Underground Mood

Gary Moore, 4 anni dopo quella notte all’Kempinski Hotel

Con la morte di Gary Moore, il panorama musicale ha perso uno dei suoi massimi esponenti

Se un giorno dovessero chiedermi dove vorrei passare i miei ultimi istanti di vita, uno dei primi posti che mi verrebbero in mente è Estepona. È una cittadina spagnola di circa sessantamila abitanti che affaccia sul mare e, come tutte le città mediterranee, ha un clima mai rigido e molto accogliente. Quattro anni fa non conoscevo Estepona. È stato un tragico evento a farmi conoscere questa cittadina: la morte di Gary Moore. Era il 6 Febbraio 2011.

Di una cosa mi rammarico: non aver assistito ad un suo concerto. Sì, perché Gary Moore rappresenta uno dei grandi misteri del rock. Chitarrista dotato di una tecnica e di un estro fuori dal comune, quasi ignorato dai giornali di settore e dal grande pubblico. Per alcuni, gli è venuto a mancare l’acuto, quel qualcosa in grado di portarlo nell’olimpo del rock che conta. Eppure, l’irlandese di Belfast ha sempre avuto tutte le carte in regole per affiancare mostri sacri come Clapton, Beck e Blackmore (i live lo dimostrano). Moore era un artista che incarnava alla lettera il termine “poliedrico”. Un compositore capace di spaziare dal jazz all’heavy metal, creando dei riff potenti con assoli veloci e nello stesso tempo intensi. Quarant’anni di carriera non sono facili da descrivere, ci proverò in poche righe.

Nasce a Belfast il 4 Aprile 1952 ed inizia a suonare la chitarra a 11 anni: “era così grande che assomigliava ad un violoncello”, disse in un’intervista. Dei suoi amori musicali, a parte i grandi maestri del blues, l’unico riconosciuto è Peter Green al quale dedica un full lenght (Blues For Greeny ndr.) A sedici anni si unisce ai Skid Row, band di Belfast, nel quale conosce il futuro leader dei Thin Lizzy, Phill Lynott. Moore registra con la band due album (Skid; 34 Hours), poi, nel ’73 lascia l’isola per trasferirsi a Londra e seguire il suo progetto solista: Grinding Stone.

Nel 1980 forma a Los Angeles i G-Force proponendo un hard rock melodico con esplosioni di saggi di chitarra. Nel 1981 suona ben due volte al Marquee di Londra con una band eccezionale composta da Don Airey, Neil Murray e Tommy Aldridge: il live viene immortalato nel Live At The Marquee, pubblicato in Giappone, dove Moore ha notevole seguito.

Questo live rappresenta l’embrione che spianerà la strada alla Gary Moore Band (registra nel 1982, con l’ex batterista dei Deep Purple, Ian Paice, Corridors Of Power). A scalare le classifiche britanniche è Run For Cover nel 1985, con l’amico ritrovato, Phil Lynott, e con la ballad Empty Rooms che schiude al chitarrista un mercato più ampio di quello strettamente hard rock.

La sua popolarità aumenta nell’87 con l’eccellente Wild Frontier, con cui celebra le sue origini irlandesi ottenendo un ottimo connubio tra rock moderno e musica celtica (ascoltate Over The Hill e capirete!). Agli inizi degli anni ’90, Moore mostra segni di cambiamento. Nel ’92 registra Still Got The Blues, il suo autentico capolavoro, con artisti di calibro internazionale come B.B. King e Albert Collins. L’album contiene quanto ti meglio si possa aspettare da un chitarrista poliedrico come Moore: la perfetta alchimia tra cuore, tecnica e quel pizzico di decibel in più che non guastano mai. Gli album che seguono “Still Got” non aggiungono nulla di nuovo ad una carriera fatta di molti alti e pochi bassi.

Il 6 Febbraio 2011, il tempo si è fermato in quella stanza dell’Kempinski Hotel. Con la morte di Gary Moore, il panorama musicale ha perso uno dei suoi massimi esponenti. Questo vuole essere un piccolo tributo.

A te, Gary.

Roberto Malfatti

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Qube Music

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