Recensioni

Fleet Foxes – Crack Up

Il disco ricorda due lavori estremamente importanti come Pure Comedy di Father John Misty e per atmosfere e delicatezza il disco di Feist, uscito quest’anno

La musica dei Fleet Foxes ha perso l’ilarità e il brio superficiale ed è entrata ufficialmente in un olimpo di sacralità. Il nuovo album è infatti, e lo notiamo dalla prima traccia, un simbolo religioso e soprattutto un miglioramento rispetto al passato.

Sono passati dieci anni dal loro debutto e poco meno da Helplessness Blues, ma la profondità del gruppo oggi è totale: il disco scava delle vere miniere e lo si può capire non solo con le atmosfere, perfettamente funzionali in ogni traccia, ma anche dalla voce di Robin Pecknold, che è un vero soffio di vita. È come trovarsi davanti ad una bocca dolce che sussurra con attenzione alterando ogni sospiro e lo disegna sui pezzi con estrema grazia. Pecknold disegna con la voce, e non è assolutamente comune.

Il disco ricorda due lavori estremamente importanti come Pure Comedy di Father John Misty e per atmosfere e delicatezza il disco di Feist, uscito quest’anno.

In lavori del genere si riesce a cogliere la sensibilità e l’importanza di trovare nuovi modi per raccontare il mondo e la musica che ci circonda. Accostare questo album ad un’opera mitologica non credo sia sbagliato, Pecknold si afferma come un Lovercraft dell’indie-folk, il suo racconto infatti si sviluppa in un vero bagliore pulp che si snoda tra mostri, idee e intuizioni rapide e geniali.

Se in un romanzo Michel Houllebecq ha scritto: “Images graze the consciousness but none appear sufficiently sublime, sufficiently fantastic”  tutti si dovranno ricredere con quest’album, ogni cosa è eccessivamente sublime, eccelsa e folgorante.

Spesso gruppi del genere vengono fuori da un movimento, come prodotti del tempo, i Fleet però sono estremamente personali, un fenomeno unico. Il loro lavoro è stupefacente e trascende le epoche, in ogni pezzo sembra di trovarsi nel bel mezzo della telefonata che ci sta cambiando la vita.

La concezione del tempo, come la capacità di capire il cambiamento ci rende umani: tante volte delle perle della nostra capacità di emozionarsi sono nascoste in elementi che anticipano e sorpassano il presente, proiettandosi avanti. I Fleet Foxes sono il tuffo più immediato e brillante verso il futuro dell’indie folk e della musica contemporanea in generale: lunga vita e mille di questi album.

Gianluigi Marsibilio

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Gianluigi Marsibilio

Gianluigi Marsibilio

Classe 1995. Nato a Guardiagrele, piccola cittadina in provincia di Chieti, dopo aver percorso la carriera scolastica, frequentando il liceo scientifico, si sposta a Roma per frequentare gli studi in Comunicazione Istituzionale nell’Università Pontificia della Santa Croce. Già dal primo anno di studi ha cominciato a lavorare per varie realtà, creando anche il blog di informazione scientifica ”Tra scienza e coscienza”.