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La magia dei Mumford and Sons al Postepay Rock in ROMA. In 12.000 per uno dei concerti più attesi dell’estate

Dodicimila cuori sincronizzati per una delle date più attese del Postepay Rock In Roma. La rivelazione di una riuscitissima svolta artistica…

Il palco del Postepay Rock in Roma attendeva la loro data con l’aspettativa che questo sarebbe stato uno degli eventi musicali dell’anno. Così è stato. Dodicimila persone. Dodicimila cuori sincronizzati.

Che questa sarebbe stata una serata magica era scritto nelle stelle. Tutto il web a parlare del fatto che questo 30 Giugno, alzando gli occhi al cielo si sarebbero visti Venere e Giove quasi “baciarsi’’. E se con il naso in su verso il cielo stellato veniva fuori il lato più romantico, guardando sul palco le emozioni non sapevano davvero che direzione prendere, ma erano forti ed incontenibili.

Banjo o no, indie folk o indie rock, o qualsivoglia sottogenere vogliate affibbiargli, quello che è indubbio è che i Mumford & Sons hanno la capacità innata di essere la colonna sonora dei nostri sentimenti più intensi.

L’opening affidato a un talentuoso cantautore britannico: Eaves ossia Joseph Lyons. Ascoltandolo impossibile non pensare ad illustri predecessori del genere come Nick Drake o Jeff Buckley. Il tormento ed il talento ci sono.

La sensibilità del suo album d’esordio “What green feels like” è una perla rara in un mercato discografico pregno di cose molto uguali tra loro. Il saper farsi portavoce di un genere già segnato da passi di autori dalla fama dei due sopra citati non è semplice per un ragazzo così giovane.

Le influenze che si percepiscono sono perfettamente armonizzate: dal cantautorato folk , al rock sperimentale, una commistione che diventa pop senza assumerne i connotati più negativi del termine. Una scelta ideale per anticipare lo spettacolo che verrà a seguire.

I Mumford & Sons dopo una necessaria pausa per riprendere fiato iniziano una nuova pagina del loro percorso artistico. Abbandonate le sonorità che li avevano contraddistinti nei precedenti lavori si sono messi alla prova in una nuova veste.

Wilder Mind” è un album guidato un desiderio di cambiamento, una necessità di evoluzione. Non hanno deposto definitivamente gli strumenti acustici come il banjo ma è ben chiaro che si siano finalmente innamorati della batteria.

E se prima i loro live all’insegna del folk erano apprezzabili, adesso con l’alternanza di queste nuove sonorità diventano spettacoli perfetti, che avvicendano momenti di euforia totale, a momenti intimi, a momenti intensi segnati da un riconoscibile piglio rock.

Un passo avanti necessario per non rimanere fermi al punto di partenza, per riprendere a vivere di passione dopo che un percorso si conclude, una lezione di vita.

La voce inconfondibile di Marcus Mumford è una garanzia non solo come performer ma anche come entertainer. Il tentativo di parlare in italiano ha avvicinato ancora di più il pubblico. Ad un certo punto non sembrava più un palco con dodicimila persone sotto, sembravano a casa loro che ridevano e scherzavano mentre improvvisano per due amici. L’esperimento di chiedere il silenzio a dodicimila persone, spegnere tutte le luci e regalarci due canzoni acustiche voce, chitarra e cori è stato stupendo ma il pubblico romano era troppo euforico per rimanere a lungo in silenzio. La capacità di comunicare così bene con le persone è segno che meritano quel posto e quel calore.

Tra una canzone e l’altra Marcus ha notato l’esuberanza di un ragazzo nelle prime file e dopo avergli chiesto il nome e averci scambiato due battute, lo ha invitato a salire sul palco permettendogli di tradurre al pubblico quanto il venire in Italia sia un’esperienza impareggiabile. (Sì, lo sappiamo, diranno lo stesso in ogni Paese, ma crederci in fondo non è così difficile) Filippo il fortunato della serata, è il simbolo di questa data.

Qualche addetto ai lavori si chiede se questa band abbia fatto bene o no a cimentarsi in un genere diverso da quello a cui ci avevano abituati, sono stati furbi i Mumford & Sons a buttarsi in un mercato pieno di concorrenza? Furbi o no, la risposta del pubblico è il fattore più importante. I vecchi fans non li abbandoneranno perché ci saranno sempre le vecchie “I will wait” o “The Cave” a farli scatenare col banjo a tracolla e in compenso con le nuove meravigliose “The Wolf”, “Believe” o “Snake Eyes” hanno guadagnato un pubblico più ampio, magari anche più restio al folk e basta.

#TheBestisYetToRome

Set List:
• Hot Gates
• I Will Wait
• Roll Away Your Stone
• Snake Eyes
• Wilder Mind
• Awake My Soul
• Lover of the Light
• Thistle & Weeds
• Ghosts That We Knew
• Believe
• Tompkins Square Park
• The Cave
• Timshel
(acoustic)
• Cold Arms
(acoustic)
• Only Love
• Ditmas
• Dust Bowl Dance
• Encore:
• Broad-Shouldered Beasts
• Little Lion Man
• The Wolf

Marta Croce

Autore

Qube Music

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La WEBZINE dedicata alla MUSICA, frutto di sinergie tra editori, giornalisti del settore discografico, media e radio, che propone servizi punto di riferimento per la diffusione di contenuti musicali.