Live Report Postepay Rock in Roma Stefano D'Offizi

Il demone “Marilyn Manson” in concerto al Postepay Rock in Roma

Cari lettori,

so che vi interesserà il giusto, ma vorrei iniziare raccontandovi che nella vita sono stata a un discreto numero di concerti; probabilmente una cifra non meglio precisata fra i 200 e i 300.

Ho visto live nelle situazioni più disparate (dai Rolling Stones in giganteschi prati del Somerset con altre 200mila persone, a microscopici showcase di ignoti gruppetti italiani in chiese sconsacrate bolognesi) e dalle postazioni più diverse (dai Queens of the Stone Age in transenna a Glastonbury – probabilmente il concerto della mia vita, ma suppongo che anche questo vi interesserà quanto basta – ai Cure gratis in Piazza San Giovanni che vidi aggrappata sul piedistallo di una statua).

Però un live di Marilyn Manson francamente mi mancava.

Sempre cosciente di destare il giusto interesse, vorrei che a questo aggiungiate che sono cresciuta a Roma Nord, trascorrendo la adolescenza fra bambine che pensavano solo a borse firmate e a riempirsi i capelli di colpi di sole, mentre io mi tingevo i capelli di nero, ascoltavo Antichrist Superstar  fino a farmi sanguinare le orecchie e fondamentalmente odiavo tutti.

Da allora la mia mal sopportazione verso il genere umano è rimasta sostanzialmente invariata ma l’amore per il reverendo è andato un po’ scemando.

Tutta questa lunghissima premessa per spiegare come per me non fosse assolutamente possibile perdere il ritorno di Marilyn Manson nella capitale in occasione di una delle ultime date del Rock in Roma del 2017.
Dopo aver lasciato per l’ennesima volta la macchina lontanissimo per evitare i sempre presenti parcheggiatori abusivi, arrivo finalmente a Capannelle e da subito capisco che questa sera nulla sarà come sembra. Vedo, infatti, temibili ragazzi dagli occhi bianchi e mille disdicevoli piercing dare amorevolmente da mangiare a un gatto, e ancor più spaventose ragazze con i capelli blu e le calze strappate giocare sulle altalene.

Raggiungo i miei amici una mezz’ora prima che inizi il gruppo di apertura, il gruppo olandese The Charm The Fury.

La cantante sale sul palco con un outfit perfettamente grunge con annessa camicia a scacchi legata in vita e una messa in piega spazzola e phon invidiabile.

Dopo il primo accordo, però, inizia a cantare con un growl che nemmeno Corey Taylor dei tempi d’oro e mi accordo che la messa in piega perfetta in realtà aveva il solo scopo di rendere l‘head banging più coreografico.

Anche qui, la prima impressione era completamente sbagliata.

Dopo un opening set a metà fra il Death Metal il new metal e il nonsocosametal, un gigantesco telo nero viene calato sul palco per coprire  i preparativi per la scenografia e fra il pubblico non sappiamo cosa aspettarci per il grande arrivo di Marilyn Mansom.

Le luci si spengono e parte un disco con The End dei Doors.

Iniziare un concerto con The End è oggettivamente un ossimoro ammirevole se non fosse se fra l’inizio della canzone dei Doors e l’arrivo di Manson sul palco passano quasi 10 minuti, in cui francamente iniziamo anche a valutare la possibilità che sul palco stia per salire lo zombie di Jim Morrison.

Sarebbe stato fichissimo ma non è successo.

Alle 22.15, finalmente, ecco arrivare il Reverendo, accompagnato da un immenso boato del pubblico e da una quantità incredibile di fumo che, purtroppo, continuerà ad essere sparato continuamente sul palco per tutto il concerto.

L’apertura è affidata a Revelation #12 ma è sulla combo letale (in senso positivo) This is the New Shit e mOBSCENE che il pubblico si scalda a dovere.
Si continua, poi, con altri pezzi un po’ più risalenti del repertorio di Manson, tra i quali merita una menzione speciale The Dope Show sul cui ritornello il pubblico si unisce in un bellissimo coro.
Dopo circa mezz’ora di performance il cantante si prende una pausa di qualche minuto per poi ritornare sul palco con un paio di trampoli per una versione di Sweet Dreams particolarmente sentita.

Il resto del concerto fila liscio, fra i cambi d’abito di Manson, la scenografia splendida, e le canzoni che dal vivo hanno sicuramente la loro resa.

Tuttavia è sempre come se mancasse qualcosa.

A parte l’incredibile difficoltà (per non dire il fastidio) che ho nel tentare di vedere il palco fra una selva francamente esagerata di telefonini alzati, forse tutte le mie aspettative adolescenziali e quegli ideali romantici della trasgressione estrema di un concerto di Manson sono troppo difficili da poter soddisfare, e tutto è reso ancor più complicato dalla mia “anzianità” come frequentatrice di concerti.

Per fortuna su The Beautiful People finalmente il concerto assume la dimensione che mi aspettavo.
Il pubblico e la polvere di Capannelle si fondono tra i salti e il sudore, Ovviamente salto anche io e, quando riesco ad elevarmi dal mio molto poco invidiabile metro e sessantaquattro quel tanto che basta, vedo tantissima gente dimenarsi come si deve urlando con il necessario impeto “There’s no time to discriminate, hate every motherfucker that’s in your way”,

Ah, i bei ricordi della mia giovinezza. Ora sì che sono veramente soddisfatta.

Dopo un’ennesima breve pausa, Manson torna sul palco con un altro cambio d’abito e questa volta in versione sposo cadavere di rosso vestito inizia Coma White, pezzo in cui la bellezza della canzone sopperisce parecchio alla intonazione un po’ ballerina del cantante che con un laconico “thank you Rome” lascia il palco.

Così, in modo un po’ brusco, il concerto finisce e torno alla macchina.
Mentre aspetto che il semaforo diventi rosso vedo un ragazzo cambiare le scarpe, levare le Vans e infilare le Hogan…

L’ho detto che stasera nulla era come sembrava.

Non ci si può fidare più nemmeno dei metallari.

Federica Dell’Isola | Foto: Stefano D’Offizi

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Qube Music

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