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KANYE WEST: Ye

“Antonio ma cos’è questa puzza? Sono loro”
Iosonouncane – I Superstiti

La frase di Iosonouncane rientra perfettamente in un panorama vivace e imbottito di hype e frustrazioni che attendeva al varco l’ottava fatica di Kanye West, “Ye”.
Il disco è arrivato e, come nelle migliori rivoluzioni copernicane, scopriamo ancora una volta di aver fondato ogni ipotesi sul centro sbagliato dell’universo. Al fulcro di questo particolare sistema solare non c’è politica o questioni sugli USA, come alcuni credevano, ma solo lui.

Il fetore, e qui ritorna Iosonouncane, è però nelle pesanti ammissioni, frustrazioni, sensi di colpa che Kanye ha portato alla luce nel suo lavoro. La paternità, il modo sbagliato di vivere i rapporti e la sua bipolarità, questi sono alcuni elementi che hanno reso estremamente personale e interessante il disco.

Il Re Sole è solo e si chiama Kanye.

I toni usati da Kanye non sono leggeri, per questa ondata di buonismo militante, e anzi il disco parte con un brano che parla chiaro: “Ho pensato di ucciderti”.
Resta comunque da capire che dietro l’ondata di trumpismo e carinerie dette sulla schiavitù Kanye parla poco di America e nel disco cerca di condensare il suo dolore interno e bipolare, dalle molteplici facce.

Uno come Kanye dobbiamo sapere che non deve essere a tutti i costi una rappresentazione ideale di tutta una serie di valori morali e ideologici. Come dimostrano ad esempio i romanzi di Brandon Sanderson, gli eroi non sono mai pronti a fare quello che ti aspetteresti.

E se in quest’anno è stato furioso il dibattito sulla scissione tra artista, opera d’arte e caratteristiche morali dell’ uomo stesso, è inutile tornare a parlare e a rivangare all’infinito su questi concetti, anche nell’occasione dell’uscita del disco.
Un disco accompagnato da una serie di aspettative molto pesanti ci sottopone ad un duro lavoro, anche di contestualizzazione, per noi. L’ascolto rischia di essere influenzato e allora tocca trovare un momento veramente buono per far partire il disco.

Personalmente credo che il modo migliore per gustare “Ye” sia dedicarsi a creare una sessione di ascolto estremamente attenta, che sappiamo non sarà estremamente lunga, vista la scelta di decidere di non produrre o scrivere dischi da più di 30 minuti.
Una scelta che, se messa in rapporto con “Life of Pablo”, è antitetica e mostra, anche qui, il senso della bipolarità.
Se 2 anni fa non sapevamo che aspettarci dall’album/playlist, “Stream of consciousness infinito” di Kanye, oggi troviamo in “Ye”, una piccola mappa, che vuole riorganizzare e esplicitare le parti più dure e dolorose del disturbo dell’artista.

Davanti a Kanye ci troviamo dinanzi ad una scommessa, e questo dare fiducia rievoca la scommessa su Dio di Pascal. A noi tocca scegliere se perderci nelle critiche di un disco perché troppo legato a quel cappellino, portato con orgoglio, autografato da Trump o lasciarsi andare in un ascolto attento di 27 minuti, che si accende veramente e in modo quasi indelebile solo nel finire, nel passaggio tra “Ghost Town” e “Violent Crimes”. La scommessa non produce, esattamente come in quella del filosofo francese, un risultato esatto. Rimandiamo ai posteri l’ardua sentenza.
La scoperta della paternità, la mole incredibile di lavori prodotti, il costante uso dei featuring, rendono “Ye” un lavoro interessante, che però probabilmente non riesce completamente a oscurare il tweeting selvaggio di Kanye.
Però dal ranch a Jackson Hole, una valle che si trova nelle montagna imperscrutabili del Wyoming, viene fuori senz’altro uno specchio che riesce a farci capire qualcosa in più sulla parabola del più grande rapper vivente.
Lui usa elementi semplici nei testi come la famiglia, il sesso, l’andare in chiesa, il sentirsi profondamente solo , il comprare divani, mangiare o restare in contatto con amici.

La sua sapienza nell’usare al momento giusto i featuring rimane spiazzante e la mia memoria pesca l’uscita di “Lost In The World” con Justin Vernon, brano che ai tempi mi dominò completamente.
Anche la poco rifinita e semplicemente impacchettata All Mine ha qualcosa di estremamente interessante, il mescolarsi di sample basici sembra facile, ma in Vermont evidentemente tutto questo viene fatto con sapienza.
Kanye è umano e mentre noi ci concentriamo sulla sua ennesima ondata di tweet ci dimentichiamo di quello che facciamo, ci dimentichiamo dei nostri crimini, perché è facile, estremamente facile farlo. Kanye è umanamente come noi, ma in Ye mostra come sia musicalmente superiore, ancora una volta.
Kanye, la puzza la facciamo insieme. Siamo noi, sono loro, sei tu. Siamo tutti.

Autore

Gianluigi Marsibilio

Gianluigi Marsibilio

Classe 1995. Nato a Guardiagrele, piccola cittadina in provincia di Chieti, dopo aver percorso la carriera scolastica, frequentando il liceo scientifico, si sposta a Roma per frequentare gli studi in Comunicazione Istituzionale nell'Università Pontificia della Santa Croce. Già dal primo anno di studi ha cominciato a lavorare per varie realtà, creando anche il blog di informazione scientifica ''Tra scienza e coscienza''.