Interviste

INTERVISTA a Gianni Puri, la mente dietro le più belle illustrazioni del panorama italiano

L’intervista di Qube Music super fresca e simpatica a Gianni Puri

Il Siren Festival, le novità nella comunicazione e nel design della musica, Parigi, giraffe, scarpe, Luigi Ghirri e una chiamata in arrivo da Roger Waters, ecco la nostra intervista super fresca e simpatica a Gianni Puri, cioè la mente dietro le più belle illustrazioni del panorama italiano. Musica e arte nella sua testa parlano la stessa lingua e noi l’abbiamo intervistato con amore e ironia.

– Partiamo probabilmente dal lavoro più fresco: il Siren. Come siete riusciti a incanalare la creatività unendo sia la storia della città abruzzese con le idee innovative che il festival porta avanti da anni?

Avevo già avuto modo di collaborare con DNA Concerti ma penso che quest’anno sia successo qualcosa di speciale, si è creata una perfetta alchimia con loro e con tutte le altre figure che sono ruotate attorno al Siren Festival: Sporco Impossibile, This is not a love song, Dandaddy e tanti altri. Cito anche loro perché è stato un gran lavoro di squadra.

Lavorare su un evento del genere implica una preparazione lunga mesi ma abbiamo trovato l’idea giusta fin da subito: creare un immaginario realistico e metaforico al tempo stesso che fosse il ritratto del festival tanto quanto della città di Vasto. Abbiamo idealmente trasformato la scultura della bagnante, simbolo della città di Vasto, nella sirena, simbolo del festival e i suoi capelli sono diventati la metafora dell’energia travolgente della musica: un mare che inonda le location. È come aver creato una storia non detta.

È stato molto divertente dal punto di vista creativo giocare con pochi elementi su una linea tra metafora e realtà. Per farti un esempio, è la prima volta che la sirena ha sembianze umane, ha le gambe. È solo una ragazza coperta dai suoi stessi capelli eppure guardandola sai che è una sirena. Essere riuscito a far questo, per me, è stata una grande soddisfazione.

Ho avuto la fortuna di avere la fiducia dei ragazzi di DNA che mi ha permesso di lavorare liberamente ed io l’ho restituita.

La ricetta? Fiducia, lavoro di squadra e coincidenze astrali. Tu credi negli astri?

– Le tue idee sono molto semplici nella grafica e si può dire che hai una sorta di culto della parola. Come si utilizzano le parole in un disegno, in un’opera d’arte?

Per come lavoro io, il disegno è una metafora. La parola è il senso che si nasconde dietro la realtà che vediamo e crediamo oggettiva. Mi piace sempre creare un storia per poi rappresentarne un frammento. Un airone sul mare: chi è? Cosa rappresenta? Cosa sta guardando? Cosa c’è intorno o cosa c’è che non vediamo?

La risposta non è importante che sia palese, tutt’altro. Ma è importante per me. Mi serve per creare senso, altrimenti avrei solo disegnato un airone nel mare.

Forse sbaglio ma credo nella differenza tra guardare e vedere. E se vedi qualcosa, forse anche gli altri possono vedere, magari altro, fa lo stesso.

– Giusto per avvertire Roger Waters, non so se hai seguito la polemica, se lui usasse qualche tua idea per la copertina di un disco senza avvertirti… sei pronto a qualche querela? Cosa pensi della ripresa delle immagini per rielaborazioni o altre grafiche, il “diritto d’autore” ha ancora senso artisticamente parlando?

Credo che non esista nulla di originale ma che sia tutto una rielaborazione, più o meno conscia, di quello che vediamo tutti i giorni. Se ci fai caso, dopo ore passate a scegliere la giusta palette, ti accorgi che quella hai scelto, proprio quella che alla fine ti convince, ha gli stessi colori della scatola di cereali che hai sul tavolo. Oppure, senza saperlo, stai disegnando la ragazza del bar. In fin dei conti non siamo che la copia dei nostri genitori, cambiati dal contesto. E così anche quello che facciamo.

Puoi sperare di vivere in bel posto o puoi trasformarlo. Credo sia inconsciamente per questo che cerchiamo di migliorare i luoghi che abitiamo. Di sicuro serve a questo acculturarsi, o meglio, istruirsi: una specie di autocondizionamento alla bellezza.

A parte quanto siamo splendidi e semplici al tempo stesso, la differenza credo stia nell’onestà professionale e nella capacità di trasformare tutto questo a proprio vantaggio. Sai, quella sottile differenza tra “copiare” o “rubare”. Del resto ogni anno la hit dell’estate ha questi accordi: 6 4 1 5. Più che un plagio, un tamponamento a catena.

La verità è che conosco illustratori che sono stati vittime di plagio, a me non è ancora successo (o quasi). Si, darebbe un pelo fastidio.

C’è anche da dire che se sei stato copiato, forse il tuo lavoro è copiabile, anche in senso buono s’intende.

Io fare causa a chi? (Ehehhehe) Ti sei accorto che c’è un Luigi Ghirri nel Siren?

– Cosa ne pensi, dal punto di vista artistico, di questa sfrenata retromania tendente agli anni ‘80 (nella musica e in tutte le altre declinazioni artistiche)?

Credo sia solo una moda, oppure un riferimento culturale per nuove cose, dipende. In ambito musicale, in Italia soprattutto, mi pare ci sia molta confusione in questo citazionismo: quali anni 80? 80-82? 83-84? 86-89? Adoro la scena “anni 80” e, come ogni decade culturale, è ricca di sfumature e variazioni: ad esempio le batterie dell’81 non suonano come quelle dell’82, per niente, è così via.

Ossessioni personali a parte, credo che stendere un tappeto di synth ed elencare nei testi oggetti anni 80 non sia per nulla anni 80.

Per altro, i suoni, che ora copiamo e pompiamo, all’epoca era spesso “scadenti”, si bellissimi ma erano solo un vestito;  il songwriting era tutto.

Se togli il vestito e suoni voce e chitarra i Depeche Mode (per dire) ti accorgi di quanto sia solida la scrittura. In Italia non mi pare ci siano stati grandi evoluzioni di songwriting, siamo fermi a delle certezze che funzionano ma abbiamo imparato a vestirle molto bene.

Questo ammiccamento è così (s)forzato che ti direi: quale retromania anni 80?

Trovo, invece, sia molto bella la vena culturale anni 80 come punto di partenza per creare altro, penso ad alcune cose dei Raveonettes, a Twin Shadow o ai Chromatics…

Nonostante tutto, per rimanere in Italia, trovo che Fuoricampo di Thegiornalisti e Egomostro di Colapesce siano prodotti particolarmente riusciti, rispetto a questo discorso.

Abbiamo parlato solo di musica ma siamo lì…

– Giusto per giocare, come rappresenteresti una città come Parigi o Londra? Le faresti sommergere da un’onda come è stato per Vasto?

Parigi di giraffe, Londra di scarpe. Devo proprio sommergerle? (Ehehehe)

– Una delle assolute mode del 2017 è rappresentata dai meme, a te piace fare meme? Cosa nasconde questa passione contemporanea dal punto di vista artistico? Quali radici storiche secondo te ci sono dietro i meme?

Mi piacciono molto, preferisco le gif. La cosa interessante dei meme è che sono virulente: nascono da un’inezia, si moltiplicano, diventano enormi e poi muoiono per assuefazione. Di fatto sono paragonabili alle battute o ai racconti che giravano per strada quando non c’era tutta questa informatizzazione (tipo negli anni 80 appunto). Sono scene vere, finte, non importa ma si basano su un dato di fatto di partenza o presunto tale. E questo basta per moltiplicare il virus. Nascono dal basso, abbattono le barriere della comicità bloccata dalla tv.

In fin dei conti, oggi ridi molto di più per un’immagine brutta con una scritta messa male che per un’ora di trasmissione comica ben scritta o per una commedia al cinema. Trovo che questa degenerazione verso il brutto sia meravigliosa.

– Hai lavorato per il Siren, per quale festival o realtà ti piacerebbe lavorare? Di chi ti piacerebbe fare la copertina di un disco?

Lavorare con la musica mi mette piuttosto a mio agio ma farlo per un festival può essere molto impegnativo. Ci vuole tanto amore e pazienza da parte di tutti. Mi piacerebbe lavorare sempre in questo modo con tutti. (Potresti aggiungere una raffica cuori?)

In questo periodo della vita mi piacerebbe dare il mio contributo alla scena italiana, che ha bisogno di tanto amore, sia sul fronte degli eventi che della produzione discografica.

Di chi mi piacerebbe fare la copertina di un disco? Prince è morto, Michael Jackson anche, sicuramente Cristiano Malgioglio… scusa, mi sta chiamando Roger Waters…

Gianluigi Marsibilio

Autore

Gianluigi Marsibilio

Gianluigi Marsibilio

Classe 1995. Nato a Guardiagrele, piccola cittadina in provincia di Chieti, dopo aver percorso la carriera scolastica, frequentando il liceo scientifico, si sposta a Roma per frequentare gli studi in Comunicazione Istituzionale nell'Università Pontificia della Santa Croce. Già dal primo anno di studi ha cominciato a lavorare per varie realtà, creando anche il blog di informazione scientifica ''Tra scienza e coscienza''.