Interviste

Intervista ai Train To Roots, Reggae internazionale

Nati a Sassari nel 2004, i Train To Roots sono considerati oggi tra le band più importanti della scena reggae italiana. La band ha vinto nel 2006 il premio come miglior gruppo italiano al European Reggae Contest organizzato dal Rototom Sunsplash. Dopo un intenso lavoro di studio nei primi anni di attività la band è arrivata a calcare i palchi dei festival reggae più importanti d’Italia e d’Europa, tra cui Rototom Sunsplash, Reggae Jam Festival, (Austria), Sunrise Reggae Festival (Germania), Reggae Explosion (RO), Sardinia Reggae Festival (SS), Festa del Sole (GE), Positive River Festival (PR) Festival Diánia (Pais Valencia) e molti altri. Sono membri della band:  Simone BUJUMANNU Pireddu – Lead Vox, Michele ROOTSMAN I Mulas – Lead Vox, Giampaolo JAMBO Bolelli – Guitars – Choir, Stefano STIV Manai – Guitars, Antonio PAPAN’Tò Leardi – Keyboards, Simone D-DOCTA Bardi – Bass, Carlo GROOVER Pippia – Drums.

Recentemente sono stati ospiti del Muso festival di Oriolo Romano (VT) e noi di Qube Music, prima di goderci e rilassarci al ritmo dei loro pezzi non ci siamo fatti sfuggire l’occasione di intervistare questo gruppo italiano ma di fama internazionale.

– Reggae, Sardegna e Radici: spiegateci l’intreccio e il collegamento.

La Sardegna naturalmente è la nostra casa e come chiunque siamo molto affezionati alla nostra casa, inoltre in Sardegna c’è questa leggenda che l’attaccamento alla terra da parte dei sardi sia così forte nei popoli di poche altre parti del mondo. Poi ce lo dicono anche le persone che vengono a trovarci. Quindi in base a questo attaccamento fortissimo per tutti i componenti della band sono molto importanti le nostre radici. Il reggae diciamo che in realtà è un po’ una coincidenza, l’unica cosa che ci accomuna alla Giamaica, da dove appunto il reggae proviene, è che siano due isole. E poi che anche noi sardi siamo un popolo molto rilassato, inoltre è una musica che ci sta nel senso che visto l’ambiente paradisiaco in cui viviamo, il mare, il sole, le cose si conciliano bene. Non ci siamo ancora stati, ma suppongo che la Giamaica sia molto bella da vivere.

– Non a caso il vostro ultimo album si chiama “Home”…

Esatto. L’ultimo album è stato per certi versi un po’ un ritorno a casa, innanzitutto siamo tornati all’autoproduzione. Nell’album precedente ci eravamo affidati a Manuel Fusaroli che è uno dei massimi produttori di Indie Rock italiano. Avevamo voglia di metterci in gioco e di fare qualche esperimento, perché dopo dodici anni di attività avevamo bisogno di nuovi stimoli e di metterci alla prova e abbiamo fatto un bel percorso negli ultimi cinquanta/sessant’ anni della musica. Con Home siamo tornati a casa in tutti i sensi, abbiamo prodotto noi completamente il disco, fatto in toto in Sardegna: registrazione, mix, masters, tutto insomma! Siamo tornati ad essere noi stessi nel senso che abbiamo fatto esattamente quello che ci piace anche sul palco. E’ il primo disco in cui abbiamo provato a portare il nostro mood sul palco, e l’atteggiamento da palco all’interno di un’intera produzione. Secondo noi è venuto abbastanza bene, nel senso che rispecchia quello che volevamo poi sentire alla fine del lavoro. Forse il miglior disco dei Roots, prima di questo era Terra e Acqua… Questo è veramente un bel lavoro, ci rispecchia tutti quanti e tutti i background e i gusti dei sette elementi del gruppo. Un ritorno a casa anche in questo senso. In più è un bel ritorno a casa anche perché abbiamo “ospitato” un po’ di gente, abbiamo vari featuring con amici…

– Parlando proprio di amici e featuring nel nuovo album avete inciso una bellissima canzone, “Woman” con Levante. Parlateci di  questa esperienza.

Lei è il nostro amore grande, è un’artista molto brava e molto capace che stimiamo tantissimo anche a livello personale. Fino allo scorso anno faceva parte della nostra stessa etichetta la INRI, mentre ora lavora con la Carosello, ma le case discografiche collaborano senza problemi.

– Voi avete fatto tour sia in Europa che in Italia per portare la vostra musica a più persone possibili, ma come si fa a non perdersi e a rimanere sempre fedeli a se stessi nonostante questo vivere un po’ ramingo?

In realtà non abbiamo mai avuto molte difficoltà, noi siamo una famiglia ormai da tredici anni, quindi dove andiamo noi è casa e ci troviamo bene ovunque. Poi è normale che come in ogni famiglia ci siano degli scazzi e dei momenti in cui si vede ragionare a tavolino, ma poi alla fine la gran parte del tempo è come se fossimo in gita, una sorta di lunga gita scolastica. Siamo un gruppo di gente che si vuole divertire mantenendo sempre la serietà e la professionalità che si deve avere quando si svolge un lavoro. Dunque non ci perdiamo mai, perché alla fine facciamo quello che ci piace, siamo sempre noi stessi anche se siamo nel paesino sperduto spagnolo o in Germania o in Italia o in Sardegna  per noi, a parte la lingua, non cambia un granché. Poi il mangiare è sempre importante, anche il cibo fa casa…

– A livello di partecipazione e accoglienza da parte del pubblico c’è differenza tra quello italiano e quello estero?

Si, ci sono purtroppo delle grosse differenze. Questo è un tema un po’ particolare. Partiamo dal presupposto che in Italia la musica non viene considerata come un lavoro, è semplicemente un momento ricreativo tra tanti altri. Ci sono tante distrazioni, il cellulare prima di tutto, che ci permette di fare qualsiasi cosa stando comodamente seduti in casa. I concerti e i momenti di aggregazione culturale ne hanno risentito, sia perché stiamo passando un periodo economico non propriamente roseo, ma anche perché manca il vedere la musica come un momento di unione, di crescita e di cultura. Fare musica significa appunto portare un messaggio, esporsi, trasmettere sensazioni e pensieri. Qualsiasi artista che sia con una tela o con una statua trasmette qualcosa a chi guarda.

Qui in Italia -e non parliamo solo della musica reggae- la musica in generale è diventata un fenomeno fin troppo popolare nel senso di commerciale, quindi gli artisti sono “quelli” e i canali sono “quelli” e tutto il resto è underground.

In Spagna in un festival del tutto simile ad uno italiano ci sono sotto al palco seimila persone e può essere un giovedì o una domenica, le tre del mattino o le nove di sera, è indifferente. Perché c’è una voglia di partecipare agli eventi che è diversa, il pubblico si sente parte dell’evento stesso ed è totalmente coinvolto.

In Italia per quanto riguarda i festival la gente rimane in campeggio a mangiare fino alle undici di sera, quando in realtà i concerti iniziano alle nove e i primi due gruppi sono costretti a suonare davanti a venti persone. Queste cose fanno male alla musica, perché comunque il tempo per farsi una birra o per farsi una chiacchierata si trova sempre. Noi siamo i primi, quando abbiamo tempo, ad andarci a vedere un concerto e anziché stare sul palco ci godiamo il fare parte del pubblico e sono momenti molto belli! Sono anche momenti di studio, ma principalmente di svago. Vedere la gente che applaude, che ride, che balla, che canta sono belle cose che in Italia si sono un po’ perse. Si potrebbe parlare per ore delle motivazioni… La cultura in generale ha perso parecchia importanza nella mentalità delle persone.

– Oltre che artisti anche spettatori, chi vi piace andare ad ascoltare?

Noi abbiamo tutti background diversi come ti dicevamo, ma il reggae rimane un punto fermo in comune e due anni fa quando abbiamo visto Damian Marley al Rototom in Spagna con altre sessantamila persone è forse uno dei concerti più belli che abbiamo mai visto. E lì naturalmente c’era molto da imparare, avevamo davanti un artista che ha fatto la storia del reggae. Dipende sempre tutto dal mood e dalla serata, ma in genere ci piace analizzare le performance anche per imparare meglio dai grossi artisti. Speriamo poi di riuscire a mettere in pratica quello che abbiamo imparato. La musica poi è un po’ pazza, tu puoi anche essere il più bravo artista del mondo, ma decide sempre il pubblico e chi ti viene a sentire. Poi bisogna rimanere fedeli anche ai tempi, ad esempio la musica roots anni 70 è bellissima, ma i temi che tratta non sono temi che abbiamo vissuto personalmente. Non viviamo nella Giamaica degli anni 70, non siamo poveri e nessuno di noi ha mai visto il ghetto, grazie a Dio abbiamo tutti una casa e mangiamo, abbiamo una famiglia che ci sostiene. Non siamo persone che devono raccontare della fame e dell’emarginazione vissuta sulla propria pelle, ovviamente abbiamo dei messaggi che parlano anche di queste cose che tendono più che altro a far riflettere chi ascolta. Queste sono le cose importanti da andare a ricercare in un concerto.

– Una domanda che faccio spesso, e che molti giudicano ostica è: in una casa “rispettabile” quale disco non deve assolutamente mancare?

E’ una domanda molto difficile. Te ne diciamo due, uno reggae e uno no: Legend di Bob Marley, che è un po’ un riassunto di quello che ha prodotto lui con la Island Records; e qualsiasi cosa dei Pink Floyd , perché sono stati nella storia della musica parte di una evoluzione incredibile sia nel modo di intendere che di ascoltare la musica, insieme ovviamente a tutta una serie di band degli anni 70. Entrambe le scelte pensiamo che possano influenzare positivamente le giornate di chi ascolta.

– Con chi vi piacerebbe poter collaborare in futuro?

Sono tante, spesso ci capita di fermarci e di pensare proprio a questo, tra i tanti c’è ovviamente il già citato Damian Marley, ma anche Alborosie perché è un artista italiano che stimiamo tantissimo e che ha “venduto il ghiaccio agli eschimesi” andando in Giamaica a fare il reggae, dunque un artista internazionale. Poi se fosse in vita con Bob Marley e non ci dispiacerebbe neanche Janis Joplin, peccato sarebbe stato interessante…

– Prescriveteci un libro da leggere mentre ascoltiamo la vostra musica.

“Il vecchio e il mare” di Hemingway  perché è “il libro”, è come l’amore: non si può spiegare, è viscerale.

“Seta” di Baricco perché è l’emblema dell’amore incondizionato.

“Q” di Wu Ming, libro del quale stavamo parlando proprio prima che tu arrivassi. Questo libro racconta secoli di storia dalla quale si comprende perché viviamo in questa società e in questo modo, perché compriamo alcuni prodotti anziché altri. E’ un’evoluzione di pensieri a catena.

Tutti secondo noi bellissimi, anche solo per il gusto di leggere un buon libro.

Francesca Romana Piccioni

Autore

Francesca Romana Piccioni

Francesca Romana Piccioni

Classe 1985, nonostante una lieve forma di dislessia, ma grazie ad una volontà di ferro, impara a leggere precocemente. E’ ancora alle elementari quando una sua zia, al tempo Prof. di italiano, con il libro Fahrenheit 451 di Ray Bradbury prima, e con la trasposizione cinematografica di Truffaut poi, fa di lei una fissata del genere Sci-Fi e una nerd prima che l’esserlo diventasse di moda. Frequenta il Liceo Scientifico e la Facoltà di Medicina e Chirurgia, continuando a coltivare con tenacia la sua passione per la letteratura. Oltre ad aggiornare costantemente la sua già ricca collezione di libri, cinema, serie TV e scienza sono il suo pane quotidiano. Quando esce di casa, lo fa sempre con un libro in mano. Non si può mai sapere. Il tempo e il modo per leggere si trovano sempre.