera Sound Festival.

La gente è tanta e tutti sono eccitati per la musica che andranno ad ascoltare, tutti hanno un programma da seguire, delle preferenze – obbligate dato il numero enorme di artisti in cartellone – e questo stato di esaltazione collettiva si riverbera nell’aria, ti contagia e ti ben dispone. Si crea un microcosmo dentro ai cancelli del Primavera Sound alla cui influenza ed ai cui effetti non puoi sfuggire, quindi segui il tuo programma ma segui anche la folla e il flow e ti puoi ritrovare da solo, anche se sei in mezzo a diecimila persone o più.

Assistendo ai concerti del Festival ho capito che anche i musicisti non sono immuni all’influenza del Primavera e sembra che tutti vogliano lasciare il segno, sembra che tutti abbiano preparato qualcosa di speciale, i Battles che suonano in un bunker e presentano un paio di brani inediti, gli Spiritualized che esercitano tutto il loro potere ipnotico e con un semplice calando riducono in silenzio le migliaia di persone presenti, i Jungle sono perfetti e il loro modo di stare sul palco, la loro performance e la reazione del pubblico al loro concerto li proietta verso le stratosfere del rock.

Ma il Primavera Sound Festival è questo e molto altro: è Patti Smith che inaugura il tour per il qurantennale di ‘Horses’ con una potenza inaudita, trasporto e vera emozione. A fine concerto mi giro e ci sono centinaia di persone che si asciugano le lacrime, e non sono anziani facilmente impressionabili o nostalgici dei seventies ma sono ragazzi, ragazze, uomini e donne che salgono sul palco con lei e attraverso lei sono portati a riflettere sulla propria condizione di umani su questo pianeta e su quella di quegli umani, i più meritevoli di noi, forse, che su questo pianeta non ci sono più. Al Primavera vedi scorrere tutta la tua adolescenza davanti agli occhi quando gli Strokes sgragnolano Last Nite come fosse nulla, poi ti giri vedi un fricchettone allampanato più sconvolto di te e realizzi che si, è Gordon Raphael, il produttore dei loro due, generazionali, primi album.

Il Primavera è ricaricare mezz’ora il cellulare accanto al chitarrista degli Interpol e rendersene conto mezz’ora dopo. Il primavera sono gli Einsturzende con dei volumi così alti da dover urlare a cento metri dal palco, il Primavera è John Talabot, John Hopkins e i Ratatat. Comunque sia del Primavera Sound porto dietro tre cose, l’immane quantità di musica bellissima vista in sole 72 ore, i panini più cattivi della storia e il desiderio, sfrenato, di essere di nuovo lì fra un anno. Ah, porto dietro anche il live di Caribou. Il migliore del festival e di tanti altri. In assoluto. Ci aggiungo il mal di testa.

Dario Russel Bracaloni
(Il Cartello)

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Qube Music

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