Live Report News Stefano D'Offizi

I Pearl Jam, grandi emozioni allo Stadio Olimpico

Ventidue anni fa io neanche ero nata, il che potrebbe spaventare ma potrebbe anche avere un non so che di positivo. Positività che risiede nel potere della musica, nella sua eternità e libertà che lega persone e vite non curante di età, sesso, razza o religione. Sembra un’accozzaglia di frasi fatte, di iperboli astratte sulla vita e sui suoi “valori” ma vi posso assicurare che se stasera eravate allo Stadio Olimpico al concerto dei Pearl Jam, non avreste potuto tirare conclusioni diverse.

Un live impeccabile dal primo all’ultimo pezzo, un live di tre ore in cui ogni canzone è stata suonata come fosse l’ultima regalando al pubblico tanti piccoli capolavori.

Tecnica ed emozione, questa la ricetta vincente. Un forte e distorto muro sonoro  è stato il filo conduttore di tutto il concerto, regalando solo una dolce ed intima parentesi acustica (durante il secondo encore) che ha rivelato il lato più sensibile dei ragazzacci americani. Le sonorità aggressive tengono costantemente sveglio e partecipe il pubblico che risponde ad ogni richiesta dei propri beniamini, anche quelle più incomprese dato l’americano molto slangato. Vedder ricorda Roma, la Roma dove hanno suonato ben ventidue anni fa per la prima volta, la ricorda con un italiano sbiascicato che “stressa” per tutta la serata per poi esplodere, sopraffatto dalla tensione, in un fraterno “Oh Fuck” accompagnato da un sorriso. I Pearl Jam sono cresciuti, ma solo musicalmente parlando. Si avverte una maturità e consapevolezza musicale/tecnica maggiore ma viene comunque in parte oscurata dall’impatto emotivo che la band riesce a lasciare: niente di diverso da come si comportavano svariati anni fa nella loro amata Seattle. Sono i cattivi ragazzi di sempre, Vedder zompetta da un lato all’altro del palco come un ventenne senza perdere mai intonazione o accordi. Sono una forza della natura.

Gli omaggi sono molti, ed anche questo è un altro segno di grande maturità. I Pearl Jam portano live un paio di brani di alcune band di Seattle, che non hanno avuto tutto il successo dovuto (forse), un gesto patriottico e molto simbolico. Un altro punto di culmine è l’omaggio a Roger Waters, che scuote l’Olimpico. Ma il momento di massima tensione è un gesto di estrema sensibilità e d’amore verso il prossimo, un vero e proprio regalo. Si percepiva l’emozione di tutta la band, la voce lievemente spezzata di Vedder nell’annunciare il pezzo e nel chiedere a tutti di accendere la luce del proprio telefono e di cantare nel nome della pace. Il regalo è “Imagine” di John Lennon.

Il live ha avuto una piega molto rock, urlante e quasi stridente ma ha saputo regalare momenti che rimarranno indelebili negli occhi e nelle orecchie di ogni spettatore, oso dire a questo punto, per sempre.

Benedetta Barone | Foto: Stefano D’Offizi

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Qube Music

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