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Francesco Bommartini, autore di “RISERVA INDIPENDENTE” e “FUORI DALLA RISERVA INDIPENDENTE”

Francesco Bommartini è un giornalista pubblicista dal 2010, scrive per il quotidiano L’Arena e per le riviste musicali Rumore e ExitWell

Francesco Bommartini è un giornalista pubblicista dal 2010, scrive per il quotidiano L’Arena e per le riviste musicali Rumore e ExitWell. Da Francesco si può solo imparare e intervistarlo è stato come aprire un vaso di Pandora musicale, un’enciclopedia vastissima e ben curata. La sua grande esperienza e la quantità di interviste che ha alle spalle gli hanno permesso di farne due raccolte, due libri  “Riserva indipendente” prima e “Fuori dalla riserva indipendente” poi, ricchi di interviste, ma anche di riflessioni sulla scena musicale indie italiana. Musicisti, giornalisti e fotografi si raccontano a Francesco cercando di disegnare un quadro dell’ambiente discografico indipendente di oggi.

Raccontaci, come hai organizzato questi due libri?

Ci sono diciotto cantanti o gruppi per libro, artisti indie, che fanno parte di questa cosiddetta nicchia. Poi in ogni libro ci sono sei approfondimenti relativi ad alcuni aspetti importanti che riguardano la musica italiana: fotografi musicali, registi di video clip e addetti ai lavori in generale. Ora il panorama musicale è molto frammentato, siamo sommersi di sottogeneri, ma qualche anno fa, quando ho avuto l’idea del libro mi sono chiesto: che cos’è l’indie? Cos’è la musica indipendente? Cosa significa essere indipendenti in Italia?

Dunque che cosa significa?

Oggi questo termine ha ulteriormente cambiato accezione, non è più soltanto un modo di porsi. Prima, se come artista ti comportavi in un certo modo ti affibbiavano il termine. Ok, tu sei indie perché hai delle particolari caratteristiche, tipo essere sotto contratto con una major , oppure il far pagare una certa cifra ai concerti. Erano riconoscibili anche dai non addetti ai lavori. Adesso non è più così, non è più un passaggi che si fa durante la carriera, ora l’essere indie è un punto d’arrivo. Ormai gli artisti (o presunti tali), sanno bene che entrare a far parte di un certo tipo di musica di nicchia, permette di esibirsi in una serie di locali e di realtà che permettono di avere anche un certo giro di affari. Sotto certi aspetti è quasi meglio unirsi da subito a questo tipo di situazione, piuttosto che rimanere fuori da tutto e rischiando di non avere un’eco adeguata per la propria arte.

Pensi che il gap tra Major ed etichette indipendenti si sia un po’ livellato negli anni?

Con il tempo questo gap si è ridotto sempre di più, i soldi che girano sono sempre meno e quindi anche per le grandi etichette è arrivato il momento di incassi più contenuti. E’ chiaro che le major continuano comunque ad avere un potere che le indipendenti si sognano, a parte poche che hanno a che fare con realtà molto grandi. Non dico che nel mondo indie non ci sia interesse ad entrare nell’ambito delle major. Un esempio può essere quello di Lo Stato Sociale, gruppo che era totalmente scevro dalle influenze dell’ambiente delle grandi case discografiche e che ha acquistato una considerazione più alta anche grazie ai media generalisti. E grazie anche alla spinta di ambiti generalisti, come è anche l’ambiente di Sanremo, sono riusciti a fare numeri importanti. Basti pensare a quando i Perturbazione sono andati proprio a Sanremo con L’unica nel 2013, o quando vi hanno partecipato anche i Marta sui tubi. Questi sono solo la punta dell’iceberg.

Oggi essere indipendente può acquistare vari significati, per alcuni può essere il fatto di non avere una sovrastruttura e fare tutto da sé, per altri può avere altri significati. Anche se ciò che interessa veramente a un artista è suonare e comporre, quindi farsi aiutare da qualcuno per le date, la promozione e altro non è una cosa stupida. Da un punto di vista organizzativo ha molto senso.

Quindi possiamo dire che si può essere Indie anche stando in mano a qualcuno, per essere ancora più liberi di creare e comporre?

Si, sicuramente è così.

Oltre ad essere un giornalista, sei anche un musicista. Quando ti approcci durante le interviste lo fai anche un po’ da insider?

Sinceramente mi comporto più da giornalista, nel senso che non ritengo di avere possibilità di potermi paragonare ad uno di questi artisti. Però chiaramente il fatto di essere un  musicista mi ha permesso di maturare un’esperienza tale per poter capire quali sono le varie dinamiche di questo mondo.  Ho potuto pormi e porre domande che magari chi non ha vissuto questo tipo di esperienze ( procurarsi date, prendere accordi con i locali, ecc.) non avrebbe mai fatto. Capire che non è tutto collegato al bel cartellone con  le date dei concerti.

Una domanda che faccio sempre è “ Che tipo di approccio avete prima, durante e dopo il live?”

Mi è capitato di sentire racconti di ansia da prestazione verso il pubblico, preoccupazioni sulla presenza o meno del pubblico…

Questi artisti sanno che la loro legittimazione proviene soprattutto dai numeri dei loro live, dalle persone che parteciperanno e dal loro riscontro.

Nel mondo Indie è molto importante anche la quantità di concerti dal vivo, numeri importanti…

Esatto, numeri consistenti! Vanno quasi a prendere il pubblico locale per locale, e ora con i secret concert addirittura casa per casa. Un approccio molto intrigante, un’ulteriore faccia della medaglia indie, che alla fine è più un dado a venti facce, con tantissimi aspetti anche sconosciuti.

Pensi di aver portato alla luce questi aspetti nascosti al pubblico, grazie ai tuoi libri?

La mia idea era proprio questa: portare al pubblico gli aspetti segreti. Ad esempio arrivare in un locale e avere con sé un manager ti permette di avere un contraltare con il gestore e con il pubblico. Soprattutto nel primo libro, ero molto curioso di capire anche io queste dinamiche.

Hai intervistato moltissimi artisti.

Ho fatto un lavoro prettamente giornalistico, non ho intervistato solo genti di mio gradimento, ma ho cercato di fare un po’ una somma. Come giornalista bisogna avere una curiosità molto sviluppata, sapersi fare delle domande e poi saperle fare, e riportare alle persone “normali” situazioni che non vivrebbero mai. Situazioni che comunque attirano sempre una cera attenzione quasi morbosa. “ Chissà com’è davvero? Ma si drogherà tutto il tempo?”

Cose così.

Questa curiosità fa anche un po’ gioco al giornalista.

Sicuramente, anche perché poi quando scopri e togli via la patina romantica di mistero ti rendi conto che spesso è tutto molto normale.

C’è qualcuno che manca alla tua collezione di interviste? Qualcuno che vorresti inserire in un possibile terzo libro?

Parto dal presupposto che il terzo libro mi è già stato chiesto, ma sto prendendo tempo. Penso che i primi due siano usciti con i tempi giusti, alla giusta distanza. Il terzo ora sarebbe un po’ tirato per i capelli. In più nei primi due ho avuto modo di inserire gruppi anche abbastanza nuovi nella scena indie. Non che sia gente che suona da poco, ma che hanno avuto un buon riscontro dal parte del pubblico in tempi recenti, tipo Management del dolore post-operatorio, Marco Iacampo e Gazebo Penguins.

Comunque, parlando di gente che mi manca, ne avrei tre che ho provato ad intervistare, ma che per vari motivi non sono riuscito: Marta sui tubi, Le luci della centrale elettrica, Afterhours.

E’ stato difficile contattarli?

Forse all’inizio si  poteva pensare che Bommartini fosse uno che stava sfruttando l’onda, il carrozzone del successo. Il mio era un nome che non diceva nulla a nessuno. Faticavo a trovare i contatti e magari non avevo neanche la legittimazione, ma adesso dopo questi due libri è cambiato molto. Forse gli Afterhours non conoscendomi ancora non si fidano. Anche perché molti colleghi fanno lavori un po’ così, non fatti bene. Ho dato loro il mio libro proprio per dimostrare chi sono, poi non so se lo vedranno eh! Io c’ho provato! ( ride)

Quello che ho capito è che alla fine, nessun artista è irraggiungibile.

Con chi ti piacerebbe collaborare al di là delle interviste?

Mi piacerebbe molto collaborare con Pierpaolo Capovilla, un personaggio molto interessante, che ho già avuto modo di intervistare, con Il teatro degli orrori in particolare. Credo che sia uno dei pochi artisti rock in Italia, perché ha la capacità e il coraggio di dire cose che altri non trattano o lo fanno molto superficialmente. Il rischio di perdere parte del pubblico per essere stati bollati come politicizzati non lo prendono tutti! Un approccio che io amo molto e che mi ricorda un po’ quello dei CCCP. Capovilla lo fa con una capacità di linguaggio e un livello culturale invidiabili. L’importante è rimanere fedeli a se stessi anche quando, nonostante si sia di nicchia, si raggiunge un certo livello di successo, anche economicamente parlando. Ritengo che sia molto sbagliato dare dei “venduti” a chi, come i Perturbazione, sono andati a suonare in programmi generalisti come magari quello della Balivo. Penso che così abbiano raggiunto, anche se tramite un programma che non ha nulla a che fare con la musica, un pubblico diverso dal solito target. La visibilità è sempre importante.

Un altro artista molto interessante è Giovanni Lindo Ferretti, un personaggio che rimane comunque difficile da inquadrare fino in fondo. Ho provato a contattarlo per la prefazione dell’ultimo libro, ma nulla, era arroccato sulle sue montagne. (ride)

Consiglia un libro ai lettori di Literary Prescriptions, la mia rubrica.

Bella la rubrica, mi piace parlare di libri!

Vi consiglio qualsiasi cosa o quasi di Stephen King, in particolare: “IT”, “Cose preziose”, “La zona morta” e “Misery”. Su questo ho anche fatto la tesi di laurea. Potrei stare qui a parlare di libri con te per giorni! Stephen King per me è una fonte d’ispirazione totale, anche per l’amore che ha per il rock e per la sua parvenza da “sfigato”. Nonostante sia uno degli autori più ricchi del mondo, non ha mai mostrato in pubblico questa sua superiorità. Poi nei suoi libri ci sono molti rimandi alla musica e alla letteratura. In più è uno che legge anche altri autori e una persona vera.  Tra i libri musicali vi consiglio quelli della Tsunami Edizioni, che si occupa principalmente di Hard Rock e Heavy Metal , generi che amo molto e ho sempre seguito.  E ovviamente i libri della casa editrice Arcana, che ha pubblicato anche i miei libri, e che comunque esiste da circa quarant’anni.  Al momento sto leggendo “Droga, sesso e calci in bocca” di Renzo Stefanel, che ha scritto la prefazione del mio ultimo libro. Sto anche lavorando con Gianni Della Cioppa, critico musicale veronese, con il quale sto scrivendo un libro sulla Verona musicale. Tornando ai libri non musicali, mi piace molto “Ti prendo e ti porto via” di Ammaniti. Come autore stimo molto Nick Hornby, soprattutto perché so che ha alle spalle una storia di vita non facile con un figlio disabile grave. Amo molto gli scrittori e gli artisti in generale che hanno delle vite in qualche modo segnate, la sofferenza è un trait d’union.

Hai ragione, il dolore fa bene all’arte in qualunque forma essa sia. Grazie dell’intervista, è stata quasi una lezione, hai una conoscenza sconfinata.

Grazie a te e a QubeMusic.

Francesca Romana Piccioni

Autore

Francesca Romana Piccioni

Francesca Romana Piccioni

Classe 1985, nonostante una lieve forma di dislessia, ma grazie ad una volontà di ferro, impara a leggere precocemente. E’ ancora alle elementari quando una sua zia, al tempo Prof. di italiano, con il libro Fahrenheit 451 di Ray Bradbury prima, e con la trasposizione cinematografica di Truffaut poi, fa di lei una fissata del genere Sci-Fi e una nerd prima che l’esserlo diventasse di moda. Frequenta il Liceo Scientifico e la Facoltà di Medicina e Chirurgia, continuando a coltivare con tenacia la sua passione per la letteratura. Oltre ad aggiornare costantemente la sua già ricca collezione di libri, cinema, serie TV e scienza sono il suo pane quotidiano. Quando esce di casa, lo fa sempre con un libro in mano. Non si può mai sapere. Il tempo e il modo per leggere si trovano sempre.