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Il viaggio musicale di STU LARSEN al Carroponte

Il tour europeo del cantante folk australiano Stu Larsen ha fatto tappa il 03/08 al Carroponte di Milano: vi raccontiamo lo splendido ed intimo concerto.

Il percorso artistico di Stu Larsen ha inizio a Dalby, piccola cittadina australiana nel Queensland in cui Stu inizia a sperimentare con la musica grazie alla chitarra regalatagli dalla madre all’età di quattordici anni per esorcizzare la sua timidezza. Ben presto decide di lasciare il lavoro in banca e di esplorare il mondo accompagnato solo dal suo strumento. Il 2010 è l’anno di svolta: incontra Mike Rosenberg alias Passenger che lo invita come supporter e tour manager nelle sue tournée internazionali. La loro collaborazione porterà alla genesi dell’album Vagabond (2014) di cui Rosenberg stesso è produttore.
L’album è il primo di Stu Larsen con un’etichetta discografica importante ed è quello che gli sta permettendo di consacrare la sua carriera anche in Europa, con una tournée cominciata a Darmstadt lo scorso 25 giugno e approdata fortunatamente anche su suolo italico; al Monk di Roma il 02/08 e al Carroponte di Milano il giorno successivo, concerto che vi raccontiamo con non poca emozione.

Il palco allestito per Stu Larsen è il Palco della Luna, quello che il Carroponte dedica ai concerti più intimi. Più che un palco sembra la cabina di uno di quei camper su cui Stu viaggia per scoprire sempre orizzonti nuovi. È un palco minimale, abbellito soltanto da pezzi di stoffa marrone appesi alla parete di fondo che insieme alle luci rosse contribuiscono a creare un’atmosfera di essenzialità e calore, volta a farci sentire a casa. Davanti al palco, posizionate per il pubblico, vi sono panchine di legno che presto vengono completamente prese d’assalto, obbligando gli ultimi arrivati a sedersi a terra.

Nessuna entrata in scena trionfale per Stu Larsen, bensì lo si vede aggirarsi attorno al palcoscenico dieci minuti prima dell’inizio del concerto, accompagnato da George Herald e Morning Tea, giovanissimi artisti italiani che avranno l’onore di aprire il live. Stu Larsen si intrattiene con il pubblico, si siede in mezzo alla gente, beve con alcuni di loro una birra, dimostrando un’umiltà e una disponibilità senza eguali. Nel frattempo sul palcoscenico sale George Herald che accorda la sua chitarra ed inizia a suonare alcuni tra i suoi pezzi. Tra questi Come Home at Night, il suo pezzo più celebre, Madonna e Lovesong Night.. Nonostante Herald componga canzoni tendenzialmente folk, il suo modo di cantarle e suonarle è caratterizzato da una grinta quasi punk. Prima di passare la staffetta al collega Morning Tea e ringraziare il pubblico milanese, annuncia che il suo prossimo EP uscirà tra Settembre e Ottobre.
Morning Tea, al secolo Mattia Frenna, è un artista folk-pop milanese che, dopo l’esperienza con il gruppo rock Motel 20099, ha realizzato due album da solista: Nobody Gets a Reprieve (2014) e No Poetry in It (2016). Durante il suo set acustico ha cantato canzoni da entrambi gli album, tra queste Peckinpah, Nothing But The Truth, If I Was a Star, This Could Be The End e una cover di There’s No Living Now del giovane cantautore svedese The Tallest Man On Earth.

Sono circa le 22.40 quando Stu Larsen sale sul palcoscenico ed inizia ad accordare le due chitarre acustiche che userà durante il concerto. Il talento di Larsen è fuori discussione, ma anche la sua immagine ed il suo look sono degni di nota. Pizzetto e capelli biondi lunghissimi, borsalino nero e camicia di jeans che ben si addicono alla sua identità musicale folk.
Saluta e ringrazia Milano, dichiarandosi sorpreso di trovarsi di fronte a così tante persone e apre il concerto con la sua Cocoon tratta dall’album Ryeford, poi afferra l’armonica e ammalia il pubblico con Ferry to Dublin.

Tra una canzone e l’altra intrattiene i presenti con aneddoti riguardanti i suoi viaggi e la genesi delle sue canzoni. Per la successiva Some Kind of Gypsy chiede la partecipazione degli spettatori; vuole che il pubblico intoni insieme a lui il refrain “I need your love” e il pubblico non esita ad accontentarlo. La scaletta prosegue con Paper Sails e con una toccante cover di Fix You dei Coldplay, seguita da King Street che Larsen racconta essere stata scritta come denuncia del consumismo che è, a suo dire, la più grande piaga della società contemporanea. Prima di continuare con Music is My Mistress, interpreta una personalissima versione di People Get Ready della band The Impressions. Introduce poi l’opening track dell’ultimo album intitolata San Francisco, che risulta essere una delle più attese dal pubblico, seguono The Mile e Thirteen Sad Farewells, dedicata ad un amore impossibile.

Si prende una pausa per cambiare chitarra e intanto comunica che la settimana successiva cominceranno le registrazioni del suo nuovo album che conterrà By The River, inedito presentato in anteprima proprio al pubblico del Carroponte. Termina il set con un pezzo del passato, This Train, interpretato con chitarra ed armonica.
Dopo aver  ringraziato e salutato il pubblico, Larsen abbandona il palco tra gli applausi, per ritornarci pochissimi minuti dopo e congedarci con una doppietta di pezzi tratti da Vagabon: Maybe I Am e, su richiesta, la romantica Skin & Bone. Questa volta il concerto è finito per davvero.

È una fortuna che nel suo perenne viaggiare, Stu Larsen abbia deciso di fermarsi anche a Milano. Il concerto al Carroponte è stato una boccata d’aria fresca, il talento e l’attitudine dimostrati dall’artista australiano sono perle rare. Ogni brano di Larsen vuole immortalare attimi della sua vita da vagabondo: basta chiudere gli occhi e ascoltare la sua voce, per imparare a viaggiare stando fermi.
La sua natura semplice e genuina ha davvero lasciato il pubblico sognante e, se questo è il risultato del suo continuo viaggiare, c’è da augurarsi che Stu Larsen non si fermi mai.

Federico Colombo

Autore

Qube Music

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