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Il live di Benjamin Clementine è un lusso che non tutti possono permettersi

Canta scalzo e inventa parole, così esordiva un articolo di Rolling Stone dell’aprile 2015, che lo consacrava come, nuovo fenomeno della musica d’autore francese che però non è francese.

Benjamin Clementine, infatti, è inglese, di origine ghanese e parigino d’adozione. Insomma, un bastardo. E questa sua natura ibrida, meticcia, la si rintraccia non solo nella sua biografia, ma più che altro nella sua musica.

Suona, canta, scrive poesie, e non di rado, alla maniera dannunziana, inventa parole che non esistono e che pare ami catalogare in un suo personalissimo libro-dizionario.

È un artista eclettico, originale e intenso, con un inconfondibile stile poetico ed emozionale. Impara a suonare il pianoforte a 10 anni, il sax a 22, e la chitarra a 24.

Si trasferisce nel capoluogo francese a 18 anni e vivendo tra rifugi temporanei, inizia a suonare per le strade parigine fino ad essere notato da un discografico in metropolitana.

Nel 2012, mentre suonava ad un evento durante il Festival di Cannes, incontra Lionel Bensemoun, un magnate francese, il quale gli propone di dar vita all’etichetta discografica ‘Behind’ per poter iniziare a registrare.

La stampa francese lo ha lanciato come la révélation anglaise des Francos (“la rivelazione inglese del” “festival” Francofolies).

Dopo aver firmato un contratto di licenza congiunto tra le case discografiche CapitolVirgin EMI e Barclay, Clementine pubblica il suo primo EP, “Cornerstone”, nel 2013. Debutta, poi, con l’album d’esordio “At least for now”, uscito nel gennaio 2015 per Universal Music, ricevendo i più sentiti complimenti di Sir Paul McCartney durante una sua performance live al celebre programma della BBC di Jools Holland.

Spesso paragonato ad artisti del calibro di David Byrne, Gil Scott-Heron, Gregory Porter, Kamasi Washington e persino Nina Simone.

Nonostante le pregnanti influenze, nella sua musica, di poeti quali Sylvia Plath e scrittori come William BlakeCarol Ann DuffyJames Baldwin, il filosofo John Locke e C. S. Lewis e la sua polistrumentalità (acquisita da autodidatta), l’elemento più denso e potente dell’arte di Clementine rimane indubbiamente la sua voce.

Struggente, potente, in grado di toccare note che, con ogni probabilità, nemmeno i cani riescono a sentire.

Ieri sera, al Circolo Magnolia di Segrate, Benjamin Clementine appare vestito di bianco, coi piedi scalzi, il volto scolpito come nella pietra e il fisico marmoreo, con i capelli raccolti in una pettinatura all’insù, come in una sorta di bizzarro Fez turco.

Uno stravagante quanto affascinante angelo nero.

E quella che fino a lì era solo un’impressione, dettata da una visione meramente estetica, viene subito confermata dal candore di quella voce che inizia a pervadere l’aria.

Così, sulle note di “Ave Dreamer”, tra virtuosismi vocali, inizia un live spettacolare che avremmo voluto non finisse mai.

E nulla, peraltro, pare essere lasciato al caso. I brani si susseguono, uno dietro l’altro, con un ordine e una ragione ben precisi.

Si prosegue con un altro brano tratto dal suo ultimo album Tell I Fly, uscito a settembre 2017, “One Awkard Fish” dove le sonorità elettro-rock, che rimandano un po’ alla psichedelia dei rave anni’90 che ispirò Erthling di Bowie, comincia a farci muovere in maniera spasmodica.

Lo show va avanti, alternando brani tratti dal più vecchio At Least For Now.

E’ la volta di “Nemesis” e “London” prima della struggente e trascinante “Condolonce”, cui mi sento particolarmente affezionata.

Lui è lì, di una bellezza che imbarazza e quasi spaventa, gli occhi chiusi e le dita che danzano leggere sui tasti del pianoforte posto al centro del palco. Ben sei minuti e mezzo di intenso e, al contempo, quasi doloroso amplesso, prima di raggiungere l’orgasmo definitivo con Cornerstone.

Dopo questa scalata tra i capolavori passati, si torna a Tell I Fly, prima “Jupiter”, seguito da “Phantom of Aleppoville”, passando per “God Save The Jungle” e “By The Ports of Europe”.

E’ caldo e le zanzare non ci mollano un attimo, poi lo assalgono mentre suona il piano e lui ci scherza su, improvvisando imprecazioni contro le mosche che inserisce tra le parole dei suoi brani rendendole melodia.

E’ brillante, divertente, trascinante, coinvolgente e noi siamo tutti lì a pendere dalle sue labbra, con dei sorrisoni giganti stampati sulle nostre.

Il culmine del suo lato ironico e divertente lo si raggiunge con i due brani di chiusura “Gone” e “Adios”. Bassista e batterista, mollano i rispettivi strumenti per lanciarsi sul palco, affianco a lui e regalarci un momento di teatro old english perfetto.

Benjamin Clementine si dimostra un re nella direzione artistica dei fan accorsi ad ascoltarlo: chiama battimani ed educa il pubblico in due o tre cori simil-gospel di cui si stupisce lui stesso.

E’ vero, su disco ci ha abituati ad atmosfere dolenti e profonde, spesso impenetrabili che raccontano di una sofferenza rivelata ma mai troppo compresa. Dal vivo, invece, l’eleganza innata di Benjamin Clementine si trasforma, mostra un lato meno ostico, si addolcisce e sembra diventare più accessibile.

Dopo la tradizionale finta mossa de “il concerto è finito andate in pace, ma tanto appena vi sentiamo urlare torniamo a suonare”, Benjamin rientra sul palco e la platea è tutta quanta lì, in attesa del suo brano più noto “I Won’t Complain”, ma ecco che lui ci stupisce ancora una volta: preso un minuto di respiro e riposizionatosi al piano, omaggia inaspettatamente Lucio Dalla interpretando Caruso, il suo brano italiano preferito, così ci dice. Canta i primi versi e il ritornello, gli unici che è riuscito ad imparare a memoria, ripetuti in loop dopo averci invitato a cantare insieme a lui, tutti quanti.

Giunge così il momento tanto atteso, “I Won’t Complain”, e in questo caso è d’obbligo citare il Molleggiato di casa nostra: “l’emozione non ha voce”, per noi è vero, siamo così emozionati che non riusciamo quasi più a tirare fuori la voce per gridare “I dream, I smile, I walk, I cry. You might not say that its a wonderful world, and its a wonderful life, and its a wonderful day, just as yesterday. But I Wont Complain!”, ma per l’angelo nero, non vale.

Una performance impeccabile, un tripudio di virtuosismi vocali e strumentali.

Scende giù dal palco e si mischia con la folla, è l’esplosione finale di un live eccezionale che ha mostrato il potenziale infinito e probabilmente ancora non del tutto esplorato di un cantautore che sembra venire da un altro universo e che meriterebbe decisamente un maggiore successo.

No, non è vero. Un live così va meritato e deve rimanere un privilegio destinato solo a pochi, solo a chi riesce a capirlo davvero.

Ornella Chiparo

Autore

Qube Music

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