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Intervista a Luca D’Aversa: l’autore di “troppo poco” si racconta

“Quando ho iniziato ad avvicinarmi alla musica, la vena autoriale è subito uscita fuori, io avevo la necessità di scrivere i miei brani”…

Luca D’Aversa rappresenta quel giovane cantautorato italiano fresco e moderno che però affonda le radici nel profondo del repertorio nostrano, quello più solido e ricco, quello che ha scritto la storia musicale del paese attraverso la penna e le corde di personalità come Dalla e De Gregori, ad esempio, o De André e Battisti. Queste le basi, in particolare per la maturazione di un certo tipo di scrittura, per poi evolvere la personalità artistica verso panorami internazionali, sui quali modellare sound e groove. Un’esigenza, la definisce il cantante, una necessità pressante quella che lo ha portato ad avvicinarsi alla musica; la chitarra è stato il mezzo dell’inspiegabile alchimia che porta ad amare incondizionatamente e spontaneamente qualcosa, quel bisogno inarrestabile che nasce dal fondo dell’anima ed inizia a premere con una forza tale da sembrare incontenibile per lo spirito così da esplodere in una passione che trova nelle note e nelle parole l’unica via di fuga. Reduce dal successo del singolo Troppo poco, colonna sonora dell’ultimo film di Massimiliano Bruno, Confusi e felici, il cantautore ci ha raccontato un po’ di sé e della sua musica. Abbiamo conosciuto meglio così una personalità frizzante e sensibile, uno spirito positivo e creativo, consapevole della criticità del momento ma che non soccombe a quella cappa di pessimismo che pare ergersi sulle nuove generazioni. La musica, come ogni sogno, necessita di passione e determinazione che sono proprio gli elementi di cui si è servito Luca D’Aversa: «dobbiamo essere i primi a credere in noi stessi altrimenti come pretendiamo che lo facciano gli altri?», afferma. Affrontare gli ostacoli e resistere alle sconfitte per superare i propri limiti anche quando si pensa di aver dato troppo perché, forse, è ancora “troppo poco”!

– Tu sei un cantautore, scrittura e musica sono dunque i tuoi strumenti di lavoro ma anche l’oggetto della tua creazione. La traccia palpabile del testo e la scia più evanescente della melodia segnano i confini del tuo lavoro e rappresentano le colonne della tua arte. Quando e a cosa ti sei avvicinato prima, quale forma hai conosciuto prima tra parole e note?

Sono stato spesso etichettato come cantautore atipico perché in genere quello canonico parte dal testo e poi ci costruisce sopra una melodia; io invece parto dalla chitarra, da un giro di accordi che mi attrae, da un ambiente sonoro che si crea, poi scrivo il testo, solo raramente è avvenuto il contrario.

– Tu sei nato a Roma, sei cresciuto tra le luci e le ombre di questa città così paradossale, avrai conosciuto le potenzialità ma anche gli sprechi culturali della capitale. Quale è stato il tuo percorso artistico in un simile panorama, quali sono state le tue esperienze nel tessuto musicale urbano e che difficoltà hai incontrato?

Il mio percorso è nato dai tempi del liceo, come mi sembra di capire sia stato per la maggior parte dei musicisti, nell’ambiente scolastico si mette su una piccola band e quelle sono le persone che poi ti accompagnano per molto tempo; poi inizi l’università, cambiano le frequentazioni ma qualcuno ti rimane sempre vicino. In quel periodo ho iniziato a fare serate, a portare in giro la mia musica con tutte le difficoltà degli inizi. Io ho sempre cercato di suonare poco ma bene trovando dei buoni locali; in effetti non ce ne sono molti ma penso anche che non ci si debba lamentare denigrando continuamente la situazione della musica. È vero il momento è difficile ma in realtà lo è sempre stato. Io forse sono stato fortunato, ma credo che se si ha una proposta musicale valida a lungo termine, anche dopo tante delusioni, una strada si apre.

– Nel corso degli anni sono molte le partecipazioni e le vittorie a festival e concorsi, dal premio Mauro Carratta, al Vicenza live, dall’Italia Wave Festival a Martelive. Ma quando è che hai capito che avresti fatto della tua passione un vero mestiere? Forse il premio della critica consegnato da Mogol e la conseguente frequentazione del C.E.T. è stato un segno chiaro? Cosa ha rappresentato per te?

Il premio della critica consegnato da Mogol è stato molto significativo anche perché è stato il primo. Una vittoria inaspettata e travolgente, ricevere complimenti da Mogol sulla tua musica e sulla tua scrittura è una grande soddisfazione. Il primo premio assoluto del festival consisteva in una sessione in studio, io con il mio gruppo abbiamo sempre avuto un nostro studio di registrazione quindi per noi è stato molto più utile ricevere il premio della critica che prevedeva il corso al C.E.T, quindici giorni fantastici durante i quali si parlava e si studiava musica con la presenza di Mogol, un professionista della scrittura dei testi dal quale abbiamo tratto tanti insegnamenti. Un’esperienza indimenticabile dalla quale ho cercato di assorbire il massimo e che mi porto dentro.

– Hai sempre scritto e creato, i pezzi sono sempre nati da te, sono frutto della tua interiorità e della tua mano artistica. Hai mai pensato di fare cover?

Fin dalle scuole medie, quando ho iniziato ad avvicinarmi alla musica, la vena autoriale è subito uscita fuori, io avevo la necessità di scrivere i miei brani. C’è un po’ il luogo comune che sia più semplice iniziare con le cover band che con progetti originali, nel mio caso non è stato così; è normale che qualche cover nei live le abbiamo proposte ma sempre cercando di farle nostre, riarrangiate, reinterpretate, personalizzate per quanto possibile. Spesso si crea una cover band o perché interessa particolarmente un gruppo o per pagare le bollette… io sono sempre rimasto fuori da questo ma ciò non vuol dire che non bisogna studiare le canzoni degli altri, bisogna ascoltarle, bisogna carpirne i vari segreti. La cover è comunque un punto di partenza per un musicista, per un cantautore.

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– Nel pezzo “Non vogliono farmi sognare” dici: «è come sentire parole vuote o è la pioggia che batte qui fuori da ore mi sento dire le stesse cose e proprio per questo non voglio ascoltare […] provaci a chiudere gli occhi e per un momento dimenticati dove sei provaci di nascosto magari adesso è il momento giusto fatti coraggio se non vogliono farti sognare». C’è prima uno spirito di ribellione, di rifiuto del pessimismo del momento sociale e poi c’è un grande incitamento alla speranza, a lottare per i propri sogni. È questo il messaggio che volevi trasferire? In che modo i giovani pensi possano raccogliere questo consiglio?

Esatto, il messaggio che volevo dare era proprio questo: arrivano tante frecce verso di noi, ci bombardano di consigli, ci dicono che dovremmo essere perfetti o, peggio, ci dicono come dovremmo essere; invece la mia esortazione è quella di fare le cose in base a ciò che ognuno sente dentro, credendo in quello che si fa, di qualsiasi cosa si tratti. Dobbiamo essere i primi sostenitori di noi stessi altrimenti non è possibile dimostrare le nostre capacità agli altri. Il mio traguardo è quello di riuscire a fare ciò che amo nel modo migliore che posso. Non voglio fare un discorso utopico perché nella realtà il musicista deve inventare altre mille cose per vivere portando avanti la passione, però credo che l’atteggiamento giusto sia sempre quello di positività, di credere che prima o poi qualcosa di buono succederà.

– Nell’ultimo album si avvertono echi stilistici vari: da sound pop ad altri più rock, con la robusta base di cantautorato. Quali sono i generi musicali a cui ti ispiri, e con quali sei cresciuto?

Sono cresciuto e mi sono formato con il cantautorato italiano, per un periodo ho ascoltato tantissimo De Gregori, ho amato un disco dei miei genitori Banana Republic di Dalla – De Gregori. Poi ad un certo punto ho scoperto un disco di Dave Matthew’s Band intitolato Crash che mi ha fatto cambiare l’idea della chitarra acustica, quando lo riascolto adesso sento dei suoni così vecchi e complicati che mi chiedo come abbia fatto a colpirmi. Ora infatti i miei interessi sono cambiati, mi attirano molto di più le cose semplici, mi piace molto ad esempio Questlove, un batterista che ha soltanto charleston rullante, cassa e piatto; quindi ora cerco molto più il groove minimal, essenziale.

– Il singolo “Troppo Poco”, colonna sonora dell’ultimo film di Massimiliano Bruno “Confusi e felici” è un’intensa riflessione sui nostri limiti, un incitamento a non cedere perché quando pensiamo di aver terminato le forze in realtà c’è ancora un immenso potenziale da sviluppare. Cosa credi che in questa vita ci sia di “troppo” e cosa di “troppo poco”?

La canzone è una sorta di backstage di una storia d’amicizia, la difficoltà di poter raccontare, di poter parlare con chi ti sta vicino, ci si chiede sempre se si sia detto abbastanza ad una persona importante. Per quanto riguarda la vita in generale credo che di “troppo” ci sia la facciata, il desiderio eccessivo di apparire e che è esasperato nella musica con la logica del talent, ad esempio, che concede tutto e subito, velocemente. Invece dovrebbe essere tutto molto più lento perché sia fatto bene: la traccia numero tre del disco si chiama “Mettiti comodo” parla proprio del fatto di dover trovare il tempo di fare le cose con calma, con la giusta attenzione, perché poi in fin dei conti sono poche quelle davvero importanti. Di “troppo poco” c’è la sensibilità per le piccole cose, la capacità di cogliere i dettagli che, correndo, ci sfuggono; servirebbe più sapore, più gusto, più sensorialità, più sensibilità.

– Come vedi la collaborazione tra musica e cinema e che importanza dai all’aspetto delle immagini e dei video?

Nel mio caso il pezzo è stato scritto molto tempo prima del film; credo che le canzoni che funzionano sono quelle che hanno al loro interno quelle atmosfere particolari che sono dettate sia dalla melodia che dal testo e quando questo carattere è molto visibile il brano diventa adatto al cinema, a fare da sottofondo alle immagini. Questo discorso può essere spostato anche al video clip che è – fondamentale, perché è un valore aggiunto alla musica. La fortuna di lavorare con Dandaddy, il regista che ha curato gli ultimi due video, è il fatto che lui riesce sempre a trovare delle idee semplici ma efficaci che si sposano bene con le canzoni. È fondamentale che il video maker colga l’essenza del pezzo in modo da poterla rendere al meglio attraverso la fotografia.

– Puoi farci una piccola playlist estemporanea della musica che stai ascoltando in questo periodo?

Certo! Sto ascoltando molto Beck, in particolare l’ultimo disco “Morning Phase”, mi piace molto Damien Rice con il suo “My favourite faded fantasy”, poi D’Angelo e, un grande classico Ani Di Franco, in particolare un suo album di qualche anno fa “Red Letter Year” che ascolto molto volentieri, è una cantante che mi trasmette sempre qualche spunto per scrivere, stimola molto la mia creatività, mi ispira.

– A cosa stai lavorando in questo momento?

Siamo in studio, stiamo lavorando a delle cose nuove quindi mi auguro che a breve nasca qualcosa di bello, stiamo chiudendo proprio in questi giorni un progetto, non voglio dire molto ma il prossimo anno qualcosa uscirà.

– Grazie Luca.

Grazie a voi!

Sabrina Pellegrini

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Sabrina Pellegrini

Sabrina Pellegrini

Classe 1987. Laureata in lettere moderne (I livello) presso l’Università degli Studi Roma Tre, laureanda in Italianistica (laurea magistrale). Ha collaborato con i quotidiani www.ilfattoonline.it, www.quotidianogiovani.it, e con la rivista cartacea If Magazine.